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Un recente comunicato di fondazione Gimbe, associazione che opera per garantire una sanità pubblica equa e sostenibile, ha messo la lente d’ingrandimento sulle carenze del sistema sanitario. Mancanze da cui non è immune nemmeno l’Emilia-Romagna, una delle regioni italiane che in questo settore ha sempre avuto un alto livello di qualità. Tra le principali lacune registrate oggi e che potrebbero acuirsi negli anni, c’è quella dei medici di base, i medici di famiglia, che sono sempre meno e con sempre più pazienti. Si respira inoltre scetticismo per quanto riguarda la bozza di riforma che sposterebbe questi medici dal rapporto di convenzione col sistema sanitario pubblico a quello di dipendenza diretta, rendendoli di fatto dipendenti pubblici. Parla del problema Salvatore Bauleo, segretario provinciale bolognese della Federazione italiana medici di medicina generale.
Dottor Bauleo, la riforma che porterebbe i medici di famiglia dalla convenzione alla dipendenza pubblica potrebbe aiutare la medicina generale?
Assolutamente no. Perderemmo la nostra autonomia, sarebbe al contrario di un aiuto la fine della medicina generale. Il rapporto fiduciario che abbiamo con i nostri pazienti, la vicinanza anche fisica che abbiamo con loro, la flessibilità nell’adeguare il nostro lavoro alle necessità, verrebbe tutto meno. Frapporre la struttura aziendale fra noi e gli assistiti spezzerebbe il legame diretto essenziale. E ricordiamo che i sondaggi ci dicono che ancora oggi i medici più graditi in Italia sono i medici di famiglia, proprio in virtù della loro vicinanza. Non risolverebbe in nessun modo il problema della copertura del territorio causato dalla carenza di medici, anzi peggiorerebbe la situazione.
In che modo?
L’obiettivo vero di questa riforma è spostare i medici di medicina generale dai loro ambulatori alle Case di comunità finanziate col Pnrr, per non lasciare che rimangano cattedrali vuote. Ma concentrare i medici in questi luoghi intacca ulteriormente l’essenziale capillarità territoriale che sarebbe l’obiettivo fondamentale del medico di famiglia. E nelle zone dove il medico non ci sarà più perché si è dovuto spostare a chilometri di distanza il cittadino sarà costretto a rivolgersi alla sanità privata. Un anziano con malattia cronica non avrà più chi lo segue vicino a casa e così via.
Fimmg o altri gruppi stanno venendo ascoltati dalla politica per questa riforma?
No. Come tutti siamo venuti a sapere de disegno di riforma dai media che hanno raccolto indiscrezioni mentre la politica taceva. E anche adesso che l’idea è nota nessuno ci sta interpellando. Solo Forza Italia sta proponendo un’alternativa per cui i medici dovrebbero passare alcune ore nelle Case di comunità anziché tutta la loro giornata, come tra l’altro già prevede il nuovo accordo collettivo nazionale. Io stesso già ora lavoro in una Casa.
Secondo la stima di Gimbe in regione mancano cinquecentotrentasei medici di famiglia, la situazione su Bologna com’è?
In città al momento riusciamo a coprire le necessità dei cittadini. I problemi veri sono nella provincia, nelle zone più isolate, in particolare nei territori appenninici. Lì è sempre più complesso riuscire a garantire la capillarità del servizio. Sono in arrivo nuove leve ma la formazione in medicina generale dura tre anni. C’è stata una mancanza nella programmazione del ricambio e siamo in un periodo di affanno. Nulla che la Fimmg non avesse previsto e segnalato.
La principale causa della carenza di nuovi medici?
Il lavoro ha perso attrattiva, e le ragioni sono molte. Siamo sottoposti a un carico burocratico insensato che toglie tempo all’effettiva pratica medica e i tavoli creati per snellire lavorano ma non vengono ascoltati. Poi la remunerazione non adeguata. Sfatiamo una volta per tutte il falso mito del medico di famiglia che fa poco e guadagna tanto. I costi per l’ambulatorio, la gestione, gli stipendi del personale di supporto ricadono tutti sul medico.