Il dossier

La copertina dell'analisi di "Reporters sans frontières"

 

I giornalisti uccisi nel mondo nel 2025 sono stati 67. Come se la nostra intera redazione fosse morta per tre volte. Altri 503 sono in carcere, 20 sono ostaggi e di 135 non si sa che fine abbiano fatto. Sono i numeri del riepilogo annuale realizzato dall'organizzazione non governativa senza fine di lucro "Reporters sans frontières", attiva in tutto il mondo per difendere il diritto a un’informazione libera e affidabile. Nel 2025 a eliminare fisicamente i giornalisti sono state soprattutto forze armate, regolari o paramilitari e criminalità organizzata.

Le Forze di difesa israeliane sono quelle con le mani più sporche di sangue: 29 giornalisti uccisi a Gaza nel 2025, ma se si guarda ai numeri dallo scoppio del conflitto nell’ottobre 2023 si sale a 220, di cui 65 a causa della loro professione o proprio sul campo mentre la stavano svolgendo. Rimasta particolarmente nella memoria è la data del 25 agosto, quando un attacco israeliano ha colpito un edificio nel complesso medico al-Nasser, noto per ospitare anche uno spazio di lavoro per giornalisti, uccidendo il fotografo di "Reuters" Hossam al-Masri. Altri tre giornalisti sono stati uccisi otto minuti dopo nel “double tap”, strategia che consiste nel colpire di nuovo poco dopo il primo attacco per causare vittime tra soccorritori e feriti, una pratica ritenuta crimine di guerra dal diritto internazionale. Il secondo paese più pericoloso del mondo per un giornalista non è un altro scenario di guerra, l’Ucraina, ma il Messico. Il Cartello di Jalisco nuova generazione ha assassinato in un anno nove giornalisti che cercavano di portare alla luce i legami fra politica e criminalità organizzata. Chiude questo triste podio proprio il fronte ucraino, dove sono morti un giornalista francese e un uomo e una donna ucraini, divenuti bersaglio dei droni russi malgrado indossassero indumenti che li identificavano come membri della stampa. Le altre vittime sono distribuite su più paesi, ma colpisce in particolare il caso del saudita Turki al-Jasser, giustiziato in Arabia dopo anni di carcere per l’accusa di terrorismo dovuta alle sue pubblicazioni in rete.

Lo stato con più giornalisti dietro le sbarre è invece la Cina, che raggiunge la tripla cifra di 121, mentre gli jihadisti in Siria e gli Houthi dello Yemen, entrambi satelliti del regime iraniano, sono quelli che ne tengono di più in ostaggio. Infine una tendenza dell’anno è stata quella delle forze dell’ordine di ostacolare il lavoro di giornalisti che documentavano manifestazioni e proteste in giro per il mondo: Nepal, Ecuador, Indonesia, ma anche Francia e Stati-Uniti. 

Se in occidente e in particolare in Italia i giornalisti non muoiono in guerra e difficilmente vengono arrestati per il loro tesserino, non significa che non ci siano problemi. La graduatoria realizzata sempre da Rsf degli stati del mondo in cui la stampa è più libera piazza l’Italia al 49esimo posto. Ultimi tra le democrazie europee occidentali, con altre tre posizioni perse rispetto al 2024. Dei cinque indicatori usati per comporre la graduatoria, sicurezza della stampa, indipendenza politica, economica, legislativa, e socio-culturale, lo Stivale realizza il punteggio peggiore proprio nell’ultimo, ovvero “l’impatto dei vincoli sociali e culturali derivanti da questioni quali genere, classe sociale, etnia e religione che ostacolano la libertà giornalistica e incoraggiano l'autocensura”.

Anche i dati dell’osservatorio "Ossigeno per l’informazione" raccontano un problema preoccupante: i giornalisti che hanno subito intimidazioni in Italia nei primi sei mesi dell’anno sono stati 361, il 78% in più del 2024. Ben 107 casi si configurano, secondo Ossigeno, come vere e proprie violazioni della libertà di informazione. Le minacce sono arrivate soprattutto da politici, amministrazioni territoriali e dalla società in generale, soprattutto attraverso avvertimenti, insulti sui social e cause legali. Siamo infatti uno dei paesi col più alto numero di querele temerarie, denunce per diffamazione sporte da chi sarebbe danneggiato dal lavoro giornalistico e dunque cerca di scoraggiare il cronista con il timore di lunghi processi e spese legali. Ma siamo anche lo stato in cui Roberto Saviano è sotto scorta perché bersaglio della criminalità organizzata, in cui viene messa una bomba sull’auto di Sigfrido Ranucci, in cui la presidente del Consiglio tiene conferenze stampa senza accettare domande dai giornalisti e in cui quando gli attivisti pro Palestina devastano la redazione di un giornale uno dei commenti suona come “serva da monito per migliorare”. Sarebbe superfluo ricordarlo, ma una stampa libera e sicura non farebbe bene ai soli giornalisti, bensì anche a chi ne usufruirebbe, l’intera società.