femminicidio
Le scarpe rosse diventate simbolo della giornata contro la violenza sulle donne (foto Ansa)
«Nella foresta dell’Alto Paraná le farfalle più belle si salvano mostrandosi», scriveva il giornalista uruguaiano Eduardo Galeano a proposito de “Las mariposas”, le sorelle Mirabal punite con la morte il 25 novembre 1960 per aver resistito alla violenta (e maschilista) dittatura di Rafael Leónidas Trujillo a Salcedo, nella Repubblica Dominicana. Che durò dal 1930 al 1961 e fu una delle più dure in Sudamerica. Un episodio che ebbe una risonanza mondiale e che è diventato il simbolo della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Minerva, Maria Teresa, Patria e Dedè crebbero nella cittadina di Ojo de Agua in una famiglia benestante che permise loro di assaporare la libertà attraverso lo studio. Per Minerva, appassionata lettrice, l’università e la facoltà di Legge erano un modo per inscriversi nel mondo e affermare il suo naturale spirito di giustizia. Un’aspirazione che (pure) venne condivisa dalla sorella minore Maria Teresa, la quale s’iscrisse ad Architettura, senza tuttavia mai terminare il percorso. È proprio la dittatura di Trujillo con annesse ipocrisie e confisca di beni a danno della famiglia Mirabal a ispirare la fame di libertà delle sorelle tanto che tre di loro – Minerva, Maria Teresa e Patria – scelsero di opporvisi apertamente a partire dagli anni Cinquanta.
Il prologo alla battaglia politica che le condurrà tout court alla morte è databile al 13 ottobre 1949 in occasione della festa di San Cristobal, quando Minerva aveva osato rifiutare il dittatore che s’era invaghito di lei, una sorte triste a cui erano andate incontro altre giovani. La ricorrenza ha dato inizio a una serie di rappresaglie nei confronti della famiglia Mirabal, tra le quali si ricorda l’incarcerazione del padre. Nonostante i ricatti, Minerva era solita ripetere: «Se mi ammazzano, tirerò fuori le braccia dalla tomba e sarò più forte», e assieme a suo marito, Manolo Tavárez Justo divennero leader del gruppo politico “Movimento 14 giugno”, una data che vide il fallito golpe contro Trujillo. Le riunioni – che si tenevano spesso in casa Mirabal – fecero da cassa di risonanza in tutto il Sudamerica, tanto che il Paese poté contare sull’appoggio di alcuni rivoluzionari cubani e del clero locale. Le cui iniziative erano state fino a quel momento troppo deboli.
Il disappunto di Trujillo non tardò ad arrivare tanto che le sorelle vennero incarcerate assieme ai rispettivi coniugi e condannate ai lavori forzati nel centro di tortura La Cuarenta. Non finiranno mai di scontare la propria pena perché ad aspettarle ce ne sarà una altrettanto dura. Che si riversò su di loro proprio il 25 novembre 1960. Le donne in un primo momento graziate da Trujillo, decisero di andare a trovare i coniugi Manolo Tavárez Justo e Leandro Guzman, detenuti in carcere. Il marito di Patria si trovava in un altro penitenziario, ma la sorella scelse comunque di accompagnare Minerva e Maria Teresa. Quel giorno sarà loro fatale perché sulla strada di ritorno, nel tardo pomeriggio, le donne furono vittime di un’imboscata dei servizi segreti di Trujillo che le costrinsero a scendere dall’auto per condurle in una piantagione di canna da zucchero. Ridotte in fin di vita, vennero sistemate nuovamente sull’auto che fu lanciata in un dirupo in modo da far sembrare l’attentato un incidente.
L’evento suscitò forti reazioni al livello locale e internazionale e accelerò il decorso della dittatura tanto che Trujillo finì in carcere cinque mesi dopo, accusato di aver mandato a morire oltre sessantamila oppositori politici. Infine fu assassinato durante un viaggio tra Ciudad Trujillo e San Cristóbal il 30 maggio 1961. Da quel momento la situazione in Repubblica Dominicana non cambiò immediatamente ma si diffuse negli animi una nuova coscienza politica, la stessa che portò l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 a proclamare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne il 25 novembre.