Il dibattito

Il convegno Ereditare Eco a Santa Lucia (foto di Paolopontivi)

 

Cosa avrebbe detto Umberto Eco sull’intelligenza artificiale? E sulla deriva tecnologica e del web? E sul trash, sul trap, sui trip deliranti di certi capi di stato? E della filosofia dell’uomo contemporaneo? Domande difficili che il convegno “Ereditare Eco, l'Università di Bologna e tutti i saperi del mondo”, organizzato dall’Alma Mater e dal Centro internazionale di studi umanistici, che porta il nome del tuttologo piemontese nella grande aula di Santa Lucia, ha cercato di mettere sul tavolo. nell’evoluzione di un pensiero che appare moderno, contemporaneo e inarrestabile, seguendo il senso profondo delle ricerche a cui Eco, a volte anche un po’ annoiando, aveva dedicato una vita intera.

Tre giorni di dibattiti sulle strutture e sovrastrutture delle sue speculazioni teoriche. E un tema fondamentale. «Quello dell’eredità - dice Roberto Vecchi, presidente del Centro internazionale - che indubbiamente è un argomento centrale. L'eredità è sempre una posizione dell'erede e Umberto, molto intelligentemente, aveva capito la delicatezza della discussione che sarebbe seguita alla sua morte. Per questo ha chiesto che per dieci anni nessuno se ne occupasse pubblicamente. Oggi, il convegno che presentiamo ha il merito di essere aperto, non necessariamente focalizzato sulla disciplina, sulla semiotica, sulla filosofia o sui media studies. Eppure queste specialità ci sono tutte e dopo essere state masticate da Eco, oggi in qualche modo ci vengono restituite. Ed è giusto pensare che questa restituzione sia la proiezione futura del suo pensiero». 

Un pensiero, quello di Eco, sempre focalizzato sull’attualità e sull’attualizzazione di tesi e argomenti scottanti, a volte anticonformista per ideale, altre ben consapevole della alta posizione da cui il suo pensiero poteva essere diffuso. La contemporaneità che diventa terreno di studio e di discussione, per uno che, continua Vecchi, «era interessatissimo al mondo digitale. E non dimentichiamoci che Eco parlava di tre memorie ben distinte: la memoria vegetale che è quella dei libri, la memoria organica che è quella degli uomini e la memoria del silicio che è quella digitale. Quello di oggi è un mondo che senz'altro avrebbe amato esplorare e trovo che sia molto interessante chiedere all’intelligenza artificiale che cosa Umberto avrebbe pensato di lei». Chissà.

Con i giovani che al convegno prendono posto sulle sedie dell’aula e che il pensiero di Eco spesso fanno fatica a digerirlo. «Il bello è proprio la presenza di tanti ragazzi - dice Claudio Paolucci, professore ordinario di filosofia all’Università di Bologna - e se guardiamo questa sala, non ci siamo solo noi, allievi di Eco, ormai vecchi, ma anche gli allievi degli allievi. E questa cosa è bellissima ed è un po’ la testimonianza del fatto che in qualche modo il pensiero di Umberto è diventato un classico. Ancora oggi viene interrogato, sviluppato e declinato in funzione delle ricerche degli altri. La cosa che mi rende più felice è quando il lavoro di noi professori diventa utile per qualcuno. E di questo penso che Umberto sarebbe contento». Come ricorda anche Jean Petito, amico di Eco e professore alla Scuola di Scienze Sociali di Parigi. «Qui a Bologna ho scritto una parte della mia tesi e ho conosciuto Umberto tanti anni fa, insieme alle sue creazioni accademiche, al Dams e anche agli altri numerosissimi centri di ricerca. Il suo pensiero è una “sommità internazionale” incredibile, soprattutto per il suo genio nell’interdisciplina. Una varietà di riflessioni scientifiche e culturali uniche, con il gusto per la semiotica, la biologia, la storia, l’alta metafisica, la teologia, i fumetti. che è una cosa molto rara. Tanti aspetti della conoscenza, quasi un caso unico. E sì, sarebbe contento».