Il caso

I volontari dell'associazione Soccorso Civile

«Siamo pienamente consapevoli del rischio che corriamo, quello di essere condannate, ma mettiamo in gioco la nostra libertà per il bene e la libertà di tutti i malati, non solo di pochi». È con questa convinzione che Felicetta Maltese e Virginia Fiume, attiviste dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, si sono recate oggi alle 11.45 alla caserma dei Carabinieri di via Vascelli, a Bologna, per autodenunciare la loro azione di disobbedienza civile.

Azione che consiste nell’aver accompagnato, lo scorso lunedì 6 febbraio, Paola R., bolognese di 89 anni, da otto anni affetta e paralizzata dal Morbo di Parkinson, a portare a compimento la sua scelta di suicidio assistito in una clinica svizzera, dove è morta ieri.

La signora Paola si era rivolta a novembre 2022 al Numero Bianco dell’associazione Luca Coscioni, impegnata dal 2002 nella promozione del diritto all’autoaffermazione individuale delle persone malate, per mettersi in contatto con Marco Cappato, fondatore dell’organizzazione Soccorso Civile, la stessa che negli ultimi giorni l’ha aiutata a mettere fine alla sua sofferenza.

Una scelta lucidamente consapevole, maturata dal fatto che, pur essendo nel pieno delle sue facoltà mentali e intellettive, il suo corpo era completamente immobilizzato dalla malattia, fatta eccezione per una mano, il solo arto che le consentiva di comunicare a gesti.

«Nonostante il Parkinson, Paola riusciva a comunicare benissimo, era completamente lucida e non aveva la minima incertezza in niente», dice Felicetta Maltese, «non è giusto che una persona sia costretta a vivere prigioniera di un corpo, in uno spazio ancora più stretto di una cella del carcere. Per questo lottiamo».

In Italia, infatti, il suicidio assistito non è attualmente consentito alle persone disabili e malate che, pur soffrendo di patologie irreversibili e invalidanti, non dipendano da trattamenti di sostegno vitale. Per questo l’aiuto fornitole da Felicetta Maltese e Virginia Fiume costituisce un reato punibile con diversi anni di carcere, precisamente da 5 a 12.

«È importante che in questa battaglia io e Maltese non siamo da sole. Ci sono altre 16 persone che si sono unite all’Associazione Soccorso Civile e sono 1 milione e 200 mila i cittadini italiani che avevano firmato per il Referendum che non si è potuto tenere. Continueremo a lottare in tutte le forme possibili finché ci sarà una legge sul fine vita in Italia che affermi la libertà di scelta delle persone», sottolinea Virginia Fiume.

Ad accompagnarle in caserma per esporre l’autodenuncia lo stesso Marco Cappato, responsabile legale dell’associazione Soccorso Civile, che ha colto l’occasione per esprimere il suo disappunto nei confronti degli organi di governo: «La loro azione, insieme con la mia, ha l’obiettivo di interrompere una violenza che le leggi dello Stato italiano continuano a provocare su troppe persone che soffrono. La nostra proposta di legge è stata depositata ormai quasi 9 anni fa. Ma nessun governo, di nessun colore, si è dimostrato in grado di affrontare questo tema, altrimenti oggi non saremmo qui».

Come ricordato da Caterina Garone, volontaria della cellula territoriale Coscioni di Bologna e oggi presente in via Vascelli, lo scorso dicembre, dopo aver raccolto trecentocinquanta firme, è stata depositata una proposta di legge regionale per poter avere un protocollo che segua la sentenza Cappato per il suicidio medicalmente assistito.

«Questa è una grande opportunità per la nostra Regione. Speriamo di avere il parere positivo della Consulta, che dovrebbe esprimersi a breve, in quanto permetterebbe di avere una commissione stabile che possa valutare le condizioni dei pazienti e che rimandi al comitato etico la decisione finale. L’aspetto in cui noi crediamo fermamente è che questa terapia possa essere erogata attraverso il sistema sanitario nazionale, quindi attraverso i fondi regionali», conclude Garone.

 

Nell'immagine gli attivisti della cellula Coscioni di Bologna. Foto di Gloria Roselli.