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Carlo Verdone in Piazza Maggiore (foto di Giulia Goffredi)

 

«Stasera sento un abbraccio meraviglioso da parte della gente. Dopo 46 anni, ma chi se lo sarebbe aspettato? Sono un tipo freddo, ma ogni volta che vengo qua sento il cuore che mi batte. Voglio molto bene ai bolognesi». È con queste parole cariche di emozione che Carlo Verdone si rivolge ai giornalisti poco prima di salire sul palco di una Piazza Maggiore gremita. Ci sono persone ovunque, dietro alle sedie, di lato, sui gradoni di San Petronio. Nemmeno lì ci si riesce a sedere. La prima proiezione del festival “Il Cinema Ritrovato”, giunto alla sua 40esima edizione, sta per iniziare. È la versione restaurata di “Bianco, Rosso e Verdone” (1891), seconda pellicola girata dall’attore e regista romano, che definisce un «bellissimo regalo» da parte della Cineteca di Bologna.

Un appuntamento rinnovato con la città, dopo quello dell’anno scorso in occasione del restauro di “Un sacco bello” (1980), il suo film d’esordio. Ma Verdone guarda anche al futuro, alla nuova opera su cui sta lavorando: «Non so quando uscirà in sala. Abbiamo iniziato a scriverlo, ma dobbiamo ancora decidere se gireremo già da metà ottobre o da metà marzo del prossimo anno. Quello che posso anticipare è che avrà un impianto corale e che sarà un road movie». Passerà anche da Bologna? «Tutto è possibile, sarebbe una tappa bellissima», risponde Verdone ai cronisti.

Un coro di personaggi e un film sulla strada. Gli stessi ingredienti di “Bianco, Rosso e Verdone”, che negli anni ne hanno fatto un vero e proprio cult del cinema comico italiano. Uno spaccato degli anni ‘80, di un Paese che aveva perso la bussola, di scontri, di confusione, di disillusione politica. Ma che all’epoca non fu compreso da molti. «Questo è il film più visto e più proiettato in televisione – spiega il regista – ma all’epoca non tutti lo capirono, anzi lo criticarono. Il tempo gli ha restituito giustizia, perché c’è tanta poesia e tanta attenzione alla psicologia dei personaggi».

A partire dai tre ruoli interpretati dallo stesso Verdone. Pasquale Amitrano, il materano residente a Monaco di Baviera che per primo intraprende il “viaggio della speranza” per arrivare al seggio elettorale a Roma. «Fu un grande atto di coraggio da parte mia – ricorda l’attore una volta salito sul palco – perché volevo fare un personaggio muto e non l’avevo mai fatto prima. Andai a intuito, giocando con la mimica». Poi c’è Furio Zoccano, logorroico e nevrotico, «il famoso marito rompicojoni». Odiato visceralmente da Sergio Leone, produttore del film, e adorato invece da Alberto Sordi, che assieme a Monica Vitti partecipò alla primissima proiezione del film, riservata a pochi amici. E infine Mimmo, «il Leo di “Un sacco bello” che ritorna con un altro nome», che ha bisogno di un nuovo personaggio con cui duettare. Si tratta di Elena Fabrizi, sorella di Aldo, nota a tutti come “Sora Lella”. «Ebbi l’intuizione di chiamare sul set questa vecchia signora romana, che aveva fatto tanti piccoli ruoli nelle commedie anni ’50-’60. Lavorava a Radio Lazio e faceva ridere tutti, per via dei modi molto spicci con cui dava consigli alle donne che avevano preso le corna dai mariti». Un’altra scelta che si sarebbe rivelata indovinata, ma che ancora una volta Leone non condivideva assolutamente: «Aveva i trigliceridi troppo alti!».

Tuttavia, non fu solo la pressione di un produttore esigente e difficile come Leone a rendere la lavorazione più impegnativa di “Un sacco bello”. Perché, oltre alla paura di fallire, c’erano anche aspetti operativi da considerare. «All’epoca i miei film costavano poco, il primo 360 milioni di lire, questo 420. Ma per fare le riprese mi dovevo svegliare alle 6 meno un quarto di mattina e guidare da solo in autostrada, fino a sopra L’Aquila, con la mia Fiat 127 bianca base. Le elezioni dovevano essere ambientate a giugno, ma noi giravamo a ottobre, per cui avevo sempre 37, 37 e mezzo di febbre».

Ma ci sono anche tanti professionisti che contribuirono al successo del film, da ricordare caramente. Ennio Morricone che si mise alla prova con una colonna sonora dai toni comici, insolita per lui. Il montatore Nino Baragli. Il direttore della fotografia Luciano Tovoli. Lo sceneggiatore Piero De Bernardi, cui si deve l’idea del titolo, inizialmente osteggiato da Verdone. «Mettere il mio cognome mi sembrava troppo presuntuoso, il film parlava dell’Italia. Ma alla fine passò», ricorda il regista. 

Compagni di lavoro, ormai tutti ormai scomparsi. Cui Verdone dedica parole commosse, compreso Massimo Troisi, che da rivale – il suo esordio “Ricomincio da tre” (1891) uscì in contemporanea a “Rosso, Bianco e Verdone”, sorpassandolo subito al botteghino – divenne ben presto un amico sincero, con cui condividere serata di musica o al cinema. 

«Questa è la magia del cinema. Rende immortale un personaggio, perché lo fa rivivere per sempre. E così ci permette di rivedere gli attori nella loro migliore recitazione», conclude Verdone. Ed ecco che il palco si svuota, le luci si spengono, cala il silenzio. E la magia comincia.

 

Verdone, Scorsese e il Cinema sotto le stelle