Musei
Lorenzo Balbi, per nove anni direttore del MAMbo
«Che il Mambo possa continuare ad essere un museo pubblico dove si fa ricerca, dove si fa sperimentazione, dove sono poste al centro le dinamiche scientifiche che vanno al di là del biglietto facile o ai post su Instagram». Un saluto che è anche un invito, quello di Lorenzo Balbi, per nove anni direttore del Mambo. Era arrivato in città nel 2017, a trentatré anni. Ha trascorso i due anni di pandemia cercando soluzioni per continuare a garantire agli artisti uno spazio dove sperimentare e esprimersi. E lascia oggi un museo che a lui ha dato tanto e che continuerà a dare. Balbi adesso di anni ne ha quarantatré e tra l’orgoglio e la nostalgia si sta lentamente «distaccando da questa splendida città». Andrà a Verona a dirigere i Musei Civici che comprendono, tra gli altri, l’Arena, la casa di Giulietta, la Galleria d’arte Moderna Achille Forti.
Insomma, Balbi, nove anni intensi di lavoro e di soddisfazioni no?
«Direi proprio di sì, anche perché sono diventato direttore del Mambo in una fase della vita, quella tra i 30 e i 40 anni, di crescita e di maturità professionale. Quando sono entrato ero un giovane curatore che arrivava da una formazione privata e che non aveva mai avuto l’occasione di lavorare in un’istituzione pubblica. Non avevo idea di cosa significasse fare il direttore di un grande museo».
Ha imparato in fretta.
«Sono cresciuto molto ed è stato un onore lavorare in un'istituzione pubblica che è un punto di riferimento per il territorio e per la comunità, con tutte le responsabilità che ne conseguono».
Durante gli anni difficili del Covid, proprio al Mambo avete dato vita al Nuovo Forno del Pane. Che esperienza è stata?
«È stata un’esperienza fortemente identitaria, che ha portato, da una parte, gli artisti a vivere gli spazi del museo, dall’altra i professionisti a ripensare il proprio lavoro, con importanti riflessioni sul ruolo che può e deve avere l'istituzione museale in un contesto e in una situazione di profonda crisi. Ed è stato veramente un momento in cui ci siamo posti il tema di che cos'è un museo, che cosa può fare, qual è il suo ruolo all'interno di una comunità, come può venire in aiuto nella creazione di comunità reali. Da lì noi abbiamo cominciato a teorizzare anche il fatto del museo come organismo vivente, adattabile, capace di dare risposte alle mutate condizioni esterne a lui stesso. L'idea che il museo non sia in realtà un edificio, ma un interlocutore, e che l'impatto del museo si misuri prevalentemente per quello che succede fuori da sé stesso».
Non tanto un contenitore ma un contenuto. Che rimanda alla nuova visione dell’arte contemporanea, non più così concettuale come pochi anni fa, ma più semplice, più immediata.
«Le esigenze di velocità e di semplificazione del mondo contemporaneo stanno stravolgendo un po' tutte le sfere della produzione umana. Questa necessità della velocità a tutti i costi, della comunicabilità, dell'usa e getta hanno importanti effetti sulla produzione artistica. Devo però dire che l'arte in tutte le età ha sempre prevaricato i tempi, e quello che si sta vedendo oggi è che gli artisti contemporanei stanno reagendo al mondo in cui vivono senza volersi sottomettere. Dicono no al senso comune dell'iperproduzione delle immagini, al senso comune della velocità, alla necessità di diventare virali. L'arte si sta radicalizzando, prendendo posizioni che vanno più vicino all'attivismo, alla volontà di ribadire che ruolo possa avere un artista nel dibattito pubblico».
Arte che si trasforma in attivismo sociale insomma. Tornando al Mambo, in nove anni, qualche rimpianto e qualche soddisfazione certamente li avrà avuti no?
«Certo che sì. Sono tantissimi i progetti pensati e poi non realizzati per moltissime ragioni, così come sono tantissimi quelli che siamo riusciti a fare, alcuni anche inaspettatamente. Lavorando al di là delle circostanze, dei budget, delle possibilità. Quello di cui vado più fiero non è tanto un progetto, ma è una percezione che ho e che avverto anche in questi giorni in cui sto cominciando questo percorso di distacco. Vedo che c'è una grande affezione nei confronti del Mambo. È diventato un museo dove la gente ha piacere di venire, gli artisti sono orgogliosi di esporre, e questo penso che sia l'obiettivo più importante. Aver inserito il museo in un sistema di percezione, rendendolo un luogo energico, di sperimentazione, dove è bello venire a lavorare per chi ci lavora, è bello venire ad esporre per gli artisti, ed è bello da visitare. Questa è la cosa che più mi rende orgoglioso e che, sono sicuro, continuerà ad esistere».
Se tornasse al Mambo tra vent’anni, anche da visitatore, cosa si aspetta di trovare?
«La cosa che spero di trovare, a prescindere da uno, due, venti o cento anni, è che, non tanto il museo d'arte moderna, quanto la città di Bologna continui a pensare che sia necessario avere uno spazio libero per la sperimentazione. Uno spazio che non si pieghi alle folle, alle code infinte per i biglietti, alle mode. Che il Mambo possa continuare ad essere un museo pubblico dove si fa ricerca, dove si fa sperimentazione, dove sono poste al centro le dinamiche scientifiche che vanno al di là del biglietto facile o ai post su Instagram. Purtroppo, questo sta diventando sempre più difficile in Italia, perché sono sempre meno i musei che possono continuare ad avere una linea di questo tipo. Il Mambo lo è, e Bologna è una città che penso abbia capito l'importanza di avere un luogo di questo tipo. Tutto questo a prescindere dalle idee, perché poi giustamente i direttori cambiano, i musei si nutrono anche di visioni differenti, di sollecitazioni diverse che chi verrà porterà. Però quello che mi auguro è che, appunto, anche con idee diverse, artisti diversi e mostre diverse, possa essere comunque mantenuta questa vocazione sperimentale e aperta. E libera».

Una sala espositiva del Mambo