Il quindici
Gianni Morandi sul palco dell'Unipol Arena (foto di Virginia Bettoja)
C’è un periodo storico neanche così lontano (quello che va dagli ultimi mesi e dalla fine della Seconda guerra mondiale, fino ai primi anni ’60 del secolo scorso) che per qualche ragione ancora ignota ha dato alla musica italiana cantautori e interpreti robustissimi, instancabili, intramontabili, impensionabili. Inumani. Artisti che dopo decenni su decenni di onoratissima carriera non ci pensano neanche per un istante ad appendere lustrini e microfoni al chiodo e tanti saluti e grazie. Un rifiuto categorico di dare l’ultima benedizione al pubblico, un po’ santoni e un po’ papali. Non sia mai che quel che resta della canzone nazional-popolare venga dato in pasto alla bulimia insaziabile delle logiche usa e getta delle case discografiche e dei talent show. Francesco De Gregori, Patty Pravo, Antonello Venditti, Loredana Bertè, Claudio Baglioni, Vasco Rossi, Renato Zero. Solo alcune di quelle stelle del firmamento della partitura e del pentagramma che in comune hanno una generazione anagrafica fatta di speranza e di voglia di cambiare, di trasgressione ostentata, di No! gridati in faccia allo stato delle cose. Della propria voce che si sente forte e chiara ancora oggi.
Come quella dell’eterno ragazzo di Monghidoro, anima irresistibile classe 1944. Gian Luigi Morandi, detto Gianni, che nei giorni scorsi ha abbracciato senza riserve il pubblico della città che non ha mai lasciato, in quell’arena di Casalecchio gremita di gente un po’ ingrigita, un tantino appesantita ma sempre pronta ad alzarsi dalle scomodissime sedie del parterre per salutare il trionfo d’apertura dello show con “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. L’ennesimo colpo infallibile di Franco Migliacci, inferto nel 1966, con la musica di Mauro Lusini e l’arrangiamento di Ennio Morricone in quegli anni tanto frizzanti quanto bacchettoni, con la coraggiosa mamma Rai che si azzardò senza troppe remore a censurare un brano apertamente di protesta contro la guerra in Vietnam, “vergognosamente” polemico e pericolosamente insinuante verso uno Stato amico. Eppure a distanza di tempo il suo effetto ancora lo fa e «se ho iniziato a cantarla sessant’anni fa - dice Gianni al suo pubblico bolognese - se l’ho fatta un milione di volte, beh, ogni volta sembra scritta proprio quel giorno lì». Chissà cosa avrà voluto dire. Se quel giorno lì è un accecante ricordo del passato o, piuttosto, un tangibile frammento del presente, appena un po’ più in alto dell’inesorabile trascorrere del tempo e degli anni. Anni che sono tantissimi e che portano con loro frammenti di innovazioni e di crescite, di cadute vertiginose e di altrettanto veloci risalite. Particelle in musica di errori e di scelte giuste che la canzone popolare, con il suo potente armamentario di emozioni e di ricordi, è capace di riassumere in poco più di tre minuti. Perché tanto dura in media una canzone, giusto il tempo di lasciare per una manciata di secondi la cruda realtà in cui l’essere umano si è autocostretto a vivere. E allora l’omaggio all’ineguagliabile amico Lucio Dalla, Morandi lo fa sul palco unendo due perle del repertorio di colui che, forse, rappresenterà per sempre al meglio l’atmosfera, le contraddizioni e i fogli bianchi macchiati di inchiostro che disegnano una città chiamata Bologna. “Futura” e “Piazza grande”, diventano un unico grande album di utopie, di sguardi veloci al domani, di dubbi “su che cosa metteremo le mani”, sempre meno convinti di “poter contare le onde del mare” e pur sempre inchiodati al bisogno di carezze e di certezze, “a modo mio”, certo, con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben saldi sulla propria vita “che non la cambierò mai, mai mai. A modo mio, quello che sono l’ho voluto io”.
Forza di volontà che Morandi, a 81 anni compiuti, esercita platealmente e senza filtri verso una direzione ben precisa. Magari in una prospettiva diversa rispetto ai suoi cari colleghi d’anagrafe che preferiscono oggi portare sul palco brani meno noti del loro repertorio. Nuove composizioni, lati B di quei tanto nostalgici quarantacinque giri. Anche a costo di instillare un germe di delusione in quella parte di pubblico che sì, ammettiamolo, va ai concerti per sentire sempre le stesse canzoni. Gianni li accontenta con il sorriso e, uno dietro l’altro, i più grandi successi scorrono nell’Amarcord di una carriera iniziata in uno sperduto paesello dell’Appennino tosco-emiliano, sulla carta vicinissimo ai due capoluoghi, nella realtà lontanissimo da entrambi. “Vita”, “Occhi di ragazza”, “Un mondo d’amore”, “Grazie perché”, “Bella signora”, “Canzoni stonate”. Note su note che ripercorrono fedelmente le peregrinazioni di quel giovane di montagna che nel 1958, grazie allo sguardo attento di Alda Scaglioni, maestra di canto bolognese, venne selezionato a un provino per giovani talenti che di aspettare la manna dal cielo del pranzo è servito senza muovere un dito neanche volevano sentirne parlare. Nel 1962 il figlio del calzolaio Renato e della casalinga Clara esordisce sul mercato discografico con “Andavo a cento all’ora”, irresistibile miscellanea di ingenuità e leggerezza che diverranno un tutt’uno con il bel viso da bravo ragazzo di Morandi. Un successo che si autoalimenta attraverso il boom della televisione degli anni ’60, con i Musicarelli che dai titoli dei brani assumeranno la freschezza di un mondo in rapida evoluzione e che oggi Gianni unisce in un lungo medley nostalgico con “Non son degno di te”, “La fisarmonica”, “In ginocchio da te”, “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”.
E il pubblico chi lo ferma più, come un’unica grande voce intonatissima che gareggia con quell’uomo senza età sul palco, ormai dimentichi di quei favolosi anni ’80 che per i grandi della musica italiana tanto grandi, forse, non furono. Un giro di boa decisivo, stretti tra le maglie delle nuove sonorità anglosassoni e statunitensi, quegli anni furono un periodo di crisi generalizzata e di smania di rinnovamento, di pochi dischi venduti e di spazi sempre più piccoli. Anche Morandi subì le scosse di assestamento del terremoto tecnologico, modaiolo e germogliante di apparenze di quel decennio.
Molti passarono in un lampo dal riempire i più grandi stadi del Paese a faticare a staccare biglietti per modesti disco club di provincia. Voghera, Alessandria, Lucca, Rieti, Termoli. Se solo si dà uno sguardo alle date dei tour dal 1980 al 1995 di quelli che erano stati (e che fortunatamente saranno) gli indimenticati assi della musica italiana, dire che si rimane stupiti è poco. Eppure quasi tutti ce l’hanno fatta. Morandi compreso. Dopo la tempesta la quiete, tutti finalmente consapevoli che l’ossessione al rinnovamento, al cambiamento della propria cifra stilistica, alla propria immagine, probabilmente non era la formula vincente né, tantomeno, ciò che desiderava il pubblico. Ecco allora che “Uno su mille” del 1985, cantata quasi sul finale all’Unipol Arena di Casalecchio, esprime in tutta la sua evidenza il significato del riscatto, del farcela da soli perché “nemmeno tu mi hai sentito, mi son tenuto il mio segreto. Tu sorda, e io ero muto”. Finché non suona la campana vai, dice il testo dell’onnipresente Migliacci, e guai allora a fermarsi. Morandi naviga a vista sul quel palcoscenico più grande di lui, con pochissimi ausili d’alta tecnologia e un uso moderato di sequenze strumentali pre-registrate. «Eterno ragazzo? Non ricordo quando mi è stato detto la prima volta - scherza con il pubblico - eppure la parola eterno è quasi imbarazzante. Mi fa sentire in colpa. Nessuno di noi è eterno. So che non lo sono. Ma voglio vivere, meravigliarmi. La meraviglia è figlia della realtà. Sorprendetevi». Come un cerchio che si chiude, da quella “Monghidoro” che oggi è anche una canzone, scritta da Jovanotti, a “Scende la pioggia” e “Banane e lampone”, due colossali sipari che chiudono il concerto, con le proverbiali gigantesche mani di Morandi che sembrano tirare i tendaggi di una quinta immaginaria. Eterna, forse no. Senza tempo, probabilmente sì.