food delivery
Tre rider che lavorano per Glovo (foto Ansa)
«Quello di Milano non è un caso isolato, ma può aprire una nuova fase per i diritti dei rider, compresi quelli di Bologna». A parlare è Utibe Aniedi Joseph di Nidil Cgil (che conta quaranta rider iscritti), riguardo al recente controllo giudiziario di Foodinho Srl, l’azienda con cui Glovo opera in Italia, da parte della Procura di Milano. Soprattutto dopo il 2020, il settore del food delivery ha conosciuto una crescita esponenziale e deregolamentata, che anno dopo anno ha accumulato lamentele, scioperi e denunce da parte dei sindacati della categoria. L’ultimo esempio, scoperchiato nel capoluogo lombardo, getta luce sul sistema di «sfruttamento della manodopera» ad opera della sussidiaria di Glovo.
Contrariamente a quanto sostenuto da Glovo, quello in vigore è un sistema di etero-organizzazione, dove il lavoratore è formalmente autonomo, ma in realtà è l’azienda a occuparsi della lunghezza dei turni. I lavoratori, spiega sul "Corriere della Sera" il Pm Paolo Storari, della Procura di Milano, sono pagati «fino all’81% in meno della contrattazione e fino al 76% in meno della soglia di povertà». Questo si traduce in 2,50 euro a consegna, cioè dai 700 ai 1.200 euro al mese, grazie al «diniego delle esigenze di rispetto della legalità, secondo un modello che lascia spazio alle dinamiche riconducibili al caporalato», conclude Storari.
Cifre e modalità che, secondo Utibe, ritroviamo in egual forma anche a Bologna. «Sia a Milano che a Bologna ci confrontiamo con una categoria fragile e facilmente sfruttabile. Non sappiamo ancora quanti "corrieri" operano a Bologna, ma sono molti e difficili da raggiungere, tra barriere linguistiche, culturali o per timore di esporsi». Proprio per questo, il caso Glovo è destinato a «creare un precedente giuridico e politico nazionale perché a livello nazionale è stato stabilito da un giudice che le piattaforme come Glovo non sono solo uno strumento, ma un “caporale tecnico”, questo principio vale per tutti i rider in Italia», ribadisce Utibe.
«Le piattaforme di food delivery hanno sempre sostenuto che il loro algoritmo fosse un software neutro, limitato a mettere in contatto domanda e offerta. La Procura di Milano, invece, ha esposto i meccanismi di caporalato digitale e intermediazione illecita che risiedono in queste app. Se verrà riconosciuta l’etero-organizzazione l’azienda sarà identificata come la sola responsabile dei ritmi insostenibili e delle paghe bassissime a cui sono sottoposti i corrieri». La speranza, dunque, è che si crei «un effetto valanga sulle altre procure, in cui l’azione di Milano diventi un modello per altre città, che adotterebbero lo stesso schema investigativo».
A proposito di modelli da imitare, proprio a Bologna ha sede la “Casa Rider”, gestita dai sindacalisti di Nidil Cgil, aperta due giorni alla settimana (giovedì e venerdì, dalle 14:30 alle 18:30) in via Pietralata 58. Utibe spiega di cosa si tratta. «È uno spazio pensato per entrare in contatto diretto con i rider, principalmente di Glovo e Deliveroo, e conoscere meglio la platea a cui ci rivolgiamo. Attualmente siamo in tre a gestirla, e nel suo anno di vita abbiamo accolto una ventina di ragazzi, che piano piano stanno aumentando di numero».
Il suo scopo? Raccogliere vertenze e portarle avanti attraverso la rappresentazione sindacale, molte delle quali sono andate a buon fine. «Molti dei lavoratori incontrano difficoltà con l’azienda, sia per motivi linguistici sia per scarsa conoscenza della piattaforma. Noi interveniamo direttamente nel loro luogo di lavoro, spiegando i diritti legati a incidenti, permessi di soggiorno, blocchi di account, uso dell’applicazione e candidature. Un vero e proprio atto di sindacalismo per i rider».