il quindici
Matteo Mancini e Alberto Maroncelli durante un dj-set (foto Isaac Casaburi)
Matteo Mancini voleva fare il metallaro e invece è diventato un riferimento per il vino a Bologna (e il modo di consumarlo). La sua creatura, Discovinello, oltre a comparire sull’etichetta dei prodotti che riempiono i calici dei regaz, i giovani, è anche il nome della serata che l’ha portato alla ribalta nel 2022 al Borgo delle Erbe insieme al suo socio, Alberto Maroncelli. Lo spazio nell’omonimo mercato ridefinisce il modo di ascoltare la musica e di bere.
Eppure l’atmosfera che si crea non è meno festosa. L’intento di Discovinello è riportare le persone a vivere il vino come collante sociale, una funzione che svolgeva nelle sagre di paese in Romagna, dove ci s’incontrava per ballare il liscio e approfittare di specialità locali. Ed è proprio questa la dimensione che Mancini punta a ripristinare. Rispetto alle generazioni precedenti, i giovani riportano meno fedeltà alle grandi etichette e alla tradizione di abbinare il prodotto a ciò che si ha nel piatto, e non è una sorpresa invece che diano attenzione all’esperienza nel suo insieme. «Discovinello è una risposta al modo noioso in cui il vino ci è stato raccontato», ha sorriso Mancini sottolineando come il piacere della bevuta negli ultimi anni abbia finito per essere materiale per professionisti del settore e addetti ai lavori.
«L’ho vissuto sulla mia pelle quando accompagnavo mio padre in degustazioni guidate e la media d’età si aggirava intorno ai cinquanta anni», ha spiegato ancora Mancini che con il vino ci è cresciuto. La sua famiglia, infatti, vinifica dal 2015 in biologico nell’Alta Valle del Bidente (Forlì-Cesena) ma l’esperienza alla Tenuta Pertinello è stato solo l’inizio della storia di Discovinello. Mancini, dopo lo scioglimento della terza band, ha incominciato a lavorare nella vigna di famiglia, e parallelamente a interessarsi di un fenomeno che in quegli anni aveva timidamente cominciato a emergere, il vino naturale.
Questa filosofia produttiva trova massima espressione a Galeata, nell’Appennino Tosco-Romagnolo, laddove i vigneti della Tenuta Pertinello si estendono a 450 metri di altitudine. La posizione privilegiata, il terroir e l’escursione termica favoriscono freschezza e acidità in vitigni come il Sangiovese e il Trebbiano. La vite, attecchendo in un terreno tanto povero, per nutrirsi ha bisogno di scendere in profondità tra le arenarie tipiche della zona. Al sorso la mineralità del terreno si trasforma in una sensazione sapida che stimola la bevuta; l’acidità invece le dona freschezza.
Approccio artigianale e adesione al territorio sono complementi di una forma diversa del bere dove si cerca di minimizzare l’intervento umano sia in vigna sia in cantina. Il produttore adotta i metodi dell’agricoltura biologica, o biodinamica; evita quindi di aggiungere additivi chimici e utilizza, se necessario, una dose minima di solfiti. Dopo la fase di raccolta, che avviene rigorosamente a mano, si passa alla parte più delicata dell’intero processo, la vinificazione, dove la fermentazione sulle bucce avviene in maniera spontanea e sfruttando la presenza dei lieviti indigeni sugli acini. Nemmeno in questo caso il produttore ricorre a sostanze altre, fatta eccezione per l’anidride solforosa, utile a proteggere il vino durante le fasi di travaso e imbottigliamento. Alcuni produttori scelgono di non utilizzarli mai, mentre altri la dosano, a seconda dell'annata, da zero a pochi milligrammi per litro. Ogni operazione, dalla macerazione all’affinamento fino alla stabilizzazione del vino, è condotta senza l’utilizzo di macchinari che alterino la natura del vino, e la sua territorialità. Semplicità e gusto inconsueto aiutano a comprendere perché Discovinello sia riuscito a intercettare un pubblico più giovane. Ha detto Mancini: «Basti pensare che il vino naturale era quello bevuto un tempo dai vignaioli dopo una giornata passata in vigna». Una visione frugale che manca di mettere in soggezione il fruitore e che lo spinge invece a sentire cosa c’è nel bicchiere e a mettersi in gioco.
L’esperienza di Discovinello è stata il coronamento di anni passati a vendere vino altrui, e a suonare ad eventi e feste private tra Bologna e la Romagna. In qualche modo la musica è servita da vettore a Mancini e Marcelli perché si sono resi conto che contribuiva a creare un’atmosfera rilassante e che le persone si sentivano anche più libere di sperimentare qualcosa di diverso da un cocktail o una birra. «Visto il successo degli eventi, una volta mi portai il vino sfuso della cantina di famiglia e lo imbottigliai, offrendolo a chi lo voleva e con mio grande stupore quelle bottiglie terminarono in pochi minuti», ha ricordato Mancini. E possiamo dire che il 2023 fu l’anno di svolta per Discovinello che fino a quel momento era stato solo il nome di una serata. Tre anni fa Mancini incominciò a tagliare le basi che c’erano già nella Tenuta Pertinello, quindi ad assemblare due o più vitigni per produrre un vino che andasse incontro ai suoi gusti. Così nel 2024 Discovinello ha avuto la sua prima annata, trasformandosi in un progetto vitivinicolo strutturato da abbinare a una forte cultura musicale, la sound identity.
La linea di Discovinello conta su un’offerta variegata; il “Biancord” è un bianco fermo ottenuto da Trebbiano e una piccola percentuale di Riesling, risulta fresco e versatile. Il “Pink Lips” è un incontro tra uve Sangiovese e Trebbiano e, come suggerisce il nome, è un rosato profumato, sapido e croccante. Il “Sangio Beat” è un rosso scarico (ennesima tendenza del panorama vitivinicolo), succoso e leggero ottenuto da Sangiovese e Pinot Nero. Non immune da ambiguità e polemiche ai piani alti della viticoltura italiana (e forse è proprio questo il bello), il vino naturale va incredibilmente di moda. E piaccia o no, e la maggior parte delle volte non piace, ha permesso ai giovani di tornare a guardare con interesse la bevanda millenaria.
«Essendo molto fedele al territorio, è imprevedibile ed è la parte che più mi appassiona perché a volte finisci per assaggiare due vini di due regioni diverse e sentire gli stessi sapori», ha commentato Mancini che dal 2018 iniziò a conoscere e a farsi conoscere nel mondo dei produttori di vino naturale. Dove? All’Ortica, in via Mascarella, e da Favalli, in via Santo Stefano. Dopo qualche anno, Mancini incominciò a lavorare per “Arkè”, letteralmente “origine” in greco, linea di distribuzione di vini naturali dal 2004. E dove ha avuto l’intuizione che la musica, sola, avrebbe potuto favorire il processo di vendita (e di tanto altro).
«Le persone non erano abituate ad ascoltare musica mentre bevevano vino perché riportavano entrambe a due situazioni inconciliabili tra loro», ha commentato Mancini. Sono gli anni dell’esplosione dei listening bar, locali nati negli anni Venti in Giappone dove i consumatori si recavano per ascoltare musica jazz americana; erano noti, infatti, anche come “Jazza Kissa”. Si diffondono rapidamente nel dopoguerra nelle maggiori città al livello internazionale, come New York, Parigi e Londra. E solo recentemente sono arrivati in Italia con Milano, Roma e Torino. Il Borgo delle Erbe è il primo listening bar aperto a Bologna e lo spazio ricco di scaffali con vinili si è dimostrato il luogo ideale per sperimentare qualcosa di nuovo.