testimonianze
La scrittrice Helga Schneider all'Ambasciatori (foto di Paolopontivi)
«Non si può cancellare la Shoah, altrimenti cancelliamo la memoria, e non la si può nemmeno archiviare pensando che non tornerà più. Possiamo sbagliarci, potrebbe accadere di nuovo, sebbene in modi più moderni e subdoli, anche con l’aiuto, perché no, dell’intelligenza artificiale; un domani forse sarà in grado di fare qualunque cosa».
È questo uno dei tanti moniti pronunciati ieri, Giorno della Memoria, dalla scrittrice tedesca-bolognese Helga Schneider, all’Ambasciatori per parlare di quello che viene considerato il suo capolavoro, “Il rogo di Berlino” (Adelphi), che ha raggiunto un compleanno importante, 30 anni dalla pubblicazione. Un romanzo scritto in un soffio (appena quattro mesi), uno spaccato storico, un’opera di formazione, un’autobiografia, un libro-testimonianza di una testimone in linea diretta, la Helga bambina messa di fronte, innocente, alla distruzione del secondo conflitto mondiale, allo sventramento di Berlino.
In occasione del ricordo delle vittime dello sterminio nazifascista, Schneider ha voluto ricordare innanzitutto la figura della madre, che abbandonò lei e il suo fratellino per abbracciare la causa nazista, divenendo poi una guardiana di Auschwitz.
«I guardiani di quei campi avevano il potere di decidere la morte istantanea di una persona. Per loro gli ebrei erano un popolo indegno di restare nella “bella Germania dell’epoca”. E dovevano mantenere il silenzio assoluto sugli eventi dietro quei cancelli, i tedeschi non dovevano sapere nulla del destino degli ebrei; dovevano solo sapere che l’ebreo era brutto, cattivo e inquinava la razza. Questa madre, guardiana ad Auschwitz, è un peso sulla coscienza, me lo porterò dietro fino alla tomba».
In un successivo titolo, “Lasciami andare, madre”, la scrittrice approfondisce il rapporto difficile e tormentato con questa figura assente, rincontrata decenni dopo, colpevole di non aver mai rinnegato le sue scelte, le sue azioni. Tale opera assieme al “Rogo” fa parte di una sorta di ideale “trilogia adelphiana” legata al tempo oscuro di quegli anni Quaranta, che si conclude con il toccante “L’usignolo dei Linke”, in cui l’autrice dà spazio al dolore di un piccolo profugo prussiano nel fervore guerresco, una prospettiva inedita e potentissima.
Ritornando al “Rogo di Berlino”, la scrittura di Schneider, acuta, cruda e realistica, accompagna il lettore fra le macerie, fra la miseria e la carestia dei civili, fra i morti accatastati in strada, lasciati sotto il cielo coperto dai fumi delle bombe degli Alleati. È una lingua che ci fa inabissare nel bunker segreto di Adolf Hitler, a cui la piccola Helga strinse la mano (nel dicembre del '44, quando lei aveva sette anni), un uomo finito ben ritratto in un passo decisivo del romanzo: «Cammina piano, le spalle lievemente curve, il passo strascicato: non posso crederci! Sarebbe questo l’uomo che ha fatto delirare le folle? Io vedo invece un vecchio dai movimenti stentati. Noto che ha un lieve tremolio alla testa e che il braccio sinistro pende inerte lungo il suo fianco come se fosse di gesso. Sono davvero incredula!». Ecco dipinta la bassezza umana, la malvagità più assurda e delirante fissata sulla pagina.
Andando verso la fine della serata, un forte messaggio Schneider ha voluto darlo ai ragazzi, in parecchi presenti in libreria ad ascoltarla. «Molti giovani considerano la memoria dell’Olocausto lontana dalla realtà quotidiana, ma è fondamentale che la comunità continui a sentire l’obbligo di portare a conoscenza quelle sofferenze indicibili. Bisogna ricordarlo, l’antisemitismo è aumentato sia in Italia sia in Germania; è un fatto allarmante».
Questo dunque il messaggio finale di Helga Schneider, la bambina che ci ha insegnato il vero volto del male, un insegnamento che grazie al “Rogo di Berlino” non smetterà mai di scuotere gli animi davanti alla feroce arbitrarietà della Storia.