Il Quindici

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa)

 

Quasi sei mesi al tre di novembre. Mesi in cui tutto può accadere, prima che gli americani siano chiamati al voto per le elezioni di metà mandato. La più grande democrazia occidentale scricchiola sotto il peso di Trump, le promesse di un’America rinnovata e le micce sganciate ormai giornalmente sul fronte estero dal suo presidente. Le elezioni di "midterm", di metà mandato appunto rispetto alle Presidenziali, sono quelle che ogni quattro anni, due dopo l’elezione del presidente, rinnovano i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, circa un terzo del Senato (33 in questa tornata) e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli stati federali, a partire dai governatori.

Guardando alla storia, questo appuntamento non porta fortuna al presidente in carica, anzi gli fa perdere seggi. Dal 1790, sotto il mandato di George Washington, anno delle prime elezioni di midterm, solo in otto occasioni il partito presidenziale ha guadagnato seggi alla Camera e solo in due ha trionfato in entrambi i rami del Congresso. Una parabola dettata dal bruciore della disillusione che preme sugli elettori, dalle promesse elettorali tradite e dalla realtà che chiede il conto. Nel 2018 Trump ne perse quarantuno alla Camera, nel 2022 i democratici di Biden nove. Una cosa è certa: le elezioni federali del Congresso sono, da sempre, anche un test sul lavoro del presidente. Influenzano l’agenda legislativa, più decisa in caso di conferma della linea politica repubblicana, o più complicata a fronte di una rimonta democratica.

Entrambe le forze in campo vogliono arrivare pronte. Con strategie diverse: bisogna affrontare l’astensionismo di petto con la chiamata al voto ma anche agire sull’assetto tecnico delle mappe elettorali, manipolando il confine dei distretti in stati chiave come il Texas e l’Ohio. È il fenomeno del “gerrymandering”: «E’ un elemento anomalo - spiega Raffaella Baritono, professoressa ordinaria di Storia e Politica degli Stati Uniti d’America presso la Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna - che la questione della ridefinizione dei distretti elettorali si ponga all’indomani di un censimento. A partire dagli inizi del Novecento il numero dei seggi alla Camera è stato fissato a 435 e, per capire come debbano essere redistribuiti fra i diversi Stati, il punto di riferimento è il censimento, che ci restituisce il dato sugli spostamenti della popolazione. Dagli anni ’70 ad esempio, per cambiamenti demografici legati a ragioni di lavoro per via della nuova dislocazione di importanti settori produttivi, gli Stati del Sud hanno cominciato a pesare molto di più di quanto non fosse fino al 1968. Il "gerrymandering" non è un fenomeno nuovo, ma è inusuale che questo tentativo lo si faccia dopo soli cinque anni dall’ultimo censimento. Il problema vero è che c’è una battaglia in Texas, in California, in Louisiana e in Virginia per cercare di ridisegnare i seggi in modo da prefigurare l’esito. Quanto questo influirà sulle elezioni di metà mandato è da verificare, perché i giochi sono diversi e si producono su vari piani».

Sul caso della Louisiana, la sentenza della Corte Suprema ha stabilito che non si possono definire i confini di un distretto elettorale per cercare di garantire rappresentanza alle minoranze. Questa scelta ha marginalizzato, soprattutto negli stati del Sud a guida repubblicana, il voto afroamericano in favore di quello bianco. Non solo. La sentenza è stata letta come un attacco al “Voting Rights Act” del 1965, ovvero alla legge che doveva smantellare tutte le barriere che avevano impedito ai neri di votare e che prevedeva una sorta di supervisione federale sulle leggi elettorali, che sono invece di competenza statale. Il tentativo che cerca di manipolare la geografia del voto è bipartisan. Ad esempio, in California i collegi sono stati ridisegnati per cercare di garantire una maggioranza democratica, la stessa cosa è stata fatta in Virginia.

Al di là dei magheggi, più o meno leciti, le pulsioni che orienteranno la mano degli elettori che si recheranno alle urne hanno una matrice economica. A pesare sono questioni interne legate al caro vita, l’inflazione che morde e il costo della benzina che cresce a causa del conflitto aperto da Trump contro l’Iran. La classe media si è impoverita e mostrano segni di insoddisfazione persino alcuni sostenitori, più o meno noti, di Maga (Make America Great Again), il movimento conservatore capitanato dal tycoon. Da New York, Giampaolo Pioli, corrispondente storico di Quotidiano Nazionale per gli Stati Uniti e oggi direttore di lavocedinewyork.com, dice: «Se sapessi quanto pesa oggi e quanto peserà la disapprovazione dentro al movimento Maga il giorno del voto, avrei già vinto il Pulitzer. Le elezioni speciali che ci sono state in queste settimane vedono in genere i democratici prevalere, ma anche, in un paio di casi, dei candidati repubblicani non legati a Trump vincere. Questo è un segnale importante. Non avendo mantenuto le promesse , il presidente sta mettendo in difficoltà il movimento Maga, che voleva un aumento di salari». Le elezioni speciali citate cui sono alcune chiamate al voto locali per sostituire persone defunte o dimesse. Sono occasioni che hanno fatto ritrovare la fiducia al partito dell’asinello: in Wisconsin il candidato democratico alla Corte suprema statale ha ottenuto una vittoria schiacciante, riuscendo persino a conquistare le roccaforti repubblicane dello Stato. In Georgia le cose per i repubblicani non sono andate così bene ma hanno offerto segnali di rimonta. Shawn Harris ha perso di soli dodici punti un’elezione suppletiva per il seggio alla Camera di Marjorie Taylor Greene, ma ha compresso il margine di 37 punti con cui Trump aveva trionfato in quel distretto nel 2024. La professoressa Baritono pone l’accento anche sui legami con le recenti politiche antimmigrazione di Trump: «In alcuni casi Queste ultime elezioni si sono svolte proprio sull’onda di una reazione emotiva verso le politiche dell’Ice e le posizioni autoritarie di Trump e quindi probabilmente hanno contribuito a mobilitare un elettorato democratico. Penso però che questo non sia necessariamente un elemento che prefigura l’esito di novembre». Sempre sulle politiche antimmigrazione Pioli chiarisce: «L’amministrazione democratica precedente ha espulso molti più clandestini, ma sulla base di mandati di cattura di giudici causati da reati. Oggi l’Ice sfonda le porte di casa senza permessi. Negli Stai Uniti ci sono quattordici milioni, forse ormai quindici, di immigrati che non sono in regola. Le amministrazioni che si sono succedute, di qualsiasi colore, non sono riuscite a trovare una legge quadro per regolamentare la cosa. Padri o madri di famiglia che, per esempio, da trent’anni hanno un lavoro in Texas, ma non sono in regola e rischiano».

Il panorama che divide gli americani da qui al 3 novembre è nebuloso: a portare un po’di chiarezza sono sondaggi e indicatori. Le rilevazioni di Washington Post-Abc-Ipsos registrano che il 66% degli americani non approva la gestione del conflitto contro l’Iran. Sul fronte dell’economia,- solo il 34% degli interpellati è soddisfatto e qui c’è un calo di sette punti rispetto a rilevazioni precedenti. In linea generale, ad approvare l’operato di Trump è oggi il 37%. A spiegare le statistiche e offrire un’interpretazione che va oltre le cifre dei sondaggi è Mario Del Pero, professore associato di Storia e Istituzioni delle Americhe presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna: «Tra i tanti indicatori il più utile è l’indice di fiducia dei consumatori. È ai minimi storici, sotto addirittura a quello della grande crisi del 2008. Se i consumatori americani sono così pessimisti, chi sta alla Casa Bianca, di solito paga dazio». E se davvero vincessero i democratici? Possibile alla Camera, più difficile al Senato. Aumenterebbe il potere negoziale al Congresso e le armi investigative in capo alle commissioni. «Questo – spiega Del Pero- è il Congresso più passivo dell’ultimo secolo in termini di produttività legislativa. Pur marginalizzato dal progetto autoritario di Trump, deve però fare la legge di bilancio. Significherà tagliare le tasse, la sanità, quadruplicare il bilancio dell’Ice, l’Agenzia federale sull’immigrazione. E se la devi fare con la controparte democratica si pone un problema: o accetti compromessi pesanti o scateni una crisi di bilancio.

Il secondo aspetto importante è che se controlli la Camera, controlli le commissioni e hai il potere di indagine. Le commissioni possono emettere mandati a comparire e a deporre sotto giuramento ed è possibile che i democratici usino in modo aggressivo questa leva delle indagini, vista la corruzione dilagante e gli immensi conflitti di interesse. Tutto questo avrà delle ripercussioni sulla politica estera? Indirettamente sì, perché un Congresso più attivo può mettere paletti più forti alla politica estera». Trump appare fiducioso. A una serata di gala con gli industriali, discutendo di agevolazioni fiscali sulle spese in conto capitale, si è lasciato andare all’ennesima frecciatina verso il 22esimo emendamento della Costituzione americana, quello che limita i mandati presidenziali a due. «In questo modo, quando lascerò l’incarico tra, diciamo, otto o nove anni, potrò utilizzarlo io stesso». Che sia, forse, soltanto uno scherzo, un’ennesima boutade?

 L'articolo è tratto dal n. 21 di "Quindici" del 4 giugno 2026