Istruzione
Degli studenti in attesa di fronte a un istituto (foto Ansa)
«Abbiamo richieste da oltre 90 Paesi. Quello da cui ne arrivano di più è il Bangladesh, seguito da Pakistan, Marocco e Italia. Purtroppo però le domande sono diventate troppe e non riusciamo ad accogliere tutti». È un allarme che non lascia spazio a interpretazioni quello lanciato da Emilio Porcaro, dirigente del Cpia Bologna, il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti che, in collaborazione con dieci scuole superiori del capoluogo emiliano-romagnolo, offre percorsi didattici serali a giovani adulti e lavoratori sotto le Due Torri.
Negli ultimi anni, racconta Porcaro, le domande di iscrizione sono cresciute in modo significativo, soprattutto dopo la pandemia. «Dal post-Covid abbiamo registrato un aumento notevole delle richieste: nell’ultimo anno l’incremento è stato di circa il 20%, con oltre 20mila domande a livello regionale». Numeri che fotografano un bisogno diffuso di formazione e di nuove opportunità. Secondo il dirigente, dietro questa crescita ci sono tre fattori principali. «Il primo riguarda l’arrivo di cittadini di Paesi terzi che vengono in Italia per ricongiungersi alle loro famiglie, dato che il nostro corso consente loro di ottenere il permesso di soggiorno. Il secondo è legato alle esigenze lavorative, mentre il terzo dipende dall’ampliamento dell’offerta formativa degli ultimi anni, che oggi include anche corsi di competenze specifiche, digitali e linguistiche, particolarmente richieste».
Eppure, nonostante la domanda crescente, il centro è costretto a fare i conti con limiti strutturali che ne frenano la capacità di risposta. «Abbiamo un problema di sedi disponibili: l’edificio in cui ci troviamo non è di nostra proprietà, ma condiviso con altri, e questo ci obbliga a rispettare orari precisi». A questa criticità si aggiunge la carenza di personale: «Mancano docenti e figure adeguate a sostenere un numero così alto di iscritti». Il Cpia, però, non resta a guardare e sta cercando di trovare qualche soluzione, anche se il percorso, ammette il dirigente, non è affatto semplice. «Per quanto riguarda le strutture, speriamo che il Comune e la Città Metropolitana riescano a individuarci un edificio dedicato, uno spazio nostro. Nel frattempo continuiamo a fare richieste anche sul fronte dell’organico. Qualcosa siamo riusciti a ottenere, ma non è sufficiente. Servirebbero maggiori investimenti».
Se queste criticità venissero superate, il centro potrebbe rispondere pienamente alle esigenze di un’utenza estremamente eterogenea: «Accogliamo persone dai 16 anni in su. Molti sono rider, e cerchiamo di andare incontro ai loro orari offrendo corsi serali, ma anche pomeridiani e mattutini, compatibilmente con le strutture che ci permettono maggiore flessibilità». Un aiuto concreto, nell’ultimo anno, è arrivato proprio dalla città: «Bologna ci ha sostenuto concedendoci l’utilizzo di una scuola dismessa, lì possiamo attivare anche quattro corsi con orari mattutini, con cui possiamo rispondere alle esigenze di chi deve coniugare studio e lavoro».