Il Quindici
Il 76% degli italiani fra i 15 e i 74 anni ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi (foto Ansa)
L’editoria italiana sta attraversando una fase di riorganizzazione che mette sotto pressione soprattutto le realtà medio-piccole, chiamate a bilanciare qualità editoriale e sostenibilità economica in un mercato sempre più orientato alla quantità. In questo contesto, Bologna non fa eccezione. Tra grandi gruppi e realtà indipendenti, una rete di circa ventcinque case editrici prova a mantenere l’equilibrio tra identità e continuità produttiva, da Zanichelli a Il Mulino, fino a Minerva, Pendragon e Giraldi. Secondo l’ultimo rapporto dell’Aie (Associazione Italiana Editori), «il 2024 non è stato un anno positivo per l’editoria italiana e i dati della prima metà del 2025 confermano che il settore sta attraversando una nuova fase».
Nel 2024 il mercato interno dell’editoria ha raggiunto i 3,234 miliardi di euro, in calo dell’1,4% rispetto al 2023, circa 45,3 milioni in meno. Il trend negativo si è rafforzato nei primi nove mesi del 2025 con il mercato trade (cioè la vendita di narrativa e saggistica in formato cartaceo) che ha registrato 68 milioni di copie vendute, 1,9 milioni in meno rispetto all’anno precedente, per un valore complessivo di 995,3 milioni di euro, in flessione del 2%, pari a 20,7 milioni. A incidere sono soprattutto gli acquisti con le carte per i neo diciottenni, calati dai 97,5 milioni di euro del 2023 ai 66,6 milioni del 2024 e ai 39,5 milioni del 2025, con una perdita di 58 milioni in due anni. A partire da luglio, inoltre, l’andamento mensile delle vendite è tornato positivo, pur senza recuperare la flessione accumulata nei primi sei mesi. Per quanto riguarda i canali di vendita, sono in crescita le librerie fisiche, mentre calano i negozi online e i supermercati.
Un esempio concreto della fragilità del settore è la crisi della Bologna University Press. La casa editrice controllata interamente dalla Fondazione Alma Mater è in perdita strutturale di circa 370mila euro ma un accordo sindacale ha evitato l’esternalizzazione di certe attività e riduzioni d’organico, che avrebbe ridotto il numero di dipendenti da 11 a 6. L’editoria regionale comunque ospita anche esempi di realtà che riescono a crescere senza sacrificare la loro linea editoriale. Si tratta di case di medie dimensioni, radicate nel territorio ma con una visione chiara, che puntano su identità riconoscibile e su un riscontro con il pubblico. È grazie a loro se Bologna riesce a tenere testa ai giganti del libro come Roma e Milano, perché loro danno spazio a nuovi autori e prospettive per analizzare i temi più diversi.
Il primo caso è quello di Pendragon, casa editrice bolognese nata nel 1994 e specializzata in narrativa, saggistica e testi legati alla cultura contemporanea, con circa 3.000 pubblicazioni totali, quasi 130 ogni anno in sessanta ambiti diversi. I testi con marchio Pendragon passano tramite una selezione rigorosa, per poter unire elementi di novità a significati rilevanti. Le pubblicazioni sono svariate: si va dai libri fotografici su Vasco Rossi a una pregiata collana di architettura novecentesca fino a pubblicazioni legate alla musica classica. Racconta Antonio Bagnoli, fondatore e direttore di Pendragon: «Siamo una realtà che non si fa guidare dalle vendite o dalle mode, ma punta a fare cultura su temi come inclusione e vivere civile. Non inseguiamo il successo immediato ed evitiamo libri facili per costruire un catalogo solido e di qualità».
Una storia molto simile a quella di Minerva, altra casa editrice made in Bo. Attiva dagli anni ’90, si è distinta per l’attenzione alla memoria storica e alle vicende legate al territorio, affiancandole a temi di attualità. Nel tempo an che Minerva è stata riconosciuta in tutto il Paese, avendo puntato su autori noti e contenuti accessibili ma anche su biografie e narrativa storica. Le parole di Roberto Mugavero, fondatore ed editore della casa editrice, parlano di una realtà consolidata e che, nonostante le turbolenze del settore, è in crescita e ancora vicina al territorio che la ospita. «Dopo quasi quarant’anni Minerva resta legata alle collane che le hanno permesso di consolidare e far crescere il marchio - dice - E questo nonostante un mercato italiano che ha il segno rosso da tempo».
Infine c’è Giraldi Editore. Una casa che, sotto la guida del la direttrice Rossella Bianco dal 2011, si è trasformata da piccola realtà cittadina a struttura ormai di fascia media, con distribuzione nazionale e un’identità molto definita. La priorità è la valorizzazione di tutte le voci, con attenzione a quelle femminili. La direttrice spiega che «dedichiamo spazio alla scrittura femminile, perché possa essere ascoltata senza limiti né stereotipi. Nello stesso settore dell’editoria la presenza di donne al timone è ancora rara, ma per fortuna qualcosa sta cambiando anche grazie ai nostri sforzi».
Nel rapporto tra identità editoriale e logiche di mercato, le tre case editrici bolognesi seguono strategie differenti ma accomunate dalla stessa esigenza: restare riconoscibili senza perdere competitività. È su questo equilibrio che si misura oggi la loro capacità di resistere alle dinamiche di un settore sempre più condizionato dalle tendenze e dalla pressione commerciale. Pendragon ha consolidato la propria presenza a livello nazionale, pur mantenendo intatte le radici bolognesi. «Seppure in Italia l’indice di lettura risulti piuttosto desolante – precisa Bagnoli – i bolognesi leggono molto e partecipano alla vita culturale. Rappresentano una bella eccezione. Una fetta consistente delle proposte editoriali arriva proprio dal territorio. Potremmo fare 40 eventi ogni anno per quanto materiale ci arriva dalla città».
Un palcoscenico che, nonostante sia molto presente e vivace, è più ridotto rispetto a quello dei grandi poli editoriali, e dunque i testi pagano la minor visibilità nazionale. «Quando l’editore romano pubblica un libro si trova sulle pagine nazionali dei quotidiani – dice Bagnoli – perché le redazioni si trovano lì, mentre noi ci dobbiamo accontentare delle pagine locali». Dunque, l’equilibrio tra identità e sostenibilità economica «è molto difficile da mantenere, perché a volte il mercato premia il nostro tipo di editoria, altre volte invece spinge verso tendenze diverse. Nel tempo abbiamo toccato filoni più commerciali, come comici o libri di ricette, ma senza inseguirli davvero, rinunciando anche a possibili vendite pur di non snaturarci. Preferiamo invece continuare a ristampare titoli storici che funzionano ancora».
L'articolo è tratto dal n. 20 di "Quindici" del 21 maggio 2026