Cibo
Immagine di Edizioni Tlon
«Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, farlo durare, e dargli spazio», è la formula che Italo Calvino suggeriva a chi voleva fuggire dall’inferno dei viventi, quello che è già qui. Anche Mathilde e Jaminder, protagoniste di “Dolce il frutto, aspra la terra”, romanzo d’esordio di Rebecca Ley, giovane penna britannica, hanno trovato una via di fuga personale. Un successo editoriale, vincitore del Not Booker Prize, premio indetto dal “The Guardian”. Ai lettori italiani lo racconta la versione tradotta per Edizioni Tlon da Marta Olivi, ricercatrice esperta in letteratura inglese dell’Università di Bologna. L’appuntamento è questa sera alle 18:30 a La Confraternita dell’uva. In una presentazione in dialogo con Matteo Cardillo e Federica Moscatelli.
Le ambientazioni sono diverse rispetto alle città invisibili descritte dall’estro di Calvino, ma anch’esse distopiche. Una Londra del futuro, dilaniata da fame, siccità e cambiamento climatico. Sotto, la dittatura di un regime autoritario. Due donne, Mathilde, sarta fuggita dalla Francia, ora al servizio degli sfizi di donne voluttuose e Jaminder, una pianista. Si incontreranno per caso poiché invitate ai banchetti segreti in cui i parlamentari del nuovo governo divorano cibo importato. Insieme scopriranno il prezzo da pagare per sedersi a quella tavola. Dove tutto è merce, tutto ha un prezzo: il cibo, scarso per molti, opulente alla tavola dei potenti, le scelte, i corpi, sfruttati da politiche di natalità forzata e la dignità. Temi forti dell’attualità, romanzati dalle avventure di due donne coraggiose che scelgono la libertà anche a costo della fame.
«È una distopia, immagina un mondo in cui la crisi climatica viene portata all'estremo con conseguenze nella disponibilità di cibo. Fa sì che ogni cosa arrivi ad avere un prezzo, non solo il cibo che le protagoniste cercano di ottenere in tutti i modi, ma anche loro stesse, i loro corpi. Tutte le decisioni che prenderanno dovranno essere ponderate, fino alla fatidica domanda: “Fino a che punto sono disposte a pagare? E cosa, al contrario, farà ritrovare una dimensione non mercificata dell’esistenza?”», spiega Olivi. Troveranno l’espediente che tiene insieme libertà e soddisfazione dei bisogni materiali?
«Per natura stilistica, il romanzo distopico non offre soluzioni concrete, pronte all’uso. Quello che viene proposto è la possibilità di ricavare uno spazio di speranza, di alternativa al mondo che le circonda. E questo sì, le protagoniste riescono a ottenerlo. Nel loro legame, che è al di fuori dai dettami della società», conferma la traduttrice. La possibilità di poter fare qualcosa. Appunto, curare quel che inferno non è.
Un’opera intensa, feroce e umana, che non lascerà indifferenti i lettori italiani, da sempre legati a doppio filo al cibo.
Fonte di nutrimento e convivialità, anche alla luce del riconoscimento per la cucina nostrana a patrimonio immateriale dell’Unesco lo scorso 10 dicembre: «Quando ho fatto la proposta alla casa editrice Tlon pensavo alla fortissima simbologia del cibo, una cosa che i lettori italiani in particolare possono capire e sentire propria. Al di là della simbologia ambientale del cibo, ciò che mangiamo ha un forte impatto sull'ambiente che ci circonda, per noi italiani in particolare ha anche un valore affettivo. Compare in tutte le occasioni sociali, le caratterizza, dalla pizza con gli amici fino al pranzo di Natale. Per noi il cibo ha un valore simbolico fortissimo, questa è un'altra delle strade di empatia che si possono costruire tramite il mondo del romanzo», conclude Olivi.