La storia
Eva Braun e Adolf Hitler in una foto d'epoca (immagine da Licenze Creative Commons)
È difficile raccontare un amore appeso ai fili del male e dell’orrore, un amore tossico, senza sconti né innocenti. Helga Schneider, scrittrice tedesca-bolognese simbolo di memoria e testimonianza – lo ricordiamo, ha vissuto da bambina gli orrori dei bombardamenti di Berlino durante la Seconda guerra mondiale e incontrato Hitler nel dicembre del 1944 nel suo bunker – lo ha fatto nella sua ultima opera, “Eva. Un divano per l’eternità” (Oligo editore), presentata ieri sera in Salaborsa, all'auditorium Enzo Biagi. La trama è basata sulla relazione segreta tra il fautore del nazismo ed Eva Braun, conosciuta quando faceva da apprendista, nemmeno ventenne, a un fotografo del partito del Führer.
È un libro particolare, che si pone in quel crocevia che unisce l’arte del romanzo (di chiara matrice psicologica, con veri e propri dialoghi tra Hitler, Eva e altri personaggi) alla divulgazione tipica del saggio, basato su diversi documenti storici studiati per costruire accuratamente la trama e il suo sfondo realistico.
Ma cosa ha fatto scattare la scintilla alla base di questa storia? A dircelo è la stessa autrice: «Perché ho scelto di scrivere di Eva Braun? Non si sa perché si decide di scrivere un determinato libro. Però, nel mio caso, c’è stato un episodio della mia infanzia che mi ha condizionato. Mia zia acquisita, sorella della mia matrigna, era una delle segretarie di Goebbels, ministro della propaganda nazista, e un giorno venne invitata alla residenza in Baviera di Hitler. Lì c’era pure Eva Braun. La mia matrigna e mia zia parlavano spesso di lei».
Discorsi, parole che Schneider ricorda perfettamente nonostante fosse solo una bambina, assieme ad aneddoti particolari, curiosi, come il fatto che «Hitler adorava i cartoni animati di Walt Disney e Eva doveva stare lì a guardarli». E questo è solo uno dei tanti particolari di quell’amore folle, duraturo malgrado le incomprensioni, gli allontanamenti, i non pochi tradimenti di lui e la disapprovazione iniziale dei genitori di lei, ragazza dall’indole indipendente, forte, poi finita sotto l’influenza del potere, degli agi e dei lussi.
Al di là di ciò, la loro relazione è riuscita a durare fino alla fine, fino all’epilogo del bunker, del suicidio in quel buco di cemento sottoterra, un atto che non ha di certo cancellato il grande male scatenato dalla follia mentale di un solo uomo, il padre del “Reich millenario”, durato invece dodici anni, bastati per essere definiti un lungo tempo di pure atrocità.
«Ho scritto questo libro perché anche Eva era un essere umano, con un destino insolito, e le donne con un destino insolito a me interessano molto. Lei, ne sono sicura, lo amava davvero, e questo Hitler lo aveva capito», afferma Schneider, facendo ancora una volta luce sulle bizzarrie della Storia e di certe singole vite, sulla vulnerabilità umana e sulle scelte personali che, in un modo o nell’altro, ci mettono di fronte al lato più oscuro di noi.