IL QUINDICI
Un impianto industriale (foto Ansa)
Il rumore della guerra in Medio Oriente arriva fino a Bologna sotto forma di bollette più alte, voli dimezzati e investimenti congelati. La chiusura dello stretto di Hormuz ha riaperto una ferita che l’Europa pensava di aver imparato a gestire dopo il conflitto in Ucraina: la dipendenza energetica. E in Emilia-Romagna, una delle regioni più industrializzate e manifatturiere della penisola, gli effetti della crisi sono già visibili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), la guerra del Golfo Persico ha creato la più «grave crisi energetica della storia». Mentre la violenza sta sconvolgendo nuove aree del Medio Oriente, Donald Trump è volato in Cina per trovare un accordo con Xi Jinping, ma il populismo, il nazionalismo e la polarizzazione rabbiosa permeano sempre di più il tessuto occidentale. «Con la chiusura dello stretto di Hormuz sono venuti meno circa quindici milioni di barili di petrolio al giorno, quasi il 15% della domanda mondiale. È il più grande shock dell’offerta energetica dai tempi della crisi petrolifera del 1973», spiega Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e del Commercio e attuale direttore della rivista Energia.
Secondo Clò, la reazione dei mercati non riflette ancora pienamente la gravità della crisi. «Oggi il greggio è aumentato di circa il 50%, ma rispetto agli shock energetici del passato il prezzo del petrolio dovrebbe avvicinarsi ai 200 dollari al barile». A peggiorare il quadro sono stati anche i danni agli impianti di liquefazione del Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di gas naturale liquefatto. «Serviranno alcuni mesi perché queste infrastrutture possano tornare a una sorta di normalità», sostiene l’economista Clò. Per l’Italia, paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, l’effetto domino è già visibile: l’aumento del costo del greggio si trasferisce rapidamente sul prezzo della benzina e del diesel, ma anche sui trasporti merci, sulla grande distribuzione e infine sul carrello della spesa. Le famiglie italiane ad aprile hanno visto una “maxi-stangata” da quasi mille euro a famiglia, con un aumento dei prezzi pari a +2,8 punti percentuali. A sottolinearlo il Codacons, associazione italiana dedita alla tutela dei consumatori e dell’ambiente, che ha realizzato uno studio per tentare di comprendere come i prezzi al dettaglio delle merci siano cambiati a partire dallo scoppio della guerra tra Iran e Usa, iniziata il 28 febbraio di quest’anno. Da quanto emerso, in soli tre mesi l’effetto Iran ha portato nel nostro Paese un aggravio nella spesa pari, stando allo studio del Codacons, a +198 euro per una famiglia di due componenti e +287 euro per le famiglie con due figli a carico. Il rischio concreto, si legge nel report, «è non solo un impoverimento generalizzato dei nuclei meno abbienti, ma anche una contrazione dei consumi da parte delle famiglie come reazione al caro-prezzi, con effetti estremamente dannosi per l’economia nazionale».
Scendendo sulla realtà dell’Emilia-Romagna emerge come l’ultima escalation nel Golfo Persico si inserisca in un contesto economico già profondamente indebolito da oltre un anno e mezzo di tensioni internazionali successive al conflitto scoppiato in Medio Oriente il 7 ottobre 2023. I dati dell’Osservatorio TrendER raccontano infatti un sistema produttivo che nel 2025 mostrava già evidenti segnali di affaticamento: i ricavi delle micro e piccole imprese regionali sono diminuiti dell’1,2%, mentre gli investimenti sono crollati del 24%. «Siamo intrappolati nelle sabbie mobili generate dai conflitti in corso e dalle loro conseguenti implicazioni», osserva Guido Caselli di Unioncamere Emilia-Romagna. A soffrire di più sono stati i comparti energivori e legati alle filiere internazionali: il manifatturiero ha chiuso il 2025 a -3,8%, con punte negative nel tessile-abbigliamento-calzature (-6,6%), nel legno-mobile (-7,2%) e nella meccanica (-3,4%). Tra i settori più colpiti c’è anche la ceramica di Sassuolo: «Non pesa soltanto il caro energia — osserva Davide Tabarelli, direttore di Nomisma Energia — ma anche il crollo della domanda proveniente dai paesi del Medio Oriente, che rappresentavano uno dei mercati di riferimento per il distretto».
Il rallentamento colpisce in modo particolare Bologna, che nel 2025 ha registrato una contrazione dei ricavi del 4%, tra le peggiori performance provinciali dell’Emilia-Romagna insieme a Rimini. Nel capoluogo emiliano, dove pesa la presenza di una filiera manifatturiera fortemente integrata con i mercati esteri e con i comparti della meccanica e della subfornitura industriale, l’aumento dei costi energetici rischia di comprimere ulteriormente margini già ridotti. «Le micro e piccole imprese restano il cuore dell’economia regionale, ma stanno vivendo una fase di rallentamento che deve preoccupare tutti», ha dichiarato il presidente di Cna Emilia-Romagna Paolo Cavini, evidenziando come il sistema produttivo «resista, ma fatichi a programmare il futuro». A tenere sono soltanto alcuni segmenti dei servizi, come trasporto e magazzinaggio (+2,5%) e i servizi alla persona (+2,3%), mentre commercio, turismo e attività immobiliari mostrano segnali di forte debolezza. In questo contesto, Bologna rischia di pagare un doppio prezzo: da un lato l’esposizione industriale ai mercati internazionali, dall’altro il rallentamento dei consumi interni e del terziario urbano, aggravato dall’incertezza energetica che continua a pesare sulle prospettive economiche europee.
La vera “nota dolente”, stando all’analisi Codacons, «sono i trasporti, con i prezzi dei biglietti dei voli internazionali che, rispetto allo scorso febbraio, si impennano del +18,2%, mentre le tariffe dei traghetti salgono del +6%». Anche nel tessuto bolognese la realtà turistica è preoccupante. «Abbiamo riscontrato una flessione del più del 60% rispetto allo scorso anno. Le richieste sono completamente bloccate, in particolare alcune mete come gli Stati Uniti e tutto il sudest asiatico», ha raccontato una lavoratrice di un’agenzia viaggi bolognese a InCronac@: «La crisi – ha precisato - si è verificata anche nel 2022 a causa dello scoppio della guerra in Ucraina ma non in queste proporzioni. A maggio di solito in agenzia si lavora moltissimo mentre ora è vuota». Una visione condivisa anche dall’agenzia viaggi bolognese “Fratesole viaggeria” specializzata in viaggi spirituali e cammini. «Il mercato è fermo, molti stanno alla finestra aspettando gli eventi. Le persone non si sentono sicure a lasciare l’Italia», racconta una loro dipendente che lamenta anche un certo «terrorismo psicologico» da parte dei media: «I clienti si preoccupano per quello che riportano i giornali e decidono di restare a casa».
Del resto, non sono pochi coloro che riescono a battere cassa con la guerra. In un articolo di Serge Enderlin uscito su “Le Monde”, è emerso come dall’inizio del conflitto contro l’Iran le aziende legate alle materie prime hanno registrato incassi record. In particolare, quelle che si occupano del commercio di petrolio in Svizzera. È presto per dire se il 2026 frutterà al settore delle materie prime più soldi di quelli guadagnati tra il 2022 e il 2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma Bloomberg ha riferito che vari operatori del settore stanno registrando gli utili più alti degli ultimi quattro anni. I profitti affluiscono principalmente in Svizzera, dove hanno sede i più grandi intermediari del commercio di greggio e altre materie prime. La Vitol, azienda leader nel settore, nel primo trimestre del 2026 avrebbe registrato utili per due miliardi di dollari. Guadagni enormi dovuti ai rincari provocati dalla chiusura dello stretto di Hormuz, che ha scatenato una corsa per accaparrarsi i carichi di greggio disponibile. Lo Sri Lanka, ad aprile, ha pagato un barile 286 dollari. Anche in Emilia-Romagna c’è chi approfitta della crisi. «Dentro la confusione della guerra – puntualizza Tabarelli di Nomisma Energia - c’è sempre qualcuno che può guadagnarci qualcosa. Per le aziende di Parma che lavorano all’estero con servizi di ingegneria gli alti prezzi dell’energia possono creare grandi stimoli per la realizzazione di nuovi impianti fuori dal Golfo Persico».
Il giornalista inglese Gillian Tett, allo stesso modo, ha evidenziato in un articolo uscito sul “Financial Times”, come la crisi energetica non abbia fermato i rialzi dei mercati: la Borsa, a dispetto delle aspettative, continua a crescere. L’ossessione del presidente Trump per l’andamento della borsa non sembra a rischio per il momento. L’economia globale cresce ancora a un ritmo superiore al 3% all’anno, l’S&P 500 (indice azionario statunitense) ha guadagnato, dall’inizio della guerra in Iran, più del 30% su base annua. Le Borse di Europa, Regno Unito e Giappone hanno seguito un andamento più altalenante, ma restano abbastanza dinamiche. Le aziende bolognesi stanno vivendo la crisi in maniera differenziata: l’aeroporto Guglielmo Marconi dal 27 febbraio ha perso più di un quarto del suo valore (-5,59%). Un calo dovuto in primis all’alto costo del cherosene, ma anche all’incertezza che regna nei cieli a causa della situazione geopolitica attuale. Per Hera, azienda leader nel settore dell’energia, le conseguenze della guerra si notano ma sono più contenute (-4,57%) mentre la Ferrari ha subito una perdita non banale del -12,88%. Non mancano però esempi positivi, come Datalogic, azienda leader mondiale nell’acquisizione automatica dei dati e nell’automazione industriale, il cui titolo in borsa dall’inizio della guerra è salito del +21,57%. «Non c’è alcuna variabile su cui ci sia qualche certezza su come possono evolvere le cose», osserva Alberto Clò. L’Europa, spiega l’ex ministro dell’Industria, sarà costretta ad aumentare ulteriormente gli approvvigionamenti energetici da paesi alternativi alla Russia, accelerando accordi con Algeria, Azerbaijan e altri esportatori di gas.
Ma la diversificazione energetica, da sola, potrebbe non bastare a mettere al riparo il continente dagli shock geopolitici. Per realtà produttive come l’Emilia-Romagna, dove industria, logistica e manifattura dipendono fortemente dalla stabilità dei mercati internazionali, la crisi in Medio Oriente rappresenta ormai molto più di un’emergenza temporanea: è il segnale di un nuovo equilibrio economico globale, più fragile, costoso e imprevedibile. In questo scenario Bologna e i distretti industriali regionali si trovano davanti a una sfida cruciale: riuscire a restare competitivi mentre energia, trasporti e materie prime diventano sempre più strumenti di pressione geopolitica.
L'articolo è tratto dal n.21 di "Quindici" del 4 giugno 2026