Premio Strega
Lo scrittore e giornalista Bruno Damini (foto concessa dall'intervistato)
«Scrivere è costruire un labirinto senza un’apparente via di uscita; è un esercizio ginnico, una lotta libera». Parole chiare, che fanno intendere bene la fatica dietro a ogni creazione di fantasia. A dirle è Bruno Damini, scrittore, giornalista, parmigiano di nascita con numerose incursioni a Napoli, bolognese d’adozione e autore di uno dei 79 libri proposti all’80esima edizione del Premio Strega. Il titolo in lista, proposto dallo scrittore Roberto Barbolini, è “Il primo a prender fuoco fu Totò. La Grande Storia di monsù Peppino cuoco errante”, pubblicato dalla casa editrice Minerva di Bologna. Un romanzo sul peso della memoria del secolo passato, miscelato con la biografia di un personaggio realmente esistito, riproposto ai lettori attraverso l’arte della narrativa. Ne abbiamo parlato in maniera più approfondita con Damini stesso, in attesa dell’annuncio, il primo aprile, della dozzina dei semifinalisti dello Strega.
Che effetto le fa figurare tra i proposti dello Strega 2026?
«Esserci è già un premio. Lo è soprattutto per chi magari non ha fama consolidata e a un certo punto si ritrova in mezzo a nomi di autori dai titoli pesanti. Insomma, tutto questo fa piacere, essere proposto è già un grande onore. Se pensiamo che in Italia vengono stampati circa 85mila libri di narrativa e saggistica all’anno, nonostante il continuo calo dei lettori e il conseguente analfabetismo di ritorno, be’, il fatto di ritrovarsi fra i 79 che gli Amici della Domenica hanno scelto, è una di quelle cose che ti fa dire che forse hai fatto qualcosa di buono».
È in lista con un editore di Bologna. Ritiene che lo Strega dia ancora troppo poco spazio alle medie e piccole realtà del settore rispetto ai grandi marchi?
«Non saprei, sono completamente fuori da questi giochi. Mi rendo conto che ogni premio, specie di questa importanza, possa essere assoggettato da pressioni di ogni sorta, amicali e di riconoscenza (non parlo di clientelismo, altrimenti dovremmo pensare che dietro a ogni colonna ci sia un bruto). Ci sono pesi valoriali oggettivi, l’importanza di certe case editrici è indiscutibile. Ciò va al di là della mia immaginazione».
Il protagonista del libro, monsù Peppino, è alquanto singolare.
«Sì, ha avuto una vita particolare, ha attraversato un secolo di grande Storia, senza rendersi conto che anche la sua, personale, era una grande storia. E l’ha cominciata facendo la gavetta nelle cucine di Palazzo Reale a Napoli, per poi vestire i panni di “cuoco borghese” a bordo delle navi della Regia Marina, partecipando a svariate missioni, persino in Estremo Oriente. Ha vissuto eventi catastrofici, è stato il cuoco personale di Guglielmo Marconi sullo yacht “Elettra” e, negli ultimi anni, del conte Caetani, che aveva tra i suoi più cari amici il mitico Totò. Ha vissuto tutto ciò in forma assolutamente discreta, senza dimenticare due guerre (la prima vissuta in prima persona come fante), lutti familiari e tragedie in grado di abbattere un gigante. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo da bambino e non l’ho mai sentito vantarsi dei suoi trascorsi».
Da cosa è partita l’ispirazione alla base di questo romanzo biografico?
«È partita da un fatto eclatante: verso la fine della sua vita, Peppino aveva deciso di bruciare lettere, foto, attestati, in sostanza le prove della sua incredibile esistenza. Ho sempre pensato che a lui fosse stato dato il mandato, o la condanna, di rimanere in vita per dare testimonianza, ma a un certo punto ha preferito cancellare i suoi ricordi materiali nel fuoco, partendo proprio da una fotografia che lo ritraeva insieme a Totò a Villa Olivella, residenza di Caetani. Erano i tempi delle riprese del film “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini, con Ingrid Bergman e George Sanders. Io sono partito da lì, da quel gesto. L’ho visto come una sorta di sacrificio laico, un momento di elevazione, solo che invece di “autocancellarsi”, ha finito per farsi ricordare con più forza. Ciò che si è salvato ha costituito le tappe della mia ricostruzione su basi storiche fondate. Ci ho messo sei anni a fare tutte le ricerche e poi ho deciso di romanzarle, in prima persona».
C’è molto di lei in questa storia, in particolare la passione verso la cucina.
«La cucina è una parte importante della mia vita. Amo cucinare, lo trovo un momento in cui ci si libera di ogni assillo. La passione verso la cucina mi ha aiutato a identificarmi in Peppino durante la stesura delle pagine. Questo libro non l’ho scritto per i cuochi, ma pensando all’affascinante figura del cuoco. Mi piacerebbe che trovassero il tempo di leggerlo, potrebbero riscoprire risonanze con le proprie vite. Peppino era il rappresentante di una categoria che all’epoca non diventava celebre, mentre oggi gode di chiara fama».

La copertina del romanzo (foto concessa dall'intervistato)