Opera

La locandina di Olympia 

 

Ah l’amore, che amore, quanto amore. Sdoppiato e triplicato, anche quadruplicato nell’era della irresistibilità del digitale e di quell’intelligenza che l’artificiale lo produce, lo fagocita e lo dà in pasto a chiunque. Olympia, opera contemporanea nella sua accezione più semplice e immediata, creata ex novo qui, ora e adesso, in prima mondiale al Teatro Comunale Nouveau di Bologna dal 15 maggio (con repliche il 17 e il 19), con musiche di Nicola Campogrande e libretto di Pietro Bordato, quell’amore lo mette in scena nei crismi classicissimi del melodramma. Quell’amore lo destruttura, lo rimbocca e rimbrotta nelle imprevedibili maglie dell’intelligenza artificiale, nell’umanoide desiderio di perfezione irraggiungibile e nell’umana scellerata aspirazione al controllo emotivo, fattuale, gestuale.

Sottintesi e plateali esibizioni di sensi profondi e attualissimi. Con quell’esimio ingegner Spallanzani, sul palco interpretato da Stefan Astakhov, che quasi un’evoluzione/involuta di Al Pacino nel film Simone del 2002,  dà vita fasulla a Olympia, bellissima giovane donna fascinosa. Nessun difetto, nessuna caduta di stile e di stelle, grandissimo charme. Peccato che è clamorosamente finta, farlocca, un ammasso di idee in germoglio, dubbiosa all’inverosimile, prodotto ed effetto proprio dell’intelligenza artificiale e delle aspirazioni sovrumane del pensiero moderno.

Una donnoide, per non cadere nel tranello dell’imparità di genere, non sia mai, che però a un tratto si risveglia. Comincia a riflettere sulla propria identità e sugli sconfinamenti imprendibili tra uomo (anzi donna) e macchina. E sono dolori. Acutissimi dolori che la soprano Isidora Moles non potrebbe rappresentare meglio. Altroché insensibilità delle macchine, altroché immobilismo di chip e di chap. Olympia sente, vede, immagina, pensa, fa calcoli, studi di opportunità e strategia. Insomma una donna vera e propria e per il povero Spallanzani la voce baritonale nulla potrà se non gridare al mondo la sua preoccupazione, i suoi trastulli mentali compulsivi, il dilemma non tanto tra l’essere e il non essere quanto sul che cosa ho fatto? Cosa ho combinato? Mi sfuggirà di mano tutto?

Una incredibile metafora che rende allegorico il presente contemporaneo, tra similitudini, somiglianze, traslati che alla fine di tutto riportano lo spettatore a una conclusione ovvia e (in)aspettata. Quando mai le macchine potranno davvero sostituirsi al nostro senso di vita, d’amore, di passione, di futuro. Quando mai lo schermo di un computer che succube di ciò che noi ci gettiamo dentro, fiero di darci le risposte che pretendiamo e che ci meritiamo, potrà sostituire il dialogo di carne, ossa e tatto che ci rende così unici e irripetibili.

Olympia riscopre la melodia classica e così facendo riporta l’universo futuribile a un binario controllabile, con il coro preparato da Giovanni Farina che ci ricorda ancora una volta la nostra umana missione in un mondo che è sempre più difficile, certo, ma mai scontato. Come quel nome, Olympia, che rimanda direttamente al Monte tanto caro agli dei, luogo di culto sì, ma anche di gioco, nella città del Peloponneso, dove di sperimentazione, di pensiero libero, di errori e di risalite si viveva. E si sopravviveva. Al grido di buona la prima!