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Un momento di gioco della squadra Giallo Dozza Bologna Rugby (foto concesse dalla società)

 

Anche il rugby, come tanti sport, è una questione di cartellini. Giallo e rosso. Fallo, cartellino giallo. Cartellino rosso: espulsione. Ma diversamente da ciò che succede nel calcio, per esempio, quando l’arbitro alza il giallo per un giocatore questo deve uscire dal campo e attendere per dieci minuti, prima di rientrare in partita. Un componente in meno in campo. La squadra del Giallo Dozza Bologna Rugby, composta da detenuti del carcere bolognese, incarna perfettamente questo concetto. Il cartellino giallo che diventa metafora della vita carceraria. I dieci minuti in partita che nella vita reale sono in alcuni casi dieci anni, in altri meno, o di più. Tutti “giocatori” momentaneamente usciti dal gioco. Anche se, tutti, destinati a rientrarci.

La società persegue questo scopo. «L’obiettivo - spiega Matteo Carassiti, presidente dal 2022- è fare in modo che questa “pausa” dal gioco della vita non passi invano, ma dia opportunità di riflessione. Sugli errori fatti, per sperimentare che vale la pena, una volta tornati alla libertà, di vivere appieno senza rischiare un altro cartellino giallo». Dodici campionati e circa 170 partite disputate, per la squadra di rugby dei detenuti. Dodici i suoi anni. «Il Giallo Dozza nasce nel 2013, come associazione sportiva dilettantistica. L’idea è stata quella di portare in carcere la pratica del rugby, vista non solo come attività ricreativa ma come vera e propria proposta sportiva agonistica, finalizzata alla creazione di una squadra composta interamente da detenuti che potesse partecipare a un campionato federale». Il team disputa il campionato di serie C regionale. E gioca contro squadre di persone libere, tutte associate alla Federazione italiana rubgy. Il precursore dell’esperienza bolognese è da ricercare nella Drola di Torino, iniziata qualche anno prima e condotta con passione da Walter Rista. E' il primo dei progetti di questo tipo. Poi l’illuminazione di Francesco Paolini, allora presidente del Bologna Rugby 1928, di creare qualcosa di simile. Oggi il Giallo Dozza è l’unica società ancora in grado di partecipare con la sua squadra a un campionato federale, anche grazie all’importante sostegno di sponsor della zona: Emil Banca, Macron, Illumia. «La collaborazione con la federazione – spiega Carassiti – è molto importante. Dare la possibilità a una squadra di detenuti di partecipare al campionato ha comportato una modifica al regolamento dell’ente stesso, per esempio per quel che riguarda la presenza di giocatori stranieri, che non possono superare una certa soglia. La nostra squadra è composta invece per la maggioranza da non italiani. C’è stata dunque per noi una deroga e questo riflette l'impegno nel sostenere il progetto».

La rosa è composta da giovani adulti, che nella quasi totalità dei casi non ha mai giocato a rugby. Ma in questo modo loro possono dedicarsi a un’esperienza che richiede impegno fisico e dona la possibilità di creare un’esperienza comunitaria in prospettiva della libertà riacquisita. «Crediamo- dice il presidente- che quando usciranno dal carcere i nostri ragazzi possano affrontare la vita in maniera più costruttiva. Un dato che mi ha sempre colpito è quello della recidiva dei penitenziari italiani. La media nazionale è attorno al 70%. Settanta detenuti su cento, dunque, tornano a delinquere. Nella nostra esperienza, invece, questa percentuale scende fin sotto il 10%. Il progetto è dunque importante non solo per il singolo ma per la collettività».

Ma perché proprio il rugby e non un altro sport di squadra? «E’ un gioco che forse più di altri necessita di una visione e di un pensiero di squadra. Prevede di avanzare e di conquistare terreno passandosi però la palla indietro. Questa specie di “paradosso” ha bisogno di un gruppo che si muova all’unisono e in maniera coordinata. Non si basa sull’iniziativa del singolo, come può essere per un goleador nel calcio». Un tema chiave nel rugby è quello del sostegno. «Sapere, per esempio, che per non perdere la palla in una mischia ordinata è fondamentale il supporto dei compagni, per tentare di riprendere il gioco il prima possibile”. Anche la lealtà nel rispetto delle regole è un valore necessario. «Un principio aureo del gioco prevede che nessun giocatore può parlare con l’arbitro, tranne il capitano. Se fischia per qualcosa con cui non sei d’accordo, non puoi scontrarti direttamente con lui. Devi continuare a giocare. Non ci sono alibi, nessuna scorciatoia. Il rugby è per sua natura un gioco di lotta, e quindi lo scontro fisico anche violento è previsto. Ma ci si alza e si riparte».

E questa idea di comunità va costruita anche al di fuori del campo, grazie alla collaborazione con l’amministrazione carceraria. «Quando il progetto è partito- racconta Carassiti- i giocatori della squadra vivevano in sezioni diverse del carcere. Si incontravano solo per allenarsi. Il fatto invece di avere già da anni un’ala a loro dedicata, la 1D, è un elemento qualificante del progetto». Il rugby è uno sport piuttosto complesso nelle sue regole. Complessità che nel contesto del carcere si amplificano. «Gli allenatori vengono tre o quattro volte a settimana e organizzano allenamenti sia in campo sia teorici. È un gioco complicato, con molte regole che è importante insegnare. In questo siamo supportati anche da arbitri». E poi , la novità di questa stagione. «Abbiamo integrato il team tecnico con un preparatore atletico. Agli allenamenti in campo si alternano quelli di preparazione, sia sul campo sia nella palestra della Dozza, piccola ma funzionale». Gli allenamenti sono finalizzati alla partita settimanale. E non è qualcosa di scontato. «Le squadre che giocano contro di noi devono venire in trasferta due volte a Bologna. Questo comporta per loro costi e impegno maggiori… c’è una collaborazione da parte di tutto il sistema del rugby regionale che permette a questo progetto di andare avanti». Per i ragazzi del Giallo Dozza, l’appuntamento rappresenta l’obiettivo e la motivazione quotidiana per affrontare l’attività di preparazione. «Per chi vive il carcere, la possibilità di incontrare altri giocatori che vengono appositamente nel loro spazio per disputare la gara è davvero arricchente». L’occasione di interagire al di là delle sbarre non si limita solo alla gara. «Alla fine della partita c’è sempre il terzo tempo, il tradizionale momento di convivialità. Lo organizziamo nella palestra affianco al campo. È un'occasione, tra cibo e chiacchiere, di conoscenza reciproca, sia per i giocatori sia per i dirigenti delle società. In questo modo “il mondo fuori” conosce almeno un pezzo della realtà del nostro carcere». Dunque, una vera e propria macchina organizzativa, tipica di una qualsiasi associazione sportiva. «Parliamo non solo della gestione amministrativa ma di tutta l’attività all’interno del carcere. C’è un team manager e ci sono collaboratori che quasi ogni giorno vengono alla Dozza per creare un senso di comunità, ascoltare le esigenze della squadra e raccoglierne le richieste. Che siano di un antidolorifico, di un paio di scarpe nuove, di aiuto per gestire le tensioni che si creano all’interno di ogni gruppo». E poi, appunto, ci sono quelli che si occupano dell’organizzazione del terzo tempo. «Significa non solo preparare il cibo – dice Carassiti - ma prima di tutto pensare al più adatto a tutti: nella storia del Giallo abbiamo avuto giocatori di almeno trenta nazionalità diverse. Gli italiani non sono mai stati la maggioranza nella squadra. Principalmente si tratta di ragazzi che vengono dall’Est Europa, dal Nord Africa, dal Sud America, ricalcando le principali direttrici dell’immigrazione in Italia. E questo significa anche religioni differenti e di conseguenza alimenti diversi».

Il Giallo Dozza Rugby oggi conta 28 giocatori. Per ogni partita, 22 sono i convocati, di cui 15 in campo. «L’obiettivo è quello di aumentare progressivamente i tesserati, per arrivare a una quarantina». Ma non è semplice. «Il reclutamento dei giocatori – spiega Carassiti – avviene non solo all’interno del carcere di Bologna. Periodicamente facciamo degli interpelli ad altri istituti penitenziari della regione per far conoscere il progetto. E poi comincia il percorso di selezione». Si parte dunque da un’autocandidatura dei detenuti. Questa viene vagliata dagli educatori della struttura e anche dalla polizia penitenziaria, che «sono in grado di fornirci un primo quadro di adeguatezza all’ingresso nella squadra. Poi si fanno dei colloqui individuali. Si illustrano il progetto, i valori e il codice etico del Giallo. E in seguito, i test fisici. I giocatori si allenano per un paio di settimane, per permettere agli allenatori di capire se ci sono i presupposti per questa impegnativa attività sportiva». È dunque fondamentale anche la collaborazione con la struttura sanitaria del carcere. «È necessario che gli aspiranti giocatori non facciano uso di sostanze o che siano inseriti in un percorso per uscire dalla dipendenza. Inoltre si valuta l’attitudine individuale al rispetto dell’impegno preso. Per noi, inoltre, è importante che gli arruolati abbiano una pena residua che sia di qualche anno, considerato il lavoro e il percorso». Il lavoro di selezione della rosa dei giocatori è quindi dinamico e continuo. «Capita che i detenuti maturino le condizioni per accedere a regimi detentivi alternativi - dice Carassiti - come la possibilità di uscire dal carcere e lavorare al di fuori, rientrando la sera. Quando succede questo, il giocatore esce dal gruppo del Giallo: ha esigenze differenti e viene spostato anche in un’altra area del penitenziario». Ci sono anche dei casi in cui i detenuti iniziano la loro esperienza sportiva, ma poi si accorgono che non fa per loro. «Non succede spesso, però accade. Così come è accaduto che alcuni siano stati allontanati dalla società per mancanza di disciplina e rispetto delle regole». Nell’ultimo periodo, il ricambio dei giocatori è stato molto più veloce rispetto agli anni precedenti, per ragioni che dipendono anche dalla gestione carceraria. «A rimetterci, talvolta, è la qualità del gioco, ma stiamo cercando una soluzione. Quest'anno l’obiettivo è quello di aumentare la densità di attività e di formazione durante la settimana. Riducendosi la permanenza media dei giocatori nella squadra, tentiamo così di accelerare tutto il percorso, a partire dall’apprendimento delle regole». Un segnale molto forte da parte della società ai suoi giocatori ma anche una lezione e un insegnamento. «Da parte nostra l’impegno c’è. Pretendiamo che sia uguale anche da parte dei giocatori. In questo modo lanciamo loro una sfida: mettere alla prova la loro volontà di migliorarsi. E non solo sul campo, ma come persone».

 

L'articolo è stato pubblicato nel n.10 del Quindici del 18 dicembre