Il quindici

Enzo Mengoli, presidente di Banca di Bologna (foto di Paolo Tomasi)

 

«Non volevo fare il bancario, pensavo alla libera professione o all’imprenditoria». Enzo Mengoli, che ha fondato Banca di Bologna e dal 2017 ne è presidente, racconta la sua carriera nell’istituto che lui stesso ha creato, e che da oltre quarant’anni accompagna e supporta il tessuto produttivo locale. 

Lei è entrato in banca molto giovane. Cosa l’ha convinta a restare in quel mondo?

«Sono entrato in banca mentre studiavo Economia e Commercio. Lavoravo per mantenermi agli studi. All’epoca non avevo intenzione di fare il bancario, pensavo alla libera professione o all’imprenditoria. Fui la matricola numero 4, cioè il quarto ad essere assunto di quella che all’epoca era la Cassa rurale di San Cristoforo, una banca microscopica, con un solo sportello a Ozzano. L’intera banca stava in un’unica stanza. Col tempo mi appassionai e capii l’importanza del ruolo dell’impresa bancaria nella società. Da lì maturò la decisione di restare».

Poi ha fatto una carriera rapidissima.

«Di fatto ho diretto la banca già dai primi anni Ottanta, prima in modo informale e poi ufficialmente come direttore generale. Da quel momento è iniziata la vera crescita. In Emilia-Romagna, all’epoca, esistevano 48 istituti di credito cooperativo, quasi tutti con oltre un secolo di storia. In quel contesto eravamo di fatto una start-up».

Da quando siete diventati Banca di Bologna la vostra crescita è stata sorprendente. Siete nelle piazze principali della città e i bilanci migliorano continuamente. Che anno è stato il 2025 per la banca?

«Molto positivo, migliore del 2024. Ci avviciniamo ai 6 miliardi di giro d’affari. La raccolta diretta è cresciuta del 3-4%, quella indiretta del 18%, gli impieghi del 12-13%. Gli utili oscilleranno con ogni probabilità tra i 23 e i 24 milioni netti e il Cet1, che misura la solidità patrimoniale dell’istituto, si colloca intorno al 26-27%, ben al di sopra dei principali gruppi bancari italiani».  

Voi sponsorizzate tante attività culturali e sociali. Quanto spendete dei vostri profitti? 

«L’anno scorso abbiamo sostenuto cento iniziative per 1,5 milioni di euro. Investiamo in solidarietà, nei giovani, nella cultura, nello sport e nella sanità siamo soci e sostenitori delle Fondazioni Sant’Orsola, Rizzoli e Bimbo Tu. Cerchiamo di restituire al territorio il valore che il territorio ci consente di creare. E quest’anno erogheremo dividendi per circa 1,7 milioni che rendono agli azionisti il 4%. Il resto, il 70-80% dei guadagni va al patrimonio rafforzando così la banca»

E sull’economia del territorio quanto investite?

«Nel 2025 i nuovi impieghi sono stati circa 400 milioni. Complessivamente, sul territorio bolognese impieghiamo oltre un miliardo e mezzo. Non privilegiamo un settore specifico. Il tessuto economico locale è ben diversificato. Nonostante le tante incertezze, l’economia bolognese regge». Non ci sono settori in crisi? «La situazione del commercio è la più complessa: a penalizzarlo sono i cambiamenti tecnologici e le nuove abitudini di consumo, pensiamo ad Amazon, con ricadute anche sociali».

Che differenza c’è tra essere direttore generale ed essere presidente?

«Il primo ha il massimo carico operativo e di responsabilità quotidiana. Il presidente svolge un ruolo diverso. Nel mio caso, conoscere profondamente la banca, avere x dirigenti e collaboratori di cui mi fido pienamente, rende l’impegno molto diverso anche in termini di qualità della vita».   Fu lei a scegliere il nome “Banca di Bologna”, in un periodo di forti concentrazioni bancarie.

Come nacque questa decisione?

«Cercavo un nome semplice, identitario, capace di rappresentare il territorio. Un mattino, mentre mi facevo la barba, mi venne in mente “Banca di Bologna”. La feci registrare immediatamente». 

La missione della banca è cambiata nel tempo?

«No, è rimasta sostanzialmente la stessa. Con la liberalizzazione del sistema bancario, molti prevedevano la scomparsa delle piccole banche, schiacciate dalle grandi. Io non ho mai condiviso questa visione. Abbiamo creduto nel nostro modello di banca. Una scelta che a distanza di anni si è dimostrata vincente».

 L’influenza della normativa europea e il ruolo della Bce (Banca Centrale Europee) ha inciso sulla vostra missione? 

«Oggi le regole rendono più difficile svolgere il mestiere tradizionale del banchiere. L’erogazione del credito è fortemente vincolata da parametri e classificazioni che spesso non tengono conto della realtà concreta delle imprese. Per me fare banca significa creare valore».

E come si fa a creare valore da una banca?

«Bisogna credere in un progetto imprenditoriale anche quando i numeri non raccontano tutto, e sostenere un’azienda in difficoltà per evitare la distruzione di valore e di occupazione. In passato questo era possibile. Oggi è più difficile».

In che senso?

«Dopo le crisi che hanno fatto fallire tante realtà, adesso il sistema bancario ha regole più stringenti». 

Cosa distingue operativamente Banca di Bologna da un grande gruppo nazionale?

«Il mercato lamenta spesso un approccio impersonale da parte dei grandi gruppi. Noi offriamo una catena decisionale più breve e relazioni dirette, apprezzate anche da imprenditori di grandi dimensioni».

Quali sono i vostri principali punti di forza e di debolezza?

«Sicuramente la qualità di chi assumiamo. La selezione si basa su due criteri fondamentali: la qualità delle persone e le competenze. Le competenze si possono formare; il carattere, l’approccio al lavoro, la serietà no. Oggi la banca conta circa 300 dipendenti e negli ultimi due anni ne abbiamo assunti cento».

Chi sono le persone che assumete?

«Accogliamo sia neolaureati sia persone provenienti da altre banche. E chi entra apprezza la nostra logica che è esclusivamente meritocratica. Nei grandi gruppi, con migliaia di dipendenti, costruire questo senso di appartenenza, invece, è più complesso».

Quanto guadagna oggi un giovane appena assunto?

«1.850 euro netti. Non è più come quarant’anni fa, quando l’ingresso in banca garantiva forse qualche privilegio in più».

C’è spazio per i giovani in Banca di Bologna?

«Assolutamente sì. In un’epoca in cui le banche riducono gli sportelli e il personale, noi continuiamo ad assumere e apriamo filiali, oggi siamo arrivati a 34 filiali. È vero che oltre il 90% delle operazioni avviene online, ma la filiale resta fondamentale come presidio commerciale e relazionale sul territorio».

Assumete solo laureati? «Oggi sì, tendenzialmente solo laureati».

Nel vostro caso, un assunto si può aspettare di arrivare a fare carriera? E in che ruolo? 

«L’attuale direttore generale entrò in banca nel 1990. Dopo cinque anni gli chiesi di diventare vicedirettore di filiale; a 27 o 28 anni, divenne direttore di filiale. All’epoca era una scelta quasi impensabile perché si diventava direttori solo dopo i cinquant’anni».  

E un direttore di filiale oggi quanto guadagna?  

«Dipende dall’anzianità di servizio, che un po’ incide, e dalla filiale che si gestisce. Diciamo dai 60 mila ai 100 mila euro lordi all’anno. Ci sono persone che sono di grande qualità e quindi è giusto retribuirle e premiarle. Nei grandi gruppi la figura del direttore di filiale è stata svuotata di poteri, soprattutto nell’erogazione del credito, io lo considero un errore. E infatti da noi hanno una forte autonomia decisionale».  

Dopo una vita passata in banca, come coniuga vita privata e vita professionale? 

«Per molti anni ho vissuto quasi esclusivamente per il lavoro. Per almeno trent’anni non sono mai rientrato a casa prima della cena. Ci sono stati momenti di forte impegno. Ricordo, ad esempio, la vicenda del cambio di nome in “Banca di Bologna”. Oggi il tempo dedicato al lavoro è molto diverso».  

Come andò?

«Inizialmente la Banca d’Italia negò l’autorizzazione. Dopo mesi arrivai a minacciare un ricorso al Tar. Tre giorni dopo arrivò l’autorizzazione».

Chi decide in banca?

«La maggior parte delle decisioni operative spetta al direttore generale. Quelle che superano le sue deleghe vengono portate in consiglio di amministrazione».

Qual è stata la decisione più difficile della sua carriera?

«Come presidente, poche. Come direttore generale, molte. La fase più impegnativa è stata attraversare la grande crisi iniziata nel 2009. In quegli anni ti trovavi di fronte a imprenditori disperati che stavano perdendo tutto, oppure a soggetti che cercavano di scaricare il rischio sulla banca».  

In Banca di Bologna per trent’anni lei ha deciso ogni cosa. E oggi?

«Questo non è esatto: ogni organo ha sempre deciso per le proprie competenze. E oggi ovviamente è ancora così».  

Quanto conta l’andamento dell’economia nazionale sulle scelte di una banca locale come la vostra?

«Moltissimo, incide su tutto. Oggi vediamo gli effetti delle tensioni internazionali: aziende che lavoravano con Germania o Russia hanno subito cali drastici di fatturato. Poi però, in ogni situazione va vista caso per caso».

Dal vostro osservatorio come sta andando l’economia bolognese?

«Come già detto sta reggendo, pur in un contesto di forte incertezza. Ma le incertezze dell’economia spingo le famiglie a ridurre i consumi. Il settore più solido resta il packaging. Nell’edilizia, invece, molte imprese storiche sono scomparse. Anche la moda soffre, pur con alcune eccellenze che resistono».  

La casa è un’emergenza in città. Cosa può fare una banca locale?

«Poco, purtroppo. C’è una forte carenza di abitazioni. Il consumo di suolo limita la costruzione di nuove case a prezzi accessibili. È un problema serio, per gli studenti, che sono una risorsa fondamentale per Bologna, e per i lavoratori. Ma Anche Confindustria segnala che molte aziende faticano ad attrarre personale per i costi sono troppo alti delle case».

La Banca di Bologna è sponsor del Bologna calcio. Lei è tifoso?

«Molto. Sono stato a Roma per la Coppa Italia ed è stata un’esperienza che è andata oltre l’aspetto sportivo. La mattina dopo la partita, in centro a Roma, c’erano famiglie, bambini, persone con i colori del Bologna ovunque. La città ha avuto una fortuna enorme a incontrare una proprietà come quella di Saputo».  

Il tema dello stadio resta centrale. Come valuta la situazione?  

«A Bologna tra la proprietà e Comune si discute da anni. L’alternativa è tra ristrutturare il Dall’Ara o realizzare un nuovo complesso. Una scelta non facile che però sta prendendo troppo tempo»

Bologna è mutata molto in questi ultimi decenni. Qual è il significativo cambiamento che l’ha colpita di più?

«Il centro storico è cambiato soprattutto per l’aumento del turismo, ma Bologna non è come Firenze o Venezia. Il traffico, la viabilità, la mancata realizzazione di infrastrutture strategiche come il passante restano i problemi principali. E i segnali di degrado e insicurezza incidono sulla percezione complessiva della città».

I candidati civici possono rappresentare un’alternativa al governo della città? 

«Amministrare una città è come gestire una grande impresa, anzi è ancora più complesso. Penso che il know-how imprenditoriale può essere utile. Il problema è che oggi è difficile trovare persone disposte ad assumersi una responsabilità così impegnativa».

Da cittadino che giudizio dà su e Lepore, Meloni e Trump?

«Non amo dare voti, perché chi fa il banchiere dovrebbe restare fuori dalla politica. Considero Trump inclassificabile. Di Meloni dico che opera in un contesto internazionale molto complesso e mantenere l’equilibrio non è semplice».

E il sindaco?

«Il suo è un ruolo molto difficile e chi fa il sindaco è inevitabilmente esposto alle critiche. Bologna ha potenzialità enormi ma che non vengono ancora sfruttate appieno».

Cosa pensa dell’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti delle banche?

«Non ha un senso. Ci sono stati anni in cui le banche hanno avuto margini più ridotti, ma non hanno avuto alcun aiuto. Se invece si chiede di dare un contributo in momenti di grande difficoltà allora il discorso cambia».

 

L’intervista è stata pubblicata sul Quindici n.13 del 12 Febbraio 2026