la mostra

Un'opera della collezione in mostra (foto Ansa) 

 

L’essenza dell’artigianalità emiliano-romagnola nel cuore del capoluogo. Si chiama “Æmilia Ars per Bologna. L’arte e la città” la mostra aperta fino al 9 settembre nel Museo civico medievale di via Manzoni 4. Se volete immergervi nell’atmosfera di una Bologna del diciannovesimo secolo, questa esposizione fa per voi. Qui disegni, merletti, progetti di ceramiche e oggetti in stile liberty avvolgono i visitatori, facendoli sentire cittadini di un’epoca ormai passata. Distese di lenzuola bianche interamente ricamate o qualche ritaglio sotto teca catturano in particolar modo l’attenzione, così come i bozzetti di preparazione di lampadine o maioliche ricche di decorazioni: da ciascuno di essi trapela precisione, cura nei dettagli, ricercatezza. Insomma, guardandosi intorno si percepisce un’atmosfera antitetica a quella della società odierna. Niente fretta, nessuna produzione in serie, solo pezzi unici e artigianali, nonostante quell’epoca fosse in piena fase di industrializzazione. Curata da Silvia Battistini, Giancarlo Benevolo e Mark Gregory D’Apuzzo, l’esposizione racconta la storia dell’omonima società nata nel 1898 grazie a un gruppo di visionari guidati da Alfonso Rubbiani. Il movimento Aemilia Ars aveva tra gli obiettivi il rinnovamento estetico delle arti decorative e, nel tempo, non ha solo creato oggetti ma ha ridisegnato il gusto e lo stile di Bologna a cavallo tra Ottocento e Novecento. Non a caso sulla parete d’ingresso della sala si trova una scritta emblematica: “Promuovere e facilitare lo studio, la buona produzione e la commerciabilità delle arti decorative e industrie artistiche nella Regione Emiliana, allo scopo preciso che quanto è arredamento e decoro interno della casa, acquisti una praticità migliore ed un miglior senso artistico, cosicché aumentandosene la ricerca e la produzione, ne venga profitto agli artisti, agli industriali, agli operai”. È il secondo articolo dello statuto di Aemilia Ars, ma è anche una frase che racchiude l’intento della stessa mostra.

 

La recensione è tratta dal n. 23 di "Quindici" del 30 giugno 2026