servizi a domicilio
La locandina di "Consegne" con Nicola Borghesi (foto concessa dall'intervistato)
«Una volta era un lavoro molto più accessibile e vario. Adesso invece trovi soltanto migranti, persone fragili che devono fare i conti con un impiego molto più specializzato e strutturato sullo sfruttamento». Nicola Borghese, attore e membro della compagnia teatrale Kepler-452, racconta l'idea che nel 2020 ha creato "Consegne", dedicato alla figura del rider come «epitome del lavoratore sfruttato dall'algoritmo», riflettendo su cos'è cambiato negli ultimi sei anni.
Si trattava di una performance ibrida: Borghesi ricalcava il tragitto percorso dai veri rider, e trasmetteva in diretta sul web il tragitto. Nel frattempo, l'attore parlava, raccontava storie, leggeva testimonianze, e rifletteva sul lavoro nella gig economy. Il tutto si concludeva con una consegna (vera o simbolica) che diventava parte della drammaturgia.
Com'è nata l'idea dietro "Consegne" e cosa volevate indagare?
«Durante il lockdown noi di Kepler e tutti quanti ci siamo trovati in una situazione surreale: i teatri erano rimasti chiusi, ma alcuni servizi essenziali andavano avanti. Tra questi c'erano i rider. E dunque un mio amico, Riccardo Mancuso, mi prestò la sua giacchetta di Deliveroo, lo zaino e il casco, e mi accorsi che con quella divisa potevo andare in giro, se invece andavo a fare il rider non potevo andare in giro. Quindi l'idea era di fare uno spettacolo che si interrogasse, insieme allo spettatore, su che cosa è essenziale: perché andare a fare la spesa lo era, ma andare a teatro no?».
Cosa ricorda di più di questa esperienza da rider?
«Anzitutto le lunghe pedalate che facevo. Lo spettacolo durava un'ora, e ogni giorno che lo trasmettevano facevamo fino a cinque repliche. Quindi io lavoravo fino a cinque ore come rider, anche se questo non è nulla rispetto ai ritmi di un vero fattorino. Devi consegnare questa cosa in tempi stretti, più volte al giorno, senza ritardo, insomma tutto il calco dell'algoritmo che ti penalizza e ti premia a seconda dei casi».
C'è un episodio in particolare che le viene in mente?
«Mi ricordo nitidamente una volta, verso mezzanotte, andavo in bici nel mezzo dei viali deserti, niente traffico o pedoni, e avevo incrociato un altro rider, un po' fuori di testa. Quando ci siamo incrociati, mi ha gridato "Siamo i padroni della città!" e gli ho detto "Sì, c****!". Ed era vero, erano tutti chiusi in casa e c'eravamo solo noi in giro».
Com'è cambiata la figura del rider sei anni dopo "Consegne"?
«Sicuramente negli ultimi cinque anni sono arrivate un po' più di tutele e regole che nel 2020 non c'erano. Poi ho avuto l'impressione è che prima il rider era una figura abbastanza mista: potevi trovare migranti, ma anche studenti che arrotondavano, era un lavoro con una soglia d'accesso molto bassa. Invece ora ci sono solo migranti, che devono interfacciare con un impiego più specializzato».
Cioè?
«Faccio un esempio: prima vedevi i rider andare in bici, adesso molto scelgono le fatbike, quelle biciclette elettriche con le ruote grosse, che sono molto più costose. Dunque il capitale di partenza si è alzato, e secondo me l'algoritmo ormai è tarato sui ritmi delle fatbike».
I casi di Glovo e Deliveroo a Milano ci ricordano che però la strada per le vere tutele è ancora lunga
«Questo sottolinea che, in Italia, il rider rimane l'epitome del lavoratore sfruttato dall'algoritmo. C'è un livello di disumanizzazione in più dal caporalato, perché il caporale è disincarnato dentro un algoritmo. Oggi il rider è diventato un po' più invisibile per l'appunto perché lo fanno più le persone migranti, quindi tutto quello che fanno le persone migranti, a meno che non siano dei crimini, tende un po' a invisibilizzarsi ai nostri occhi».