Il ricordo
Cassero, sede delle celebrazioni di venerdì per Jacopo Camagni (foto di Edoardo Cassanelli)
Il mondo del fumetto saluta Jacopo Camagni, il fumettista bolognese di 48 anni venuto a mancare domenica primo marzo. Nato il 21 dicembre 1977, viveva a Roma da qualche anno, e proprio nella capitale ha costruito una carriera che lo ha reso celebre in tutto il panorama del comic italiano e internazionale. Grazie al suo talento nel corso degli anni ha collaborato con le più importanti case editrici, dalla Marvel Comics alla Panini Comics, o ancora Bonelli. Un cittadino impegnato sotto diverse prospettive, non solo dal punto di vista artistico, ma si è prestato attivamente anche nel politico e nel sociale. Per ricordarlo abbiamo parlato con Vincenzo Branà, giornalista, attivista e presidente del Cassero di Bologna, che ha avuto l’opportunità di conoscerlo e di lavoraci insieme, come
Che tipo di persona era Jacopo?
«Per me Jacopo è stato un compagno di strada. In queste ore stiamo tutti realizzando la sua grandezza. Era una persona profondamente generosa, donava la sua arte a chiunque. Tutti gli amici hanno almeno un suo disegno. Io personalmente l’ho conosciuto soprattutto come compagno di lotte e di progetti politici. Oggi scopro una dimensione ancora più ampia, che attraversa il fumetto, il gioco, l’arte e relazioni internazionali. Da ogni parte del mondo arrivano messaggi e ricordi. È come se stessimo mettendo insieme, pezzo dopo pezzo, il puzzle della sua vita».
Cosa è rimasto ad oggi di ciò che ha costruito negli anni?
«Non si limitava ad avere buone idee, le trasformava in progetti concreti, sempre insieme agli altri. Costruiva comunità, creava occasioni di incontro, lasciando sempre qualcosa di vivo e condiviso. Ha fondato realtà importanti come La Gilda, una community ludica LGBT che oggi è cresciuta tantissimo. Fu lui a proporla, intuendo che anche le persone gay e queer avevano bisogno di nuovi spazi e nuovi modi per stare insieme. Poi c’è “La Falla”, oggi una testata del Cassero, nata anche grazie a lui: ogni numero ospitava un disegno inedito donato da un artista. E ancora la mostra “Rosa Ceneri”, dedicata alla memoria delle persecuzioni omosessuali durante il fascismo: un progetto collettivo di cui fu curatore. Tutto questo lo faceva senza mai mettersi al centro, e la sua arte non era solo politica, sapeva entrare nelle case, finire su un comodino, diventare parte della vita quotidiana».
Se dovessi descriverlo con una parola o una frase?
«Lo definirei un “supereroe gentile”. Disegnava supereroi, ma lui era l’opposto dell’eroe muscolare: era esile, delicato. La sua forza stava nella profondità, non nell’apparenza. Ti insegnava che il vero eroismo ha a che fare con lo spessore umano. Sto scoprendo solo ora quanto fosse profondo. Io conoscevo una parte di lui, ma in questi giorni stanno emergendo mondi interi che ha attraversato con la sua arte. Ad oggi, al funerale, si scopre la vastità della persona che era. Jacopo era così, discreto e mai egocentrico, ma capace di lasciare tracce ovunque».
Come si svolgerà la sua commemorazione al Cassero?
«So che in questi giorni al Cassero sono già esposti alcuni suoi disegni. Per venerdì mi aspetto un momento molto intenso: stanno arrivando persone da ogni parte del mondo, so che una ragazza ha preso un volo dagli Stati Uniti per essere qui venerdì. Ho la sensazione che sarà un addio speciale, capace di restituire la misura di quanto fosse grande la sua rete di affetti e collaborazioni».