MONDO
Una città iraniana in guerra e l'antropologo Stefano Bonaga (foto Ansa)
«Le vere conseguenze della guerra in Iran, in ogni caso, non sono prevedibili. Ma una cosa è certa: il presente è il migliore dei mondi impossibili». A parlare è l'antropologo bolognese Stefano Bonaga che cerca di districare il bandolo della matassa delle difficili cause ed effetti della guerra in corso in Iran. Eppure, neanche la guerra, ormai, la si combatte più con le regole (se mai ce ne siano state) di un tempo. Sembra quasi di non avere assimilato nulla degli insegnamenti di un secolo solo da pochi anni trascorso e già dimenticato. Quel Novecento che così sanguinoso e terribile fa apparire i secoli bui più risalenti come una prova generale del bisogno ossessivo dell’uomo di autodistruggersi. Eppure il 2000, per come si stanno mettendo le cose, probabilmente non avrà nulla da invidiare a quello che il grande storico Eric Hobsbawm ha chiamato il “Secolo breve”.
La guerra in Ucraina, il mai sopito conflitto arabo-israeliano. E oggi l’Iran. Sono di queste ore le notizie, che hanno fatto il giro del mondo, dei bombardamenti dei centri petroliferi del Paese e degli altri Stati confinanti o comunque uniti alla Repubblica islamica. Una prova di forza per gli Stati Uniti e per Donald Trump, per Israele e per quegli alleati che pur mandando sempre in avanscoperta l’intramontabile tattica del bastone e della carota sono sempre più intimoriti dalle prese di posizione decise e coraggiose.
Quello che spesso passa in secondo piano è l’aspetto tecnico antropologico di un conflitto, le conseguenze che inevitabilmente discendono dalle ostilità, dall’annichilimento fino allo stremo della popolazione civile, dai raid indiscriminati, al di là di qualsiasi presa di posizione o di giudizio definitivo. «Il problema di fondo - dice Bonaga - è che negli Stati Uniti la divisione dei poteri è completamente saltata. C’è una Corte Suprema eternamente indecisa e il Presidente pretende di avere tra le mani prerogative che una volta erano dei singoli Stati. Quando la guerra la inizi senza consultare il Parlamento, senza parlarne con gli alleati, non si può quasi più parlare di federazione».
E tutto questo si riflette in modo quasi naturale sulle aspirazioni di chi la guerra l’ha iniziata e sugli effetti che il conflitto porta a breve e a lungo termine alla popolazione. «Il cambio di regime in Iran - continua Bonaga - non potrà mai avvenire con le bombe. La popolazione locale è assediata da anni da un regime altamente repressivo e non dimentichiamoci che gli iraniani hanno una lunghissima tradizione di intelligenza e di cultura». Una cultura che in queste prime settimane di guerra è stata gridata a gran voce nelle piazze di mezzo mondo, che hanno visto protagonisti proprio gli iraniani emigrati in festa per l’uccisione di Ali Khamenei. «Le conseguenze antropologiche di un conflitto si possono comprendere solo avendo piena coscienza dell’impressionante cambio di paradigma che è avvenuto a livello mondiale. Il potere della Chiesa è in piena decadenza e un conto è nominare Dio come fa spesso e volentieri Donald Trump, un conto sono i principi basilari della morale e della teologia cristiana. Il fanatismo teologico, che non ha niente a che vedere con la posizione classica della Chiesa, ha indubbiamente contribuito all’acuirsi di tensioni e di conflitti».
E, poi, secondo Bonaga c’è la deriva inarrestabile della società e dei rapporti umani che, con le guerre in corso, risaltano ancora di più agli occhi. Anche di un osservatore poco attento. «La crisi profonda della famiglia ci costringe a vedere bambini di quattro anni con il cellulare in mano. Il risultato è che il dialogo e la discussione non avvengono più a livello verticale, ma a livello orizzontale. Poi c’è la scuola, altro ambiente difficile e complesso. Per non parlare della politica intesa nel suo senso più canonico. La democrazia dispiega il suo senso profondo se solo si considera l’etimologia del termine. Kratos, in greco, è il potere diretto. Arco, che compone i termini che indicano altre forme di governo come l’oligarchia, significa comando. Questo la dice lunga». Senza contare che le conseguenze più immediate di un conflitto richiamano in causa in processo già in atto da tempo, la desocializzazione che «si manifesta in diverse forme e che paradossalmente si ricollega alla considerazione dei cittadini come meri consumatori di prodotti e di ideologia. Si costruisce un nemico, interno o esterno poco importa, c’è un capo con cui ci si identifica. E il gioco è presto fatto. Il populismo prende il sopravvento e la società si depoliticizza. Si cercano nuovi nemici e il circolo riprende il suo corso. Oggi ci si accanisce spesso e volentieri con la Cina che, a ben guardare, è il paese più pacifico in questo momento.