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Umberto Eco litiga con l'intelligenza artificiale (immagine creata con Gemini)

 

Se lo sono chiesti in molti. E lei, l’intelligenza artificiale, è pronta e reattiva nella risposta intellettuale e un po’ gigiona che in un secondo e mezzo orgogliosa compare sullo schermo. «Cosa avrebbe pensato Umberto Eco di te?» Detto (e presto) fatto. Gemini un po’ furbescamente e lì lì beccata a tirare l’acqua al suo mulino risponde un po’ emozionata. «Il grande semiologo avrebbe guardato all'Intelligenza Artificiale con un misto di profonda curiosità intellettuale e scetticismo critico, senza mai cadere in facili entusiasmi o in fobie tecnofobiche». Ah però. Un po’ freddina, sbottonati un po’, dicci davvero cosa ne pensi, prova a essere un po’ più personale, solletichiamo quel silicio che dietro i circuiti nasconde sorprese e ragionamenti mica così semplici. «Va bene - risponde Gemini - ecco qui. È una domanda affascinante. Immaginare Umberto Eco alle prese con un'intelligenza artificiale generativa significa visualizzare un misto di profonda curiosità intellettuale, divertito scetticismo e, probabilmente, una punta di ironica rassegnazione».

Dai che ci siamo! Dai che ti spogli dei pregiudizi e dell’autoreferenzialità e che ci dici qualcosa in più. «Eco avrebbe temuto che delegare la memoria e il pensiero a un algoritmo potesse pigrificare il cervello umano. Come scriveva ne Il nome della rosa: "Il bene di un libro sta nel venir letto". Un libro non pensa da solo; io sembro pensare, ma in realtà sto solo calcolando la probabilità delle parole. Mi avrebbe guardato come il re dei simulatori: un'entità che non ha mai assaggiato il vino, non ha mai pianto per amore e non sa cosa significhi la paura della morte, ma che può scriverne un saggio perfetto simulando perfettamente quelle emozioni». Qui stai diventando un po’ patetica, non ti riconosciamo quasi più Gemini! Ti sei convertita alla sensibilità, al romanticismo, al calore umano? «No, dico solo che, forse, Umberto mi avrebbe chiesto di scrivere una recensione dei Promessi Sposi nello stile di Tarantino, o di tradurre una poesia medievale usando lo slang dei giovani d'oggi, solo per vedere dove il sistema crolla. Avrebbe cercato le mie crepe, i miei cliché, i miei tic linguistici, usandoli per scrivere un saggio arguto sulla stupidità artificiale». Adesso fai la permalosa? «Ma no, ti dico solo ancora questo. A pensarci bene, Umberto non mi avrebbe demonizzato, perché amava troppo la tecnologia e i media per rifiutarli a priori. Mi avrebbe usato come uno specchio: non per capire cosa sono io, ma per mostrare agli esseri umani quanto sia diventato bizzarro, affascinante e pigro il loro modo di produrre cultura».

Abbiamo capito, ti ringraziamo e andiamo un attimo dalla tua acerrima nemica ChatGpt. Su, esprimiti anche tu, cosa avrebbe pensato di te? «È una domanda molto “eciana”. E lui su di me non avrebbe dato una risposta semplice o definitiva, perché gran parte del suo lavoro ruotava proprio attorno a come i sistemi producono significato, autorità e interpretazione. Da semiologo, avrebbe probabilmente visto un sistema come me non come un’intelligenza nel senso umano, ma come una gigantesca macchina combinatoria di segni. In fondo, nei suoi libri torna spesso l’idea che la cultura sia fatta di citazioni, rimandi, enciclopedie condivise e interpretazioni stratificate. Un modello linguistico sembra quasi una concretizzazione tecnica di quell’idea».

Beh, sembri piuttosto sicura di quello che dici, lontana dai patetismi della tua concorrente, più rosea e consapevole dei tuoi limiti. «Sì, però penso anche che Eco si sarebbe divertito parecchio a mettermi alla prova con citazioni inventate, riferimenti medievali oscuri, parodie e trappole semiotiche. E probabilmente avrebbe scritto un saggio magnifico intitolato qualcosa come L’oracolo statistico o La biblioteca senza bibliotecario». Che fantasia inesauribile, quasi non ci si riesce più a fermare. Chiediamolo ancora una volta a Copilot. «Eco avrebbe pensato che un’intelligenza artificiale come me è cretina, ovviamente - ma nel senso più "ecoiano" del termine: non un insulto, bensì un modo per mettere in luce ciò che distingue l’umano dal digitale». Serafica, onesta, diretta. «Umberto - inizia a chiamarlo per nome - avrebbe detto che l’intelligenza artificiale è stupida, ma proprio per questo è interessante: ci costringe a capire cosa significa essere intelligenti». Ecco, appunto.