Teatro
Marilyn Monroe (foto Ansa)
Impossibile dimenticare il suo talento, il suo fascino conturbante, ma anche la sua fragilità ben celata e i segreti di una vita contornata da aloni di mistero, fino alla tragica morte in circostanze poco chiare a soli 36 anni. Quest’anno cade il centenario della nascita di Marilyn Monroe, diva – forse la diva per eccellenza – di Hollywood e icona di stile, nata esattamente il 1° giugno 1926, e il Teatro Duse le ha reso omaggio ospitando per tre serate, dal 6 all’8 febbraio, lo spettacolo “A qualcuno piace caldo” di Mario Moretti, diretto da Geppy Gleijeses. La commedia è ispirata al film omonimo di Billy Wilder, ormai un cult del genere, reso intramontabile dalla Monroe assieme a Tony Curtis e Jack Lemmon.
L’opera di Moretti riprende molto della trama originaria e in essa i ruoli primari sono affidati a Euridice Axen, nel ruolo che fu di Marilyn, Giulio Corso (Curtis) e Gianluca Ferrato (Lemmon). Nonostante il cambio di nomi e la velocizzazione di certe situazioni, “A qualcuno piace caldo” in versione teatrale riesce a presentarsi come un valido erede della sceneggiatura di Wilder, complice una storia sempre fresca e divertente: due musicisti squattrinati della Chicago del proibizionismo (siamo nell’annus horribilis del 1929, quello della grande crisi finanziaria) finiscono invischiati loro malgrado in un regolamento di conti tra polizia e mafia e, per non farsi riconoscere dalla parte criminale, scappano con un coro femminile su un treno diretto in Florida, travestiti da donne. Seguiranno comiche vicissitudini, l’amore e un lieto fine da grasse risate.
Corso e Ferrato riportano sotto i riflettori le peculiarità attoriali di Curtis e Lemmon con destrezza e sicurezza, riuscendo a rendere divertente e godibile la loro comicità en travesti. Più spicciola risulta la scenografia, munita di uno schermo che ripropone le ambientazioni, ma gli oggetti di scena riescono comunque a renderle credibili. Lo spettacolo riesce a strappare una manciata di risate al pubblico, facendo rivivere lo stile ironico e graffiante di Wilder, re della commedia americana dei tempi d’oro di Hollywood. E il sipario non poteva che calare subito dopo la mitica battuta finale ripresa identica al film, quel «beh, nessuno è perfetto» detto da un eccentrico miliardario innamorato di Lemmon mascherato da donna, che non si rassegna al suo amore strampalato nonostante il rivelamento della verità. Una battuta che racchiude davvero la bellezza bizzarra di certi episodi della vita, ancora una volta riproposta nella sua autenticità da quel lucido specchio del vero chiamato teatro.