Sanità

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (foto di Paolo Tomasi)

 

«In un momento in cui il servizio sanitario rischia di saltare per mancanza di risorse, a soffrire di più sono paradossalmente le regioni dove la sanità va meglio, tra cui l'Emilia Romagna, la Toscana, ma anche la Lombardia». È quanto emerge dal quadro tracciato da Nino Cartabellotta durante la seconda edizione del premio Flavia Franzoni – cerimonia organizzata a Palazzo Magnani alla presenza del marito Romano Prodi – riservato a un saggio in materia di welfare di un autore under 35.

Secondo il presidente di fondazione Gimbe, quando si parla di accesso alle prestazioni del Sistema Sanitario Nazionale, le disuguaglianze non sono solo fra regioni del nord e regioni del sud ma hanno anche la specificità del divario fra centri urbani e rurali, fra aree metropolitane e zone a bassa densità abitativa.

La mancanza di risorse ha delle implicazioni che, dal piano nazionale, diventano più specifiche man mano che si riduce il fuoco sulla dimensione locale. «Le regioni del nord devono far fronte a una doppia pressione sul proprio sistema sanitario. Alla domanda dei residenti si associa quella di chi dal resto d’Italia viene a curarsi nelle regioni più virtuose. Questo porta gli amministratori a dover fare delle scelte che sono prima di tutto politiche: tagliare i servizi oppure aumentare le tasse ai propri cittadini».

Per capire le condizioni in cui si trovano ad operare ospedali e aziende sanitarie locali, bisogna partire dai finanziamenti. Nonostante l’aumento a livello assoluto delle risorse destinate alla sanità, continua (e continuerà) a scendere il loro impatto a livello di quota di ricchezza del Paese. Secondo i dati di fondazione Gimbe è possibile quantificare le risorse mancanti in circa 7,5 miliardi per il 2025, con le previsioni che vanno nella direzione di un ampliamento della forbice fino a un’ipotesi di 10,8 miliardi nel 2028. Anche la provenienza dei fondi rientra nell’equazione: «I cittadini hanno speso nel 2024 più di 41 miliardi di euro di tasca propria, circa il 22% del totale dei fondi. Stiamo entrando in un sistema che ormai può essere definito misto perché non si sostiene più solo grazie allo Stato – commenta Cartabellotta - Ci sono quasi 6 milioni di persone che hanno rinunciato a una o più prestazioni sanitarie perché non hanno potuto spendere per colmare le mancanze del pubblico».