IL QUINDICI
Piazza Maggiore durante la proiezione di un film (foto concesse dalla Cineteca)
Pile e pile di bobine, tappetini davanti a ogni porta per fermare la polvere che potrebbe danneggiare gli strumenti e ovunque le pizze, ovvero le scatole metalliche circolari usate per trasportare e conservare i rulli di pellicola cinematografica prima del digitale. Benvenuti nella fabbrica delle meraviglie. C’è un angolo di Bologna, anzi sotto Bologna, dove dall’inizio degli anni Novanta i vecchi film rinascono a nuova vita in uno dei centri di restauro cinematografico più all’avanguardia di tutto il mondo. E dove, oltre all’odore di solventi e coloranti, si respira il profumo di novità e l’amore per il cinema. Parliamo del laboratorio della Cineteca “Immagine Ritrovata” che presto dalla sede di via Riva di Reno 72 si trasferirà all’ex parcheggio Giuriolo, alla Corticella. Dovrebbe succedere entro la fine del 2027 e l’obiettivo è, oltre ad avere spazi più ampi, quello di “dialogare” con gli archivi fotografici e filmici in un’unica grande casa comune. Si chiamerà Centro Renato Zangheri. Nella nuova struttura arriveranno tre milioni di fotografie e tantissime pellicole da conservare in speciali celle antincendio e vasche frigo in aree dove l’ossigeno è regolato soltanto al 14% per evitare il divampare di incendi. Si pensa al trasferimento, ma in questi giorni in Cineteca si avverte anche una tensione crescente per “Il Cinema Ritrovato”, il festival dedicato ai film restaurati che quest’estate – dal 20 al 28 giugno – festeggerà quarant’anni, rendendo omaggio, tra gli altri, a Luchino Visconti, Barbara Stanwych e Josephine Baker. Il nome di Visconti, di cui nel 2026 si celebrano ben due anniversari, è particolarmente legato alla Cineteca bolognese, che ha restaurato alcuni dei suoi più grandi capolavori, tra cui “Senso”, “Rocco e i suoi fratelli” e “Il gattopardo”.

Il restauro di una pellicola
Ma torniamo alla nuova sede. Al momento sta traslocando l’Archivio Film che occuperà il piano terra mentre i laboratori dell’Immagine Ritrovata saranno collocati al piano superiore, dove ci sarà anche uno spazio specializzato nel restauro fotografico. L’obiettivo del trasferimento è sia da parte del Comune che della stessa Cineteca quello di promuovere una riqualificazione della periferia: all’ex Giuriolo lavoreranno tra gli ottanta e i cento dipendenti e quelle attività faranno muovere in zona tantissime persone, addetti ai lavori e non. Una bella sfida per un centro di eccellenza culturale come questo che guarda con il proprio lavoro un ventaglio geografico che va da Hong Kong agli Stati Uniti. Negli ultimi anni, infatti, la Cineteca si è espansa all’estero, con un duplice scopo. Da una parte si tratta di seguire meglio mercati lontani come quello asiatico, dall’altra di tenere un occhio vigile su importanti realtà internazionali del settore. La Cineteca ha garantito, ad esempio, la sopravvivenza nel tempo di un luogo storico come il laboratorio francese Eclair ma, attraverso l’operazione commerciale olandese Waddinxveen, ha anche acquisito un reparto per lo sviluppo della pellicola moderno e funzionale.
Per raccontare tutta la storia dell’Immagine Ritrovata bisogna, però, tornare indietro, ai primi anni Novanta. Perché il laboratorio è stato tra i pionieri di quella che è a tutti gli effetti una disciplina artistica relativamente recente e tutt’ora in fase di scoperta. Quest’attività apparentemente artigianale è iniziata con piccole lavorazioni analogiche sui film muti per poi specializzarsi via via verso forme di restauro cinematografico più complesse, dal punto di vista sia tecnico che filologico. Oggi l’Immagine Ritrovata si occupa di tutto, anche di lavori di digitalizzazione per la salvaguardia degli archivi più moderni, come quelli dei telegiornali Rai del secondo Novecento. La vera svolta per il Centro arriva attorno al 2007-08, quando l’allora assessorato regionale alle attività produttive decide di fare un investimento su macchinari all’avanguardia. In pochi, a quel tempo, ragionavano in termini di restauro digitale. L’acquisto del miglior scanner possibile, addirittura costruito ad hoc per il laboratorio, significò aprire la strada a ciò che poi sarebbe stato il futuro di questa disciplina. Da lì l’Immagine Ritrovata inizia a crescere, accumulando incarichi sia in Italia che all’estero e intrecciando la sua storia con progetti di conservazione del patrimonio culturale come il World Cinema Project creato in quegli anni dal regista Martin Scorsese: l’idea era di tutelare i capolavori di quelle aree geografiche in cui la produzione cinematografica non era stata adeguatamente salvaguardata in passato, come Medio Oriente, Africa, Europa dell’Est, Asia e America Latina. È il tempo in cui la Cineteca accresce la sua fama anche tra un pubblico di non addetti ai lavori. Con l’organizzazione no-profit The Film Foundation, Scorsese, molto legato al nostro Paese, ha promosso da tempo il restauro dei classici americani e anche di alcuni grandi titoli italiani. E questi progetti sono stati di fatto tutti curati qui a Bologna. Il titolo più epico è ovviamente “Il gattopardo”, presentato in versione restaurata nel 2010 al Festival di Cannes alla presenza degli attori protagonisti, Claudia Cardinale e Alain Delon, allora ancora in vita. Un altro fiore all’occhiello della Cineteca è il restauro dell’opera-testamento di Sergio Leone, “C’era una volta in America”, mirabile epopea gangster. Dal 2012 questo film si è arricchito di cinque sequenze inedite: si tratta di copie lavoro, che non erano pensate per stare nella versione definitiva del film ma che erano facilmente collocabili al suo interno e che per questo ora fanno parte della versione definitiva. Arricchendo la storia, raccontata in ordine non cronologico, di nuove sfumature interpretative. A volte, infatti, lo scoglio più grande che i restauratori devono affrontare non è legato al materiale migliore su cui operare, quanto a un dilemma filologico: bisogna lasciare l’opera inalterata oppure apportare modifiche, se queste garantiscono una maggiore fedeltà all’idea originale del regista? Sembra una sciocchezza, ma molto spesso succedeva che, durante le riprese, un granello di polvere entrasse nella macchina da presa, rovinando l’inquadratura. Che fare oggi? Intervenire ripulendo o rispettare filologicamente il reperto? La questione è etica prima che pratica, tant’è che la principale obiezione all’uso dell’intelligenza artificiale in quest’ambito è proprio quella del rischio di creare qualcosa che non è mai esistito inseguendo l’inquadratura perfetta. Che ci sia comunque sempre spazio per scoprire e innovare, senza l’uso dell’IA, lo dimostra il caso di “Roma città aperta”, il film fondativo del Neorealismo italiano di Roberto Rossellini, di cui sono stati fatti più restauri: l’ultimo nel 2013 è ad opera dell’Immagine Ritrovata, intervenuta assieme alla Cineteca Nazionale di Roma dopo il ritrovamento del negativo originale, considerato perduto.

Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone
Cosa accade, tuttavia, concretamente, quando una pellicola arriva nel Centro di restauro? Per il visitatore la prima impressione è di trovarsi in un laboratorio scientifico, più che in uno spazio dedicato al cinema. Superata la soglia, si viene immersi in un ambiente fatto di luci soffuse, odori di sostanze chimiche, stanze a temperatura controllata e grandi macchinari all’avanguardia. E che sa di un futuro silenzioso e concentrato, in cui ogni gesto ha un peso preciso. Subito dopo l’ingresso, lungo il corridoio, s’intravede uno degli ultimi lavori, già in parte impacchettato in vista del trasferimento: la digitalizzazione di decenni di telegiornali italiani. Un’operazione di salvaguardia della memoria collettiva, più che un restauro artistico in senso stretto.
Ma il cuore del laboratorio si scopre poco a poco, avanzando lungo quel corridoio e sbirciando oltre porte chiuse, entrando con discrezione negli spazi di lavoro. Dietro l’aspetto quasi futuristico degli ambienti si nasconde infatti un’attività profondamente artigianale, fatta di pazienza, precisione e attenzione estrema. Il restauro cinematografico non è solo tecnica: è un processo complesso che intreccia studio filologico, manualità, ricerca storica e innovazione digitale. Ogni intervento nasce da un progetto. Prima ancora di toccare una pellicola, bisogna comprendere cosa si vuole restaurare, quali materiali siano disponibili e quale forma restituire all’opera. Il primo passo è la ricerca della migliore fonte possibile: idealmente il negativo originale, ma spesso è necessario lavorare su copie positive, materiali dispersi in archivi diversi o frammenti conservati in collezioni internazionali. È qui che il lavoro assume i contorni di una vera e propria “archeologia” del cinema, dove ogni elemento contribuisce alla ricostruzione dell’opera. Talvolta trovandosi anche di fronte a situazioni eccezionali, quasi paradossali. Un esempio. Quando Chaplin inizia a diventare molto famoso con le sue comiche brevi si trova a dover coprire, il più velocemente possibile, sia il mercato europeo che quello americano. E così gira con due macchine da presa vicine, con gli operatori spalla a spalla, dando vita a due negativi originali dello stesso film, leggermente disallineati. Un caso più unico che raro, che non può che regalare un sorriso. Assieme a qualche grattacapo per il restauratore.
Una volta arrivati in laboratorio, i materiali vengono analizzati e ispezionati con estrema cura. Segue la fase di riparazione fisica: si interviene su strappi, perforazioni, giunture usurate, segni accumulati nel tempo. È un lavoro quasi chirurgico, che richiede competenze tecniche, ma anche una sensibilità sviluppata attraverso l’esperienza. Nei casi più delicati, si ricorre anche a trattamenti chimici per restituire temporaneamente elasticità a pellicole deteriorate, rendendole nuovamente lavorabili. Solo dopo questo passaggio la pellicola può essere digitalizzata. Lo scanner acquisisce ogni fotogramma trasformandolo in immagine digitale, mantenendo però tutti i difetti originari: graffi, polvere, instabilità. Il risultato iniziale non è ancora un film restaurato, ma una copia fedele dello stato in cui il materiale è giunto in laboratorio. Da qui prende avvio il restauro digitale, una fase meno visibile ma fondamentale. Ora devono essere comparate le diverse fonti. Le varie versioni disponibili vengono messe a confronto per individuare la forma più completa e coerente del film. Restaurare significa anche scegliere: decidere come trattare sequenze mancanti, versioni censurate o varianti distribuite in epoche diverse. È un lavoro che richiede rigore, ma anche interpretazione.
Nelle postazioni di restauro digitale, gli operatori lavorano fotogramma per fotogramma. Nonostante il supporto dei software, è sempre l’occhio umano a guidare il processo, distinguendo ciò che va corretto da ciò che appartiene all’immagine originale. Si eliminano graffi, sporco, tremolii e sfarfallii, ma senza mai alterare la natura dell’opera. Tecnologia e giudizio critico devono rimanere in equilibrio. Successivamente si passa alla correzione del colore, in ambienti che ricordano piccole sale cinematografiche. Qui l’obiettivo non è migliorare l’immagine in senso estetico, ma restituire il tono visivo più fedele possibile all’originale. Quando possibile, il lavoro viene svolto in dialogo con registi o direttori della fotografia. Parallelamente s’interviene sul suono, fino ad arrivare alla fase finale in cui immagine e audio vengono nuovamente uniti.
Eppure, anche in un contesto dominato dal digitale, la pellicola continua a mantenere un ruolo centrale. Per ragioni di conservazione, molti restauri vengono riportati su supporto analogico, che nel tempo ha dimostrato una resistenza superiore rispetto ai formati digitali. Si guarda avanti, dunque, ma senza abbandonare la materia originaria del cinema. È un lavoro fatto di scelte e responsabilità, dove ogni film segue un percorso diverso. In queste stanze, tra bobine, scanner e monitor, il cinema non viene solo restaurato: viene studiato, interrogato e riportato alla vita, pronto a essere nuovamente condiviso.

Claudia Cardinale e Burt Lancaster nella scena del ballo de “Il gattopardo” di Luchino Visconti