strage bologna
La copertina del podcast basata su un frame del video di Harald Polzer
La stazione di Bologna. Uno studente, una turista, tre giovani vestiti da escursionisti, un autista di autobus, una veicolista delle ferrovie, un’infermiera, magistrati, agenti segreti, massoni. Tutte persone che, volenti o nolenti, sono state parte di un evento molto più grande di loro, le cui singole storie intrecciate alla storia con la “S” maiuscola sono state scoperte, ascoltate e raccontate dalla giornalista Sara Poledrelli nel podcast "Lampi - 2 agosto 1980", dedicato alla strage della stazione di Bologna. Sei episodi, tutti disponibili online dal 16 marzo sulle principali piattaforme di podcast e su YouTube sul canale della casa produttrice Piombo Podcast, per un totale di quasi quattro ore di testimonianze, spesso inedite, sulla strage di civili più grave dell’Italia post bellica.
«Un’inchiesta personale - così Poledrelli descrive il suo lavoro - nata da una necessità di capire e presto divenuta volontà di restituire la complessità della verità, sfatando la retorica del mistero e mostrando quanto, in fondo, si sappia». I lampi del titolo rappresentano proprio questo, luci improvvise che illuminano il buio e fanno vedere i contorni di cose rimaste nell’oscurità troppo a lungo. Una figura retorica presa in prestito dal romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini “Petrolio”, che all'appunto 121 “Lampi sull’Eni” prevedeva un attentato alla stazione di Bologna cinque anni prima che avvenisse. Pasolini non era un profeta, ma un intellettuale che sapeva leggere il suo tempo e aveva intuito la rete di eventi intorno agli "anni di piombo" italiani. Lampi che arrivano dalla condivisione collettiva di un momento scioccante, appunto una cartina di tornasole dell’Italia dell’epoca e banco di prova per nuovi strumenti, come i pool istruttori per mettere in comune il lavoro dei magistrati su casi diversi o le associazioni delle vittime.
La scansione delle puntate rispecchia le fasi del lavoro di Poledrelli; parte dallo scoppio della bomba, dai testimoni delle 10.25 di quel 2 agosto, per poi allargare lo sguardo sulle indagini, i depistaggi, il contesto nazionale e internazionale che hanno fatto sì che quell’ordigno di 23 chili lasciato nella sala d’aspetto della stazione uccidesse 85 persone. Tra di esse c’erano molti che si trovavano lì per caso. Uno era Sergio Secci, studente del Dams in attesa della coincidenza per Bolzano, arrivato da Forte dei Marmi nella notte dopo aver festeggiato il compleanno dell’amica e compagna di corso Elena Castagni. Un altro, Mauro di Vittorio, fu tra gli ultimi a essere identificato poiché la famiglia era convinta che si trovasse a Londra, ignara del suo rientro in Italia dopo essere stato respinto dalla dogana a Dover. A lavorare ai binari c’era la 23enne Patrizia Colombari, da poco assunta dalle ferrovie. Sopravvissuta allo scoppio, descrive le figure barcollanti nel fumo, lo scatto dei capotreno più reattivi che fecero evacuare il convoglio fermo al binario 1. Nel frattempo all’esterno Agide Melloni, sceso dal suo bus della linea 37 in piazzale Medaglie d’oro, osservava la devastazione prima di offrire il suo mezzo e la sua guida per portare i corpi dei morti alla medicina legale di via Irnerio, permettendo alle ambulanze di trasportare solo i feriti. All’Ospedale Maggiore arrivarono mezzi a sirene spiegate e barelle: si parlava di una caldaia esplosa alla stazione, ma le infermiere sapevano che le caldaie non puzzano di polvere da sparo. La pensò nello stesso modo il magistrato Vito Zincani che collegò l’esplosione al terrorismo di destra, autore sei anni prima degli attentati sul treno Italicus e in piazza della Loggia a Brescia. Sono i Nar, i nuclei armati rivoluzionari. Secondo le sentenze definitive, furono tre quella mattina. Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, vestiti da tirolesi per riconoscersi, elemento che permetterà poi di individuarli. Un quarto, Gilberto Cavallini, il giorno dopo, secondo l'esito del processo, fornirà loro documenti falsi per far perdere le tracce. Un quinto, Paolo Bellini, venne riconosciuto dai giudici sul binario nel video di un turista svizzero, Harald Polzer, girato a pochi minuti dall'esplosione. Alla sua storia Poledrelli dedica molto tempo, insieme a quella del maresciallo di polizia reggiano Rolando Balugani, che investigò su di lui per decenni cercando di dimostrarne la colpevolezza.
Una vicenda da film, fatta di cambi d’identità, coperture, inquinamento di prove. Gli stessi depistaggi che caratterizzarono l’intera fase processuale. Dai sabotaggi interni al procedimento giudiziario operati dal procuratore generale di Bologna, Ugo Sisti, a quelli sistematici a livello nazionale. Perché i mandanti della strage sono stati riconosciuti in Licio Gelli e nella loggia massonica deviata "Propaganda 2", con radici profonde anche nei servizi segreti statali, attivati per creare una falsa pista che portasse a indagare su colpevoli stranieri e non sul terrorismo neofascista. Lo stesso Presidente della Repubblica Francesco Cossiga affermò che la verità su chi ci fosse dietro l'attentato non si sarebbe mai potuta raggiungere. Il 2 agosto, piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus, tutte operazioni parte della “strategia della tensione” volta a destabilizzare la democrazia, spingere verso soluzioni autoritarie al disordine e tenere i partiti di sinistra lontani dal governo non solo in Italia, ma anche in diversi stati europei e sudamericani, all’interno del quadro della Guerra fredda.
I processi agli esecutori materiali e poi quello ai mandanti si sono conclusi solo nel 2025, condannando non solo i Nar, ma anche tutto il macchinario sommerso alle loro spalle. Una vicenda giudiziaria durata 45 anni nel corso dei quali l'”Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980”, la prima associazione di questo tipo nata nel nostro Paese, non è mai retroceduta di un passo, ottenendo anche diverse vittorie legali: la revoca del segreto di Stato dagli eventi di strage e terrorismo o l’inserimento del reato di depistaggio nel codice penale dopo una proposta di legge d’iniziativa popolare.
Proprio sulla forza della comunità bolognese, ferita ma non vinta, si concentra Poledrelli per chiudere la sua riflessione sul 2 agosto e sulla tenacia di tutti coloro che non si sono mai fermati davanti a nulla per ricostruire la verità, spinti da senso civico, fedeltà alla Repubblica, desiderio di giustizia. Ne ha a lungo avuto un esempio proprio in famiglia: lo zio, il giudice Alberto Albiani, fu uno dei magistrati a latere del primo processo. Non una fonte per lei, visto il suo perenne riserbo con i parenti, ma un elemento costante di legame con la vicenda viste le sue apparizioni in tv e gli spostamenti sotto scorta.
Tutti segnali che l’orologio fermo alle 10.25 in cima al lato sinistro della facciata della stazione non è il solo lascito di quel 2 agosto 1980.

La giornalista autrice del podcast Sara Poledrelli (foto dell'ufficio stampa)