Il Quindici

I lavori alla facciata della Basilica di San Giacomo Maggiore (foto di Edoardo Cassanelli)

 

In molte città italiane, per una semplice questione di patrimonio storico e culturale, il fantasma del Medioevo è cosa viva, palpabile. Bologna in questo non è di certo l’ultima in classifica, anzi al contrario, svetta fra i primi posti. D’altronde nella “Manhattan dell’età di mezzo” (dato il suo numero eccezionale di torri, quasi 200 si stima, la stragrande maggioranza spazzata via dalla corsa del tempo), sede dell’università più antica del mondo, fondata nel 1088, è quasi impossibile non imbattersi in qualche “pezzo” di storia, in qualche scorcio appartenente a quell’epoca remota non così buia.

Sono un esempio di ciò gli antichi luoghi di culto presenti sul territorio cittadino, un ampio ventaglio che comprende, per citarne alcuni, la Cattedrale di San Pietro, sede dell’Arcidiocesi, il Santuario della Madonna di San Luca sul Colle della Guardia – collegato alla città dal portico più lungo che sia mai stato costruito, oltre tre chilometri che contano ben 666 archi, ironicamente il numero del diavolo – e l’imponente Basilica di San Petronio, lasciata incompiuta per volontà del Papato a inizio Cinquecento, per non farla diventare, secondo la leggenda, più colossale di San Pietro a Roma.

Le chiese nella sola Bologna sono in tutto 124 e di queste 93 sono parrocchiali. Rappresentano davvero un tesoro prezioso, inestimabile, dei forzieri di arte e spiritualità. E proprio per questo realtà fragili, bisognose di cura da parte dell’amministrazione. Da qualche anno, dall’Europa, Bologna ha ricevuto una buona fetta di fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), attuato in contrasto alle conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 del 2020. Molti di questi soldi sono stati destinati a lavori di restauro e messa in sicurezza (soprattutto in caso di terremoto) di alcuni luoghi di culto cari ai bolognesi, e non solo a quelli credenti. Su questo punto, ci sono quattro esempi di pregio, i cui restauri sono ancora in corso, che hanno potuto beneficiare di consistenti somme di denaro: la Basilica di Santo Stefano, la Basilica di San Francesco, la Basilica di San Giacomo Maggiore e la Basilica patriarcale di San Domenico. Dati i cantieri esterni e interni che per ragioni tecnico-strutturali “affliggono” temporaneamente questi baluardi del cattolicesimo, ci si chiede quando si potrà ammirare di nuovo la loro bellezza artistica e architettonica, senza più la vista di impalcature e quant’altro. Inoltre, c’è un altro tema che si ricollega ai cantieri, e cioè quello inerente le misure di sicurezza improntate in caso di furti, una questione attuale dato il recente furto dei gioielli della Madonna di San Luca e l’enorme quantitativo di manufatti inestimabili che spesso le chiese possiedono al loro interno. Lo stesso Arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, il giorno dopo il fatto, aveva avuto modo di esternare ai microfoni di “InCronac@” la sua preoccupazione nei riguardi di tutta l’arte sacra bolognese, sottolineando la necessità di «coniugare accessibilità dei luoghi e sicurezza».

Ma andiamo con ordine e iniziamo da Santo Stefano. Situata a pochi passi da Piazza Maggiore, è sia una basilica minore sia un singolare complesso di edifici sorti in epoche storiche differenti, denominato “Sette Chiese”. È di fatto uno dei simboli storici del capoluogo emiliano-romagnolo, molto apprezzato per la sua varietà artistica. In base ad alcune fonti il complesso sarebbe stato elevato da San Petronio in persona sopra le rovine di un tempio pagano dedicato a Iside, dea egizia della maternità. Vicino a esso sarebbero poi stati costruiti una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme e alcuni edifici dei monaci benedettini, questi ultimi sorti fra il X e il XIII secolo.

Gli edifici sacri del complesso che si affacciano sulla piazza omonima sono la chiesa del Crocifisso, longobarda, la chiesa del Calvario e dei Santi Vitale e Agricola e quella della Trinità. All’interno si trova il Cortile di Pilato e il chiostro benedettino, di fattura romanica emiliana. Infine c’è il museo, ricolmo di opere sacre di grande valore. Dal Pnrr la Basilica di Santo Stefano – che è un ente autonomo sottoposto all’Arcidiocesi – ha ottenuto un milione di euro, e il suo cantiere, unico, si basa su due fondi diversi, quello appunto del Pnrr e quello relativo ai danni del terremoto dell’Emilia del 2012, unificati in modo da abbattere i costi di cantierizzazione. È fr. Francesco M., della fraternità francescana del complesso, a raccontare l’indirizzamento di questi soldi: «Il fondo Pnrr serve per il consolidamento antisismico della chiesa del Crocifisso, del campanile, del Cortile di Pilato e della chiesa della Trinità. I fondi del terremoto servono per la messa in sicurezza e riguardano il sepolcro, la chiesa del Calvario e dei Santi Vitale e Agricola e infine il monastero. Mentre quest’ultimo fondo è solo per le lesioni dovute al sisma, il denaro del Pnrr è di natura preventiva».

La fine dei lavori, seguiti da vicino dagli uffici amministrativi dell’Arcidiocesi, è prevista entro il 30 giugno per gli edifici del complesso coperti dal Pnrr, mentre per le parti che usufruiscono dei soldi del terremoto si dovrà attendere il 31 ottobre. Sulla questione sicurezza invece, dopo il furto al santuario, fr. Francesco e la fraternità si sono detti «preoccupati per la vulnerabilità della struttura dovuta inevitabilmente ai cantieri, perciò abbiamo ipotizzato delle misure di sicurezza temporanea assieme all’impresa che si sta occupando delle ristrutturazioni».

La Basilica di San Francesco, posta in mezzo alla sua piazza omonima e alla più trafficata Piazza Malpighi, è il primo esempio nella Penisola di gotico francese. È sorta intorno al XIII secolo (la costruzione incominciò nel 1236, dieci anni dopo la morte di San Francesco, e si concluse nel 1263) su volontà della comunità di francescani della città, fondata da Bernardo di Quintavalle, diretto discepolo del santo. È la prima chiesa intitolata a Francesco subito dopo quella di Assisi. L’edificio sacro si fregia di contaminazioni romaniche, tardo-gotiche e del primo Rinascimento, con i suoi archi rampanti e i suoi due campanili.

Gli elementi di interesse maggiore che custodisce sono certamente la tomba di Papa Alessandro V ornata d’oro e la biblioteca, composta da 39mila tra volumi e opuscoli. I suoi lavori di restauro passano attraverso la gestione degli uffici tecnici e amministrativi della Curia bolognese e si concentrano sia sul rinforzo esterno della struttura sia sui problemi all’interno, relativi alla navata nord, al presbiterio e alla controfacciata, che richiedono la “ricucitura” di diverse crepe. C’è inoltre la messa in sicurezza del campanile principale, beneficiario da solo di 375mila euro del Pnrr. La comunità francescana afferma che le ristrutturazioni interne «sono in dirittura di arrivo e saranno finiti entro Pasqua. Resta fuori da questo scenario la Cappella dell’Immacolata, la cui continuazione del restauro è stata posticipata a dopo le feste. Continua la riqualifica del tetto». E sul nodo della salvaguardia del patrimonio della basilica, la comunità dichiara di vivere questo clima “post furto San Luca” con «molta serenità. Non siamo preoccupati, la sicurezza è garantita dalla ditta che si occupa dei cantieri e dall’Arcidiocesi che coordina tutto».

Passiamo a San Giacomo Maggiore, basilica situata in una delle arterie principali della città, via Zamboni, la strada universitaria, dove appunto si trova l’Alma Mater nella sua sede di Palazzo Poggi. Eretta tra la seconda metà del 1200 e la prima metà del 1300, San Giacomo Maggiore incuriosisce per la sua particolarità di essere anch’essa un mix di stili architettonici, romanico all’esterno, gotico e tardo rinascimentale all’interno. È caratterizzata da un’unica e ampissima navata, che “protegge” bellezze del calibro della Cappella del Bentivoglio, di età quattrocentesca. Dal portico rinascimentale posto a fianco della chiesa si accede, tra l’altro, alla chiesa di Santa Cecilia, abbellita da affascinanti affreschi ritraenti la vita della santa, a opera dei maestri della scuola bolognese (siamo nei primi anni del Cinquecento). D’effetto la sua torre campanaria, alta all’incirca 55 metri. In favore di questa imponente chiesa dal Pnrr è arrivata una cospicua somma di risorse, essendo, tra le quattro prese ad esempio, certamente quella con più necessità di manutenzione, restauro e riqualifica sismica. Non a caso parliamo di tre milioni e 956mila e 600 euro, ecco la cifra utile in nome della valorizzazione dei suoi beni artistici e della struttura in sé. La conclusione sarebbe prevista nelle prossime settimane, bisognerà vedere se le tempistiche in questo senso verranno rispettate, visto l’ammontare di lavoro che sta dietro il cantiere di San Giacomo Maggiore, retta dagli agostiniani ma di proprietà dello Stato. Basta già dare un’occhiata al tetto e alla facciata della chiesa, che dà su Piazza Rossini, dove sorge anche il celebre Conservatorio Giovanni Battista Martini, per capire l’entità della situazione. Infatti, le impalcature e i tendaggi rendono molto difficile scorgere gli splendidi dettagli della facciata e dell’entrata principale della basilica. È però l’interno, la cui entrata al momento è da via Zamboni, che provoca ancora più disorientamento: uno scheletro di impalcature metalliche attraversa l’intera navata, da nord a sud, un arco di metallo, tende, passerelle, cancelli a terra, materiali a vista, e utensili da cantiere, lasciando libero solo il passaggio centrale, occupato dalle panche.

Ecco lo scenario che si presenta agli occhi dei bolognesi e dei turisti, incapaci di poter cogliere la bellezza delle opere presenti. Di certo una situazione che genera preoccupazione per la sicurezza, sebbene l’accesso ai beni storici ai non addetti ai lavori sia praticamente impossibile a causa della struttura preposta al restauro, che si direbbe quasi impenetrabile.

Infine l’ultimo esempio meritevole di essere analizzato è San Domenico, oggi appartenente allo Stato italiano, in quanto parte del Fondo degli Edifici di culto. La storia che sta dietro a questa basilica, non lontana da Piazza dei Tribunali, è lunga e ricca di arte sacra. Sorta su volontà dei frati domenicani, contiene le spoglie di San Domenico di Guzmán, presbitero spagnolo e fondatore dell’ordine che porta il suo nome, il quale giunse a Bologna intorno al 1200 per morirci vent’anni dopo. Le ossa del santo sono tutt’oggi contenute in una tomba in pietra conosciuta col nome di “Arca”, arricchita da varie sculture. Tre di questo complesso scultorio, realizzato da Niccolò dell’Arca, sono dei lavori giovanili a opera del grande scultore e pittore toscano Michelangelo Buonarroti (un angelo reggi candelabro, San Petronio e San Procolo), che durante il suo soggiorno bolognese lavorò per i frati domenicani e completò la tomba. Oltre a ciò, dentro la chiesa si conservano opere di Guercino, Ludovico Carracci e Nicola Pisano, e sono solo alcuni dei nomi di spicco. Il campanile, costruito nel 1313 in stile gotico, è alto una cinquantina di metri, mentre al suo fianco sta il convento, con la sua enorme biblioteca contenente un patrimonio stimato di 90mila volumi, tra trattati di teologia, filosofia e storia in primis.

San Domenico e il suo museo hanno ricevuto dai fondi dell’Unione europea ben cinque milioni e 160mila euro, cifra a dir poco considerevole, ancor più di quella fissata per San Giacomo Maggiore. I lavori in corso dovrebbero finire a luglio di quest’anno e anche qui parliamo di infrastrutture molto “invasive”, in quanto la parte centrale dell’interno della basilica è completamente occupata dalle impalcature in favore della messa a nuovo del soffitto e dei muri, lasciando libera una “via” laterale, a destra dell’entrata, che permette a turisti, fedeli e curiosi di muoversi e ammirare il poco che non è stato toccato dalla manutenzione, come la Cappella di San Domenico, da contemplare tranquillamente nel silenzio e dove si può pregare senza essere disturbati. Sempre in questa via laterale sono state spostate le panche in funzione della messa. Non sono da meno neppure i ponteggi esterni che ricoprono alcune zone laterali insieme al tetto, un cantiere a cielo aperto provvisto persino di gru (l’altezza dell’edificio è notevole), il tutto contornato da una cancellata non molto alta coperta da teli e immagini dello stabile. In questo senso, pure qui un pensiero sulla salvaguardia delle sue proprietà storiche non manca, sebbene i controlli non manchino.

Questa è dunque la situazione di quattro dei luoghi di culto bolognesi più pregiati e considerati, mete dei laici e dei devoti del capoluogo. Due in mano all’Arcidiocesi, due allo Stato, tutte e quattro con sostanziosi fondi per la loro sistemazione, soprattutto in chiave anti-sismica, e all’interno di un pacchetto di aiuti preposto esclusivamente a luoghi di culto, campanili e torri. Rimane da vedere se i tempi calcolati in vista della fine dei lavori verranno rispettati, in modo tale da poter apprezzare di nuovo le bellezze che questi siti contengono, sfarzo di una bolognesità ferita che da molto aspettava di essere aggiustata e “rinfrescata”.

 

L'articolo è tratto dal n. 16 di "Quindici" del 26 marzo 2026