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Il primo numero del "Corriere della Sera", datato 5 marzo 1876 (foto Ansa)
Dalla Galleria Vittorio Emanuele a Via Solferino. Dal fascismo alla P2. Da Montanelli a Oriana Fallaci. In mezzo, centocinquant’anni di storia raccontati dal Corriere della Sera, che oggi festeggia il suo anniversario più simbolico. Nato nel 1876 dall’ambizione di Eugenio Torelli Viollier di dare voce alla borghesia milanese, il quotidiano meneghino è stato insieme testimone e protagonista delle vicende che hanno plasmato il destino dell’Italia.
«Pubblico, vogliamo parlarti chiaro». Si apriva così, il 5 marzo 1876, “Al pubblico”, l’editoriale del primo numero del Corriere della Sera. Quel numero uscì nel pomeriggio della prima domenica di Quaresima. Torelli, trentaquattrenne napoletano che aveva fatto la gavetta a “L’indipendente”, la testata partenopea fondata da Alexandre Dumas nel 1860, decise di sfidare un colosso dei quotidiani milanesi, “Il Secolo”. Lo fece perché voleva rappresentare la borghesia meneghina, quella conservatrice. Non a caso la prima sede del giornale è nella Galleria Vittorio Emanuele II, il “salotto di Milano”. «Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà e l'ordine. Ma siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour», scriveva Torelli in quella prima pagina. È in quell’occasione che fissa le coordinate del giornale: un quotidiano liberale, chiaro, misurato, che si attiene ai fatti, a differenza dei «giornali dello scandalo e della calunnia».
Le ambizioni erano tante, le risorse un po’ meno. Se “Il Secolo” disponeva di cronisti e tipografie, il “Corriere” doveva fare tutto in casa, limitando al massimo le incisioni e i redattori. La storia del giornale che, ancora oggi, rimane il più acquistato in edicola, cominciò così, con tremila copie vendute e trentamila lire per finanziarsi. La vera svolta arrivò con Luigi Albertini, che successe a Torelli all’inizio del secolo scorso. Albertini veniva dal mondo dell’informazione anglosassone, dal rigore del “Times”, e impose quella stessa accuratezza al Corriere, che venne plasmato secondo il modello della stampa europea. Il giornale venne così rivoluzionato dal ventinovenne: la sede si sposta in via Solferino, dove arrivano nuove linotypes e rotative; vengono potenziati i supplementi, con “La Lettura” e il “Romanzo mensile”, inserti che vanno direttamente incontro ai desideri della piccola borghesia; vengono rafforzate la rete dei corrispondenti, sparsi ormai in tutto il mondo fino a Pietrogrado. È sotto Albertini che nasce la terza pagina, quella dedicata alla cultura, rendendola in breve tempo la più famosa e ambita, con collaboratori d’eccezione quali Gabriele d’Annunzio, Luigi Pirandello, Giovanni Verga e Grazia Deledda. Il “Corriere”, sotto la guida di Albertini, diventa così uno dei giornali più completi d’Italia, riuscendo infine nell’impresa di sorpassare, dopo trent’anni, “Il Secolo”.
La frattura drammatica arriva però negli anni Venti del Novecento. Il quarto potere è ciò che più spaventa il nuovo regime fascista, e i primi a essere colpiti dalla lama della censura sono i giornali che hanno largo seguito nella borghesia. Mussolini vuole la testa di Albertini, e nel 1925 la ottiene, quando la proprietà Crespi lo estromette dalla direzione. Albertini però se ne va a testa alta, pubblicando un Commiato che è insieme un addio e una dichiarazione di indipendenza. Qui, sotto la direzione di Aldo Borelli, il giornale si adegua alle indicazioni del ventennio, comprese le campagne razziali. È in questo periodo che sulle pagine del giornale si affermano però quelle firme che faranno la storia del giornalismo italiano, come Dino Buzzati e Indro Montanelli. Montanelli è uno di quelli che accompagneranno il Corriere durante la sua rinascita dopo la Liberazione quando il Corsera, che cambia nome prima in “Corriere d’informazione” e poi in “Nuovo Corriere della Sera”, si schiera a favore della Repubblica, rimarcando la nuova linea progressista tracciata da Mario Borsa, nuovo direttore antifascista.
Il quotidiano di Milano torna così ad essere il centro del dibattito pubblico e culturale italiano, portando sulle sue pagine autori del calibro di Pier Paolo Pasolini con i suoi “Scritti corsari”, interventi taglienti e anticonformisti che smontano il perbenismo del Bel paese dell’epoca. La svolta progressista del giornale fu la principale causa dell’abbandono di Montanelli, che di lì a poco avrebbe fondato “Il Giornale”.
Un’ennesima crisi è però in agguato. Il 20 maggio 1981 il Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani rende pubblico l’elenco degli iscritti alla P2, la loggia massonica deviata guidata da Licio Gelli, e fra i giornalisti e gli editori appare il nome di Franco di Bella, editore e direttore del “Corriere”. Investito dallo scandolo, il quotidiano di via Solferino perde per la prima volta dal 1904 il suo primato di vendite, strappato ora da “La Repubblica” di Eugenio Scalfari.
L’enorme frattura creata da quell’evento costringe il “Corriere” ad una nuova rivoluzione, che si compie negli anni Novanta sotto la direzione di Paolo Mieli e negli anni Duemila con Ferruccio de Bortoli, che puntano alla “settimanalizzazione” con inserti come “Sette” e al ritorno a quel confronto chiaro e pulito di Torelli che vede protagoniste firme come Oriana Fallaci e Tiziano Terzani.
«Infine quest’ultima battaglia, combattuta in nome delle stesse idealità, degli stessi principî liberali a cui ho sempre ispirato la mia azione così nella politica interna, come nella politica estera e nell’economica, convinto come sono che tutte le libertà sono solidali fra loro», scriveva Albertini nel Commiato del 28 novembre 1925. Quelle parole, nate quasi un secolo fa, risuonano oggi, a centocinquant’anni dalla fondazione del Corriere della Sera, con la stessa forza di quel primo editoriale del 5 marzo 1876. Un secolo e mezzo dopo quella stessa responsabilità, quegli stessi ideali di un’informazione chiara e attenta ai fatti restano il monito del giornalismo.