Lavoro
Una fila di rider al lavoro (foto Dire)
Un’alternativa a Glovo, Just Eat e Deliveroo e una promessa: supporto alle produzioni del territorio, maggiore attenzione alla sostenibilità e un trattamento migliore per i dipendenti. Sono le piattaforme di consegna locali, e se ne contano quaranta in tutta Italia, sette delle quali in Emilia-Romagna, ma soffrono la schiacciante concorrenza dei giganti dell’industria.
«A inizio 2020, quando abbiamo cominciato le rilevazioni, si contavano circa cento piattaforme di consegna locali in tutta Italia, ma solo otto mesi dopo molte avevano chiuso o erano state comprate. Questo succede a causa del loro elevato costo, la concorrenza e una mancanza di fondi», racconta Annamaria Tuan, docente di marketing a Unibo e coordinatrice del progetto Bumolds (Business model for local delivery platforms).
Lo scopo dello studio, finanziato dal Pnrr e condotto dall'Alma Mater, è creare una mappa delle piattaforme locali (qui il link) e comprendere come vengono utilizzati i servizi di consegna a domicilio, sia nazionali che locali, e quali criticità emergono, sia per utenti che per ristoratori. Per fare questo, l’università di Bologna, insieme a quelle di Pisa, Bergamo e Cattolica di Milano, hanno condotto un sondaggio su 1.946 consumatori e 265 ristoranti in tutta Italia.
Tra i clienti intervistati è emerso che 800 (41%) utilizzano le applicazioni di food delivery, dove regnano Just Eat (28,4%), Glovo (25,2%) e Deliveroo (24%), mentre le alternative locali si fermano al 12,4%, percentuale che è, secondo la ricerca, verosimilmente sovradimensionata. Questa preferenza lato consumatore è dovuta ai prezzi più convenienti, il fattore novità, un marketing più aggressivo e persuasivo e una rete di rider diventata ormai capillare ed efficiente.
Nonostante la clientela apprezzi e valorizzi gli obiettivi delle piattaforme locali, spesso non sono sufficienti a giustificare la maggiore spesa o la migliore qualità. Quelli che scelgono le alternative, però, lo fanno per il consumo di prodotti freschi (31,4%), il supporto di prodotti locali (20,4%), un minore impatto ambientale (17,5%), un migliore trattamento dei rider (13,9%) e un migliore catalogo di offerte (12,9%). Tra i i ristoratori intervistati, invece, è risultato che i vari locali si dividono in tre categorie: quelli più diffusi che integrano in parte le piattaforme (locali e/o nazionali), quelli più tradizionali che le usano poco e lo fanno con cautela, e quelli più nuovi che si focalizzano principalmente sulla food delivery.
Parte del progetto Bumolds è imperniata sulle interviste ai proprietari di ristoranti a Bologna. Da una parte, le piattaforme costituiscono dal 20% al 30% dei guadagni di alcuni locali («Potremmo fare a meno delle consegne, ma perderemmo una grande fetta di guadagno, specialmente la sera»), e rappresentano un’importante vetrina per attirare clienti («Se non le usi, gli utenti non ti possono trovare»). Dall’altra parte, le commissioni spesso sono troppo alte («Ci rimane sempre molto poco dopo una consegna»), l’eccessivo uso dei rider può far emergere problemi organizzative ed etiche («Molti di loro vengono sfruttati»), e le difficoltà a sobbarcarsi gli alti costi delle alternative locali («Se costassero di meno, userei le alternative locali. Ma se il cliente non le conosce, non ordinerà da loro»).
Annamaria Taun ha commentato anche i recenti sviluppi giuridici riguardo Glovo e Deliveroo: « Un intervento legislativo più chiaro può quindi aiutare a definire standard più equi ad hoc. Alcune grandi piattaforme hanno introdotto, per esempio, contratti per i rider e pongono attenzione alla sostenibilità e al giusto trattamento dei dipendenti. Altre, come mostrano recenti fatti di cronaca, sembrano meno attente alle tutele».