Popolazione

Presentazione dello studio sulle dinamiche demografiche e la condizione giovanile in Emilia-Romagna a cura di Ires Emilia-Romagna (foto di Ludovica Addarii)

 

In Emilia-Romagna la popolazione cresce. Al primo gennaio 2025 i residenti sono aumentati dello 0,2%, pari a 9.407 persone in più presenti sul territorio. Un buon risultato, in controtendenza rispetto allo scenario nazionale, che però non sussisterebbe senza il supporto degli immigrati, in assenza dei quali la regione andrebbe incontro a un declino demografico. È questo lo scenario presentato dall’Ires (istituto ricerche economiche sociali) nella sede della Cgil Emilia-Romagna. La buona notizia è però indebolita dalla perdita  di gente che va altrove, 41mila, nel solo 2024, tra cui tantissimi giovani.

La variazione positiva è determinata dalla combinazione di due fattori: un saldo naturale in calo e un saldo migratorio in grande crescita. Con 22.412 neonati in meno, in regione la natalità è ai minimi storici a fronte di un numero di decessi che rimane superiore. Si fanno sempre meno figli, l’età media per diventare genitori si è spostata in avanti e di conseguenza il tasso di fecondità è sceso a poco più di un figlio per donna. Per di più, negli ultimi dieci anni, la regione ha perso 143 mila persone in età feconda (15-49 anni).

A fare la differenza è il saldo migratorio che compensa il saldo naturale, grazie ai 12.100 nuovi arrivati dall’Italia e ai 24.052 provenienti dall’estero. Attualmente i residenti stranieri sono 579 mila, equivalenti al 13% della popolazione, nonché la quota più alta tra tutte le regioni italiane. È questo il flusso che consente all’Emilia-Romagna di crescere ancora, e non si tratta di un fenomeno transitorio, perché il numero di acquisizioni di cittadinanza sale al massimo storico con 29 mila nuovi cittadini. Che fine farebbe la regione senza gli stranieri? Ipotizzando la totale assenza di flussi migratori in entrata e in uscita, nel 2042 la popolazione emiliano-romagnola invecchierebbe di quattro anni passando da una media attuale di 47 anni agli oltre 51 prospettati, con un calo demografico previsto del 13,5%: più di 708.800 residenti in meno.

I migranti con 37 anni di media, contribuiscono statisticamente a ringiovanire la popolazione regionale e rappresentano oggi una grande risorsa per il mondo del lavoro. Considerando che l’età lavorativa va dai 15 ai 64 anni, se il precedente scenario ipotetico diventasse reale, ci sarebbe un grande calo di forza lavoro. «Prima di tutto va smontata una narrazione ormai logora: gli stranieri non “rubano” il lavoro. Non è così – commenta Massimo Bussandri, segretario regionale Cgil Emilia-Romagna – Ma è altrettanto fuorviante l’idea, solo apparentemente più benevola, secondo cui si limiterebbero a svolgere i lavori che gli italiani non vogliono più fare. La realtà è diversa e più strutturale: i migranti sono una componente decisiva del sistema produttivo dell’Emilia-Romagna e contribuiscono in modo diretto alla creazione di valore aggiunto. Pur rappresentando circa il 13% della popolazione residente, la loro incidenza cresce nettamente se si guarda alla popolazione in età lavorativa, dove supera abbondantemente quella quota e si colloca, con ogni probabilità, oltre il 20% degli occupati complessivi. È su questa base che oggi reggono interi settori dell’economia regionale. Nessuno è in grado di quantificare con precisione l’impatto, ma è plausibile che una simile situazione costerebbe diversi punti di Pil all’Emilia-Romagna, con effetti devastanti su produzione, occupazione e tenuta del welfare. Sarebbe un colpo durissimo per il modello economico regionale».

E mentre la popolazione invecchia e la forza lavoro viene sostenuta per larga parte dal contributo della componente migrante, c’è anche chi abbandona la regione. Precariato, stipendi bassi, costo della vita, affitti alle stelle. Anche in Emilia-Romagna è dura per un giovane costruirsi una vita: per cui a migliaia, per lo più una laurea in tasca, se ne vanno all'estero. Nell’ultimo anno sono state 41.204 le persone che hanno lasciato il territorio, il 66% per trasferirsi in un’altra regione italiana, mentre il 34% sono espatriati. L'alternativa è restare a casa con mamma e papà anche dopo i 30 anni (scelta obbligata per il 30% dei trentenni in regione).

«Così è impossibile immaginare di fare una famiglia o costruirsi un futuro - dice il segretario regionale della Cgil – Sono quattro i temi da considerare nel patto per il lavoro. Primo, lavoro di qualità. Se non c'è lavoro di qualità non attrai le teste e le braccia necessarie a far funzionare il nostro sistema produttivo e non tratteniamo nemmeno i nostri giovani, costretti ad anni di precariato e a un eterno noviziato nel mondo del lavoro. Secondo, la casa. Il caro affitti e il caro abitare sono un nodo da sciogliere se non vogliamo che i giovani continuino a rimanere in casa con le famiglie impedendo ogni progettazione di famiglia e di futuro. Terzo, il welfare. Abbiamo bisogno, a fronte di una popolazione che invecchia, di garantire cura, assistenza e invecchiamento attivo e le professionalità che siano in grado di assicurare questi valori. Quarto, il clima. Non solo come elemento di sopravvivenza della nostra specie sul pianeta, ma anche come elemento di attrazione di abitanti, di investimenti e pertanto di produzioni. La Romagna sembra più in difficoltà dell'Emilia e mi interrogo se ciò non dipenda dalle caratteristiche del territorio, percepito come insicuro».