Letteratura
La porta di ingresso dell'abitazione di Giosue Carducci nella piazza omonima (foto Archivio Carducci e Sofia Civenni)
Pochi passi silenziosi oltre un cancello che oggi è automatizzato. E poi lo sguardo che si apre su un giardino ben curato, che sembra dormiente. E sul fondo di questo prato, racchiuso tra diverse abitazioni, campeggia l’albero di melograno a cui il piccolo Dante, figlio del poeta Giosue Carducci, tendeva «la pargoletta mano». Oggi sono passati 155 anni dalla tragica morte di quel bimbo, probabilmente di tifo: era il 9 novembre 1870. Morì nella casa del padre nella ora via Broccaindosso n.20, allora il civico 777 del rione di Santa Maria dei Servi. Nel 1871, proprio in quella casa e davanti a quella pianta, Carducci compose la celebre “Pianto antico”, in memoria del figlio. Oggi, vicino al melograno, la si può leggere incisa su una stele. Le prime due strofe sono volte proprio alla descrizione di quella pianta: il poeta è nel giardino di casa e racconta di quando il figlio tendeva la sua piccola mano verso l'albero di melograno dai fiori rosso vermigli per raccoglierne i frutti. Ora il giardino è silenzioso e deserto, ma tutto sta rifiorendo e rinascendo alla luce e al sole di giugno. La natura è ciclica, si rinnova, nonostante il dolore, il pianto umano. Quel pianto «antico» perché connaturato all’uomo, e inestinguibile è la tristezza per la fine di una giovane vita. Al rifiorire della bella stagione, si contrappone con drammaticità la morte del figlio, «estremo unico fior della vita», «inutile» perché legata inestricabilmente alla morte. Alla ciclicità del tempo naturale, dunque, Carducci contrappone la fissità della morte.
Il giardino di questa casa è oggi privato e visitabile grazie alla disponibilità dei condòmini. Fu molto amato da Carducci, insieme alla vigna di Lambrusco che lì coltivava. Le piante di vite furono orgoglio per il poeta, perché già nei primi anni producevano tanta uva che si trasformava in novanta litri di vino per «saziare la moglie». Questo lo raccontava il letterato stesso all’amico Giuseppe Chiarini. Il melograno fiorisce ancora ogni giugno, ormai da tanti anni. Fino a circa cinquant’anni fa proprietaria dell’abitazione era la famiglia Natali, che ha conservato la memoria di quest’albero inviando ogni anno i fiori alla figlia di Carducci, fino alla sua morte nel 1964. Giosue Carducci abitò qui con la sua famiglia dal 1861 fino al 1876, in un piccolo appartamento "luminoso e sereno", sulla sinistra del loggiato d'ingresso. Come si legge nella lapide all'esterno, da queste mura Carducci «lanciò all'Italia i Giambi ed epodi». Vi scrisse inoltre tutte le poesie della raccolta “Levia Gravia” e alcune “Rime nuove”, tra cui, appunto, “Pianto antico”. Visse qui con molta semplicità, tra gli studi e gli affetti.

L'albero di melograno in via Broccaindosso La targa che ricorda il poeta fuori dalla casa
Decise di lasciare “Brocca in dosso” spinto dal ricordo dei lutti recenti, quello del figlio ma anche della madre, e dalla necessità di avere più spazio per la sua biblioteca. Si trasferì quindi in Strada Maggiore al 37: il palazzo era proprietà del chirurgo Francesco Rizzoli. Dal 1890 poi, fino all’anno della sua morte, nel 1907, il poeta abitò nella casa lungo la cinta muraria fra porta Maggiore e porta Santo Stefano, che oggi prende il suo nome ed è sede di un istituto culturale a lui dedicato. La nuova abitazione era stata scelta dal poeta-professore anche per la posizione solitaria. Allora era quasi in campagna, lontana dal frastuono cittadino che lo aveva infastidito quando alloggiava in centro storico. Inoltre, era comoda e spaziosa, e ben adatta ad accogliere una raccolta libraria che intorno al 1880, fra acquisti, scambi e doni, era cresciuta a dismisura contando più di quarantamila unità. Fu l’ultima casa che accolse il poeta.
La storia bolognese di Carducci, nato in Versilia nel 1835, cominciò nel 1860: il ministro dell’istruzione Mamiani gli propose la cattedra di Eloquenza italiana, che sarebbe poi divenuta Letteratura italiana, all’Università di Bologna. Probabilmente l’aspettativa del giovane professore mirava all’ateneo fiorentino, ma accettò l’incarico e lo mantenne fino al 1904. L'offerta rappresentò un importante riconoscimento della sua opera e della sua abilità poetica. Arrivò a Bologna la sera del 10 novembre: scese dalla diligenza di Firenze alla posta di via dei Vetturini, ora via Ugo Bassi, un giovane «dall'aspetto irsuto e quasi selvatico». Nei primi giorni alloggiò alla Locanda dell'Aquila Nera, in piazza dei Caprara, che oggi è compresa nel tracciato di piazza Roosevelt. Ad accoglierlo c'era un giovane insegnante veneto, Emilio Teza, professore di Letterature comparate nell'Ateneo. Nei primi momenti passarono assieme molto tempo, e anche successivamente fu uno dei pochi che Carducci frequentò. Si trasferì successivamente per un breve tempo in una casa, che venne poi abbattuta, al n.11 dell’allora via del Carbone, oggi Venezian. Il 22 novembre pronunciò la sua “Prolusione alle lezioni nella Università di Bologna”, un excursus nella storia letteraria italiana. In un articolo sulla “Nazione” di poco dopo, lamentò lo scarso numero di studenti iscritti: solo trecento in tutta l'Alma Mater. Nessuno di questi nella facoltà di filologia. Il 15 gennaio 1861 cominciò le lezioni: raccontò agli amici di volersi concentrare principalmente sullo studio delle “Tre corone”, la triade portante della letteratura italiana, composta da Dante, Petrarca e Boccaccio. Solo successivamente volle approfondire i secoli seguenti. Faceva lezione all'Università nei pomeriggi dei giorni dispari, per due ore consecutive, dalle 15 alle 17: la prima di letteratura italiana, la seconda di letterature neolatine. Dalla “casa del melograno”, un piccolo appartamento «luminoso e sereno», sulla sinistra del loggiato d'ingresso, Carducci preparava le lezioni per andare a impartire il suo sapere ai pochi studenti che seguivano i suoi corsi, in un’Università all’epoca decaduta. Il poeta lamentava l’interesse dei giovani per altre discipline più accattivanti per i tempi. Il numero dei suoi allievi andò via via calando, «perché la lezione di diritto commerciale messa su ultimamente mi toglie tutti i giovani». La mattina del 22 gennaio non poté nemmeno fare lezione, essendosi presentati solo in tre. Il progetto di Mamiani era quello di rivitalizzare l’università bolognese, chiamando a raccolta personalità già distintesi nei vari settori, tra cui Teza e Carducci stessi. Ci riuscirono, e diedero un nuovo smalto all’Università di Bologna. Carducci portò rigore filologico e un metodo critico moderno allo studio della letteratura e rivalutò autori considerati minori. In questo modo contribuì a definire il canone della letteratura italiana studiato ancora oggi. Il professore e poeta, inoltre, presiedette la commissione che nel 1888 stabilì la data di fondazione dell’università nel 1088. Un evento che segnò l’inizio del suo ruolo di “Mater Studiorum”. L’aula dove Carducci insegnò per 44 anni Eloquenza e oggi a lui dedicata è visitabile all’interno di Palazzo Poggi, in via Zamboni 33, cuore della vita universitaria.
Il repubblicano, laico e progressista Carducci, nel tempo libero dalle lezioni, iniziò a frequentare il centro storico. I luoghi prediletti dal poeta professore furono il Caffè del Pavaglione e la libreria Zanichelli, sotto il portico dell’Archiginnasio, davanti all’allora piazza della Pace, oggi Galvani. Dopo un periodo di decadimento, grazie a una nuova gestione dal 1866 il Caffè divenne luogo di incontro di cittadini di ogni estrazione sociale, ritrovo di molte persone colte. È a Carducci che il Pavaglione è «debitore della massima gloria» e della fama di «caffè delle persone serie». Il poeta veniva accolto alla porta da un cameriere che gli toglieva il soprabito e gli porgeva l’edizione del giornale milanese “Il Secolo”. Dopo un’attenta lettura, Carducci faceva una partita a carte o partecipava alle vivaci discussioni. Su Carducci al Pavaglione esiste una interessante testimonianza di Augusto Lenzoni, cronista dell'epoca: «Non istà fermo un istante. Un pò di vino generoso gli eccita i nervi e gli scioglie lo sciolinguagnolo in una maniera incredibile. Parla di tutto e di tutti: tira fuori versi d'Orazio e di Virgilio, di Dante e del Foscolo». La sera del primo marzo 1898, in una saletta al piano superiore del Caffè del Pavaglione si tenne la prima riunione della “Academia della Lira”. Si poteva diventare parte semplicemente andando a una delle magrissime cene, dal prezzo inferiore ad una lira, che si tenevano nelle trattorie bolognesi. Ma nessuno osò mai invitare Carducci alle serate della Lira. Il poeta arrivò a protestare per il «prestito forzato» di un suo sonetto, che fu pubblicato sulla “Strenna della Lira”. La vicina libreria Zanichelli era a quei tempi, grazie alla collaborazione con l’Università, il centro più importante della vita intellettuale bolognese. Inizialmente Carducci stava in disparte a guardare i libri e ad assistere alle discussioni altrui. Fu poi Zanichelli a stampare in proprio le “Odi Barbare”. Da questo momento il professore legò il suo nome alla libreria del Pavaglione, coinvolgendo anche amici scrittori. Carducci spesso si tratteneva a chiacchierare lì fino all’ora di pranzo. Nel tardo pomeriggio lo si poteva trovare «chino su un libro aperto», o a giocare a briscola, sorseggiando Lambrusco.
Dopo che la sua salute peggiorò ulteriormente, in seguito a un ictus che portò alla paralisi della mano e del braccio destro, nell'autunno 1899 Cesare Zanichelli riservò a Carducci un piccolo studio all'interno della libreria. Qui egli «indugiava più ore consultando libri e giornali, correggendo bozze di stampa e scrivendo la sua corrispondenza». Nel 1935 la casa bolognese cominciò a pubblicare l'edizione nazionale delle opere di Carducci. Nel 1904 lasciò l’insegnamento. Nel 1906 vinse il premio Nobel per la letteratura: era ormai costretto in casa. La sera del 10 dicembre il barone svedese Carl Bildt, ambasciatore di Svezia a Roma, si recò a casa sua per assegnarglielo. Carducci fu il primo italiano a vincerlo. La sua cattedra venne affidata quello stesso anno a Giovanni Pascoli, essendosi suicidato Severino Ferrari, allievo e successore designato da Giosue stesso. Pochi mesi dopo, il 16 febbraio 1907, Carducci morì in quella casa che venne comprata dalla regina Margherita e che venne ceduta al Comune. Qui vennero conservati gli oggetti e i mobili originali, compresa la vasta raccolta di libri e nel 1990 fu qui trasferito il Museo del Risorgimento. Carducci stesso dal 1893 era entrato nella commissione per la musealizzazione della raccolta dei cimeli risorgimentali. In occasione del centenario dalla nascita dello scrittore, in pieno regime fascista, i resti del poeta vennero traslati dalla sua tomba di famiglia nel cimitero della Certosa, sempre a Bologna. La parte visibile costituisce il monumento, mentre le sepolture si trovano nella cripta sottostante. Trovano qui riposo, oltre al poeta, la madre Ildegonda Celli, la moglie Elvira, i figli. Accanto alla casa museo sorge nella piazza a lui dedicata la grande statua onoraria realizzata in marmo di Carrara da Leonardo Bistolfi. Viene rappresentata la figura del poeta, seduto. A sinistra il gruppo della Natura, a destra il gruppo del “Sauro destrier della canzone”, raffigurante la feconda Fantasia e la Tecnica che la disciplina. Il poeta di marmo vive così assorto tra le compagne della sua vita: la natura e la poesia.
Oggi l'albero di "Pianto antico" è in un cortile privato