Il Quindici

Il cantautore Roberto Vecchioni (foto Ansa) 

 

L’amore quello vero, in quella concezione assolutamente classica di un sentimento che fin dalle sue radici nell’antica Grecia è arrivata fino a noi. E che Roberto Vecchioni da sempre porta sul palcoscenico strizzando l’occhio a una lavagna immaginaria alle sue spalle, simbolo e strumento indispensabile per la divulgazione del sapere che il cantautore milanese ha fin dall’inizio affiancato alla musica. Per ché i suoi concerti sono prima di tutto lezioni, fuori da ogni intento lezioso e moralistico, al di là di qualsiasi volontà di trasfusione di un sapere sterile, asettico, che della verbosità ne farebbe solo la sua controparte inutile. No, Vecchioni, tra un successo e l’altro, tra “Samarcanda” e “Chiamami ancora amore”, tra “Vincent” e “Luci a San Siro”, quel sapere e quella tanto appesantita cultura la fa propria, la rimescola nel calderone poetico della sua anima e la ributta fuori in pillole. Lui che “ha conosciuto il dolore”, la tragica perdita di un figlio, la libertà assoluta del pathos da quarant’anni abbarbicato tra le braccia dell’adorata moglie che insieme alla parola (il logos) e al senso di profonda identità dell’individuo (l’ethos) il pubblico lo persuade davvero, fiducioso nella possibilità di un riscatto, di una risalita, di una voltata di pagina che non è mai di spalle. Anzi è quasi un filo leggero che diffonde una corrente continua e mai alternata di empatia tra chi ascolta sulle poltroncine dell’EuropAuditorium e chi canta e parla su quel palcoscenico. In camicia scura e jeans, lì con ottantadue anni sulle spalle di una vita vissuta intensa mente, tra le storie dei tanti incontri e i rimpianti di un momento scappato di mano, lasciato cadere così, senza poter far nulla. In un misto inestricabile di grazia e profondissima tristezza, malinconia seducente come puttane che sbirciano maliziose dall’uscio della porta, tentandoti languidamente. E subito repellendoti, con il controcanto di bellezza che sempre e comunque Vecchioni cerca di trasmettere. E che in effetti trasmette.

 

La recensione è tratta dal n. 20 di "Quindici" del 21 maggio 2026