Il decennale
Ritaglio del disegno affisso da oggi all’ingresso della Regione
«Umberto Eco aveva un piccolo rito laico, l’aperitivo al Caffè Commercianti in Strada Maggiore. Lì, con qualche collega o allievo, sorseggiava il suo Martini cocktail. Accompagnato dalla barzelletta del giorno che offriva a tutti quelli che conosceva, raccontata con impareggiabile maestria». Così lo ricorda il mass-mediologo Roberto Grandi, amico di una vita e uno degli ideatori della maratona di letture, ancora in corso, per festeggiare la fine dei dieci anni di silenzio chiesti, nel testamento, dal celebre semiologo piemontese, trasferitosi a Milano. Grande frequentatore delle aule universitarie, a partire dalla storica sede di via Guerrazzi, come delle osterie del centro, fino alla sua morte, Eco trovò nella Turrita una seconda casa, dove trascorrere tre giorni a settimana nel periodo delle lezioni, da novembre a maggio. Dove trovare un clima affine al suo carattere. Così racconta il sindaco Matteo Lepore: «Quando arrivò qui, nel 1972, Bologna era un laboratorio politico e culturale, uno spazio in cui l’erudizione poteva convivere con l’ironia e il sapere con la convivialità». E dove stringere amicizie sincere e durature anche con figure antitetiche. «Rimase sempre “uno dei milanesi” – rievoca l’allievo Giampaolo Proni, oggi biografo e professore dell’Alma Mater – ma nacque un rapporto straordinario con Fabio Roversi Monaco, che era “ultra bolognese”. Erano entrambi persone di altissima eccellenza intellettuale e così si capirono, anche se erano molto diversi: Umberto era un teorico, Roversi Monaco uno più pratico. Però trovarono un accordo e lavorarono insieme per il nono centenario dell'università».
Una vita, quella di Eco, consumata per la maggior parte in un «piccolo triangolo, tra l’università, casa sua, una traversa di San Vitale, e il centro», continua Grandi, fatta di giornate in dipartimento, di notti a scrivere nella sua abitazione e di alcune tappe preferite quando usciva. «Il più delle volte si andava a prendere una pizza da una pizzeria, che definiva “L’avvelenatore”. Diceva che si mangiavano più i discorsi che le mozzarelle», scherza il mass-mediologo, che però non rivela il nome del locale. «Esiste ancora ma ha cambiato gestione». E poi, aggiunge Proni: «C’era un ristorante cinese, il secondo andando verso la Porta in Strada Maggiore, dove gli piaceva andare».
Ma Eco non frequentava solo i luoghi chiusi, anzi, tra le sue attività preferite c’erano le lunghe passeggiate sotto i portici, che diceva essere «fatti per un andamento da persona anziana – riporta Grandi – perché costringono a incontrare una serie di ostacoli, a fermarsi, guardarsi intorno e parlare con le persone». E poi, per uno dei più grandi studiosi e appassionati della parola scritta, non potevano mancare i doverosi giri nelle librerie della città, dalla Nanni alle librerie antiquarie, dove sfogliava e acquistava i libri più antichi per la sua collezione.
In totale sono circa 1300 rimasti a Milano, come ha precisato l’amico. Mentre tutti i volumi più recenti, ben 44mila, sono confluiti nella Biblioteca universitaria dell'Alma Mater di Bologna, dove rimarranno depositati per 90 anni. Nel religioso rispetto dell’ordine con cui erano disposti sugli scaffali di Umberto. L’inaugurazione della nuova collezione universitaria è fissata per maggio, mese che vedrà anche l’organizzazione di un convegno universitario in suo onore. Intanto, Bologna ricorda il suo professore con una vetrofania affissa sulle vetrate d’ingresso della sede della Regione in viale Aldo Moro 52, con il disegno dell’illustratrice dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Giunta, Agata Matteucci. Umberto Eco, seduto su una pila di libri, ci lascia un insegnamento più che mai attuale: «I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare».