La storia
L'Hockey Team Bologna al completo ha giocato la finale di Coppa Italia a Bra (foto dal sito)
A Bologna c’è una famiglia che fra campo e panchina ha partecipato al completo alle ultime finali di Coppa Italia di hockey su prato. Nel quadrangolare giocato a Bra l’Hockey Team Bologna è arrivato all’atto conclusivo sia del torneo maschile che di quello femminile – perdendo entrambe le partite contro i padroni di casa – ma scorrendo la distinta dei convocati c’è un cognome che torna per ben tre volte. La famiglia Amorosini è al centro del progetto della società del quartiere della Barca ormai da vent’anni, ovvero da quando, dopo essere stato giocatore fin dall’infanzia, Pietro è diventato presidente del club. «Ho iniziato in prima elementare con un gruppo di bambini che ora sono ormai ex giocatori e continuano a collaborare con le nostre squadre. Ci siamo appassionati a questo sport a scuola grazie a Giancostante Melli, uno dei nostri maestri. Era un uomo particolare e cercava di farci provare anche attività meno conosciute. E' così che siamo entrati in contatto con l’hockey», racconta Pietro Amorosini.
Fra i tesserati presenti nella doppia finale di Bra c’erano Stefania, moglie di Pietro e presidente della squadra femminile, Ilaria, la primogenita, che è capitano della squadra femminile, allenatrice delle giovanili e arbitro internazionale, e il fratello Mattia, capitano della prima squadra maschile e della nazionale italiana: «L’hockey è sempre stato una parte fondamentale della mia vita, da quando ho 5-6 anni sono sempre al campo perché, ovviamente, mio padre e mia madre erano lì e c’era anche mia sorella. Giocare le finali di Coppa Italia insieme a lei mentre i nostri genitori erano in panchina è stato un momento molto bello», ricorda Mattia. Lui è stato il giocatore più giovane nella storia della Nazionale a indossare la fascia di capitano e negli ultimi anni ha trovato il salto nei campionati esteri più blasonati. Dopo esperienze in Belgio e in Olanda è arrivato nella lega indoor tedesca, dove milita attualmente. In Germania l’hockey su prato è uno sport semiprofessionistico e le squadre offrono la possibilità di dedicarsi interamente all’allenamento con infrastrutture e sponsor fuori dalla portata di qualsiasi società italiana. La carriera di Mattia si è sempre sviluppata nelle due realtà parallele: da un lato i grandi palcoscenici internazionali di una disciplina che conta circa quattro milioni di praticanti nel mondo, dall'altro la dimensione profondamente locale – nel suo caso addirittura familiare – di un movimento italiano con poche migliaia di appassionati che hanno il dilettantismo come unica prospettiva. «Fra i momenti più belli - dice - mi viene in mente quando nel 2012 i miei genitori hanno costruito il campo alla Barca, che secondo me resta uno dei più belli d’Italia. Anche dopo più di dodici anni dalla sua nascita. È un progetto che hanno portato avanti grazie alla loro passione anche per dare a me e mia sorella un impianto dove giocare e crescere. Allo stesso tempo ricordo quando con la Nazionale ho partecipato in Malesia, dove l’hockey è seguitissimo, al torneo di qualificazione alle Olimpiadi abbiamo affrontato squadre come la Cina, battendo anche i padroni di casa in un contesto dove c’era molta attenzione da parte dei media e una grande partecipazione del pubblico».
Le due final four di Coppa Italia sono uno dei punti più alti di una storia tutta bolognese che è partita quasi settant’anni fa dal cortile di uno studentato del centro città e, dopo varie sedi, sponsor e campi, da circa dieci ha trovato una nuova dimensione nel centro sportivo di via Raffaello Sanzio. «È uno dei risultati più importanti della società. Credo che non sia mai successo finora che una squadra che non milita nella massima serie (la maschile gioca in A1, il secondo campionato italiano, ndr) arrivasse in finale di Coppa Italia. Questo è il coronamento di un percorso, contando che c’eravamo sia con la squadra maschile che con quella femminile. Nonostante il risultato», commenta Pietro Amorosini. L’Ht Bologna arrivava alle f inali da underdog mentre entrambe le formazioni di Bra difendevano il titolo conquistato nel 2024 e sono andate ad arricchire una bacheca che, complessivamente, conta quasi 90 trofei. L'unico trionfo a livello di prime squadre per i bolognesi è arrivato solo nel 2018 con la vittoria dello scudetto indoor. Da quando nel 1959 il collegio universitario Torleone decise di supportare l’iniziativa di un sacerdote spagnolo di introdurre l’hockey fra le attività della residenza il nome della squadra è cambiato tre volte - fino al 1975 Torleone e f ino al 2004 Hockey Team 75 - per accompagnare altrettante fasi della crescita. Una realtà che fino al titolo italiano indoor del 2018 aveva vinto solo negli “Allievi” a cavallo fra anni ‘70 e ‘80.
La crescita dell’Ht Bologna sotto la guida della famiglia Amorosini è evidente soprattutto se si guarda alle categorie giovanili dove oggi è presente con sette squadre e dove gioca la maggior parte dei circa 200 tesserati. La scarsa diffusione dell’hockey su prato in Italia e la mancanza di sponsor obbligano le società a puntare sui giovani anche solo per sopravvivere. Come ricorda Pietro, negli anni Ottanta a Bologna c’erano varie squadre, dalla Cus Bologna - attiva dall’immediato dopoguerra e con una bacheca che comprende anche due scudetti outdoor, sei indoor e due Coppa Italia - alla Pontevecchio, dalla Pallavicini all’Hc Bologna: oggi sono quasi tutte sparite o sono fortemente ridimensionate. «Penso che noi siamo riusciti ad arrivare fin qui perché abbiamo cercato di costruire una realtà strutturata, che ha curato molto il rapporto con le scuole. Le altre società investivano solo sulle prime squadre e nel tempo questo si è rivelato un modello non sostenibile». I risultati sportivi hanno permesso di creare degli spazi che hanno anche un forte valore sociale per il quartiere Barca e per tutta la città. Qui si punta ad allargare la partecipazione piuttosto che mettere l’accento sulla ricerca della prestazione sportiva. «È uno sport piccolo e quindi deve cercare di accogliere tutti. Cerchiamo sempre di essere aperti con chiunque voglia provare, anche se non ha alcuna esperienza, andando oltre quelle che possono essere le valutazioni fisiche o tecniche», spiega Mattia. Il club sta cercando di creare un ambiente protetto e in grado di accogliere sempre più praticanti senza che emergano le dinamiche competitive che si vedono negli sport più popolari. «Qui non c’è quell’aggressività, quella tensione che si può vedere spesso fra i genitori nelle categorie giovanili delle squadre di calcio. Viviamo la partita un po’ come una festa, alla fine dell’incontro organizziamo sempre un terzo tempo con i componenti dell’altra squadra che sono avversari solo finché dura il match. Cerchiamo sempre di creare dei momenti di convivialità», sottolinea Pietro. Mattia e Ilaria hanno intenzione di continuare il progetto che vede la famiglia Amorosini al centro dell’Hockey team Bologna, in prima linea nel promuovere una realtà che spesso non viene percepita come un’eccellenza quando sotto le due torri si parla di sport.
In Italia l’hockey su prato è ancora poco conosciuto e come tante discipline che non possono contare su grandi numeri di pubblico spesso se ne parla solo quando una squadra vince un trofeo, mentre le sconfitte – anche in due finali - nascondono il percorso e allontanano l’interesse mediatico. «Spesso quando dico che sono un giocatore di hockey su prato mi chiedono se vado a cavallo o se gioco con i pattini – scherza Mattia - anche nella realtà di Bologna non c’è molta attenzione. Vorrei che più persone si impegnassero nelle attività delle varie squadre. Magari chi ora si limita a portare il figlio agli allenamenti potrebbe darci una mano a crescere e diventare parte integrante del gruppo come allenatore o dirigente». I progetti di Mattia per il futuro dell’Ht Bologna sono la traduzione della speranza di Pietro. «Ricordo quando i miei figli erano piccoli – dice il padre - e li portavo con me al campo. Ora sono loro che trainano la società. Non essendo uno sport con una grande partecipazione, l’hockey su prato è poco conosciuto in città ma i risultati di Mattia e Ilaria mi fanno pensare che altri potranno raccogliere la nostra eredità e proseguire in quello che abbiamo iniziato».