Il Quindici

Una scena del film (foto Ansa) 

 

Un fedora nero calato sugli occhi, la scintilla accecante di un guanto bianco e un passo destinato a entrare nella storia. Nemmeno il caos legale della produzione sembrava poter spegnere la promessa di un grande film eppure “Michael”, biopic sul re del pop firmato da Antoine Fuqua, si infrange contro la solita maledizione, l’impresa quasi impossibile di intrappolare in una pellicola una leggenda della musica. Il film mette subito le carte in tavola, dichiarando di voler sviscerare il travagliato rapporto tra la giovane popstar e il padre padrone Joseph (un ottimo Colman Domingo), le cui ferite segneranno anche la vita adulta della star. L’evoluzione del film lascia però a desiderare, sviluppata con dialoghi approssimativi e una regia blanda, che cerca di aggrapparsi più alle clip musicali e alle rievocazioni dei grandi live pur di non dover scavare nei veri attimi di vita vissuta. La sensazione costante è quella di un’opera col freno a mano tirato, finendo per scivolare in una cauta apologia a uso e consumo dei fan, più preoccupata di celebrare la grandezza di brani immortali come “Thriller” o “Billie Jean” che di fare cinema d’autore. Il vero limite del film, oltre al silenzio sui controversi processi legali, è però la pigrizia nel tratteggiare l’uomo dietro la star, ridotta a un triste guscio vuoto. Viene infatti liquidato in fretta anche il rapporto con i fratelli, nonostante l’ampio minutaggio dedicato all’ascesa dei “Jackson 5”, così come appare troppo frettolosa la transizione dalla povertà di Gary, dove brilla un giovanissimo Juliano Valdi, al lusso di Encino. Capitolo a parte merita invece Jaafar Jackson, il nipote d’arte che, pur scivolando talvolta nell’imitazione, regala performance da brividi sul palcoscenico, trasformando le sequenze dei concerti nei veri punti di forza dell’intera pellicola. Con un finale che ne solleva le sorti, l’opera punta tutto su una prudente sufficienza. Ma, a forza di fare il minimo sindacale, non riesce a portare a casa nemmeno quella.

 

La recensione è tratta dal n. 20 di "Quindici" del 21 maggio 2026