Il libro
La copertina del libro (foto Ansa)
"Nella Carne" di David Szalay (Adelphi) è uscito a ottobre, un mese dopo ha vinto il Booker Prize entrando di diritto nell’olimpo degli scritti di quest’anno. Il libro è una diretta riscrittura del Barry Lyndon di Kubrik ma calata nel XXI secolo e, in appena 330 pagine, è in grado di convincere che il maschio bianco europeo abbia ancora qualcosa da dire dopo almeno qualche secolo che l’argomento sembrava esaurito. Szalay racconta la storia di István a partire dalla sua adolescenza mentre scopre la sua sessualità, non a caso il libro comincia con poche battute tra il protagonista e un amico mentre gli chiede: “Tu l’hai mai fatto?”. Si parla di un uomo alienato che si sente distaccato dalla propria vita, partendo da un trauma e poi precipitando quasi accidentalmente nella scala del successo. István non è in grado di comunicare efficacemente i suoi mondi interiori, e la scrittura ne amplifica l'effetto tenendo il lettore al di fuori della sua coscienza. Ciò che István sperimenta (o almeno ciò che viene rivelato) sono sensazioni fisiche: la carne che dà il titolo è il suo corpo durante il sesso, i momenti di oblio post coito e il dolore che punteggia la vita dell’uomo, tuttavia, il modo in cui le sue emozioni si relazionano alle sensazioni fisiche rimane volutamente poco chiaro. Un altro tema cardine è l’analisi delle sfaccettature della mascolinità contemporanea, indagata raccontando l’ascesa e la caduta di quest’uomo che attraversa decenni, eventi storici (pandemia di Covid in testa) e classi sociali. Uno scrittore, Szlay, nato in Canada ma che, come il protagonista del libro, ha sangue ungherese.
La recensione è stata pubblicata nel n.10 del Quindici del 18 dicembre