Mobilità

Il people mover del Marconi Express (foto Ansa)

Tra grandi ambizioni, polemiche puntuali come un orologio svizzero e qualche inciampo tecnico di troppo, la storia del Marconi Express si è ritagliata un posto di primo piano, nel bene e nel male, nella recente mobilità bolognese. L’idea nasce nel lontano 2005, quando l’architetto Fernando de Simone, su impulso del Comune, immagina un collegamento rapido tra aeroporto e stazione centrale, con fermata intermedia al Lazzaretto. Un progetto che, nelle sue prime versioni, sembrava quasi fantascienza: fermate anche alla Fiera e al Centro agroalimentare, con un ponte autostradale trasparente.

Dall’idea alla realtà, però, il passo non è mai breve. Nel 2006 arriva un primo accordo tra Regione e Provincia, mentre nel 2009 l’appalto finisce al CCC, il Consorzio Cooperative Costruzioni, che insieme ad ATC, oggi Tper, dà vita alla società Marconi Express, destinata a gestire il futuristico people mover. Il via libera definitivo del Comune arriva nel 2012, con un progetto che si reggeva, almeno sulla carta, sulla finanza privata. Un copione già visto, ma sempre capace di riservare colpi di scena.

I lavori partono il 31 ottobre 2015 e, sorprendentemente, rispettano i tempi: tre anni dopo sono conclusi. E qui, quando sembrava che il più fosse fatto, inizia la parte più travagliata del percorso. L’entrata in funzione si trasforma, infatti, in un piccolo romanzo a puntate: tra nodi normativi e una pandemia globale che decide di metterci del suo, il debutto slitta fino al 18 novembre 2020.

Da lì in avanti, il Marconi Express entra in scena ma non sempre con la fluidità sperata. Le sospensioni del servizio diventano una presenza ricorrente, e in un episodio particolarmente memorabile un guasto attiva il sistema di sicurezza, bloccando un veicolo appena fuori dalla stazione Lazzaretto. I passeggeri, bagagli al seguito, vengono fatti scendere e accompagnati a piedi lungo la passerella di emergenza. Una scena immortalata in un video diventato rapidamente virale, che donò al mezzo il soprannome poco lusinghiero di “Tagadà”. 

Come ogni opera pubblica che si rispetti, non sono mancati nemmeno i capitoli giudiziari. Tra il 2015 e gli anni successivi si sono infatti susseguite indagini, ipotesi di reato e verifiche contabili: dalla turbativa d’asta all’abuso d’ufficio, fino a una più recente inchiesta della Procura di Bologna per frode nelle pubbliche forniture. Alla fine, però, tutti gli imputati vengono assolti e le ipotesi penali archiviate, mentre alla Corte dei Conti venne affidato il compito di valutare efficienza e sostenibilità dell’opera, chiudendo così il capitolo relativo alle indagini e ai processi giudiziari a carico del people mover. 

E così, tra entusiasmi iniziali e una buona dose di scetticismo cittadino, il Marconi Express si è guadagnato anche una certa fama popolare, tanto da essere definito e ribattezzato dai bolognesi come “Brucomela”. Un soprannome che racconta più di molte analisi tecniche, perché condensano in una battuta lo spirito con cui Bologna ha accolto questa infrastruttura, sospesa tra grande ambizione e buoni propositi, realizzati però con grande difficoltà.