Il Quindici
Stefano Cavedagna (foto di Federica Cecchi)
Matteo Lepore, ospite dove ora è seduto lei, ha parlato di una sua distanza dalle faccende bolognesi da quando è diventato europarlamentare. Sente questo distacco?
«Devono decidersi, qualche tempo fa due membri della sua giunta si sono lamentati del fatto che sono sempre qui. È vero che sono spesso a Bologna, perché tengo molto alla mia città e anche in Europa quasi tutte le mie interrogazioni sono su temi che la coinvolgono. Difficile rimanere indifferenti quando la vedo in questo stato».
Cosa intende?
«La mancanza di sicurezza, il degrado imperante, la scelta di avere in giunta esponenti di Coalizione civica legati a membri dei centri sociali violenti. Lo spettacolo orribile di guerriglia urbana per Virtus-Maccabi, quello che sta succedendo al Pilastro. Lepore impone scelte e poi cerca di forzare le contestazioni che nascono. Non giustifico ovviamente chi protesta con la violenza, ma il contesto perché avvenga lo ha creato l’amministrazione stessa».
Tra un annetto a Bologna si vota per il primo cittadino. Chi vedrebbe come candidato della destra, magari lei stesso?
«Il candidato migliore è quello che vince, che sia un civico o un politico. Come ribadito da Bignami e dal coordinatore Sassone, le priorità sono i programmi e la squadra. È presto per fare valutazioni sui singoli, anche civici, con un quadro ancora incompleto, il nome arriverà dopo».
E se il nome fosse il suo?
«Sarà il centrodestra unito a decidere, che sia Cavedagna, Tizio o Caio».
Bologna è seriamente contendibile, anche alla luce del recente referendum con la netta vittoria del “no”?
«Sì, perché ogni votazione fa storia a sé, non è detto che chi vota in un modo sul referendum faccia lo stesso nel locale. Inoltre penso che molti elettori di Lepore non lo voteranno più perché in disaccordo con la sua idea di città: immobilizzata, piena di cantieri, insicura».
La sicurezza è l’ambito su cui più ha criticato l’amministrazione, perché?
«Perché il sindaco avrebbe gli strumenti per contrastare la crisi, ma non li usa. Non lo dico io, ma l’articolo 54 del Testo unico enti locali. Lepore è il responsabile della sicurezza pubblica. Controlla la polizia locale, può convocare il tavolo sicurezza, può firmare ordinanze urgenti e contingenti, potrebbe dare i taser, potrebbe assumere, anche a tempo indeterminato, i 150 agenti che mancano, ma non lo fa. Non gli piacciono le divise? Non vuole sembrare uno sceriffo? Non lo so, ma si ignora il problema e si creano situazioni come quella della stazione».
Dopo l’omicidio tre mesi fa del capotreno Alessandro Ambrosio si doveva fare di più?
«Si doveva fare meglio prima. Si è creata una zona in cui a poche strade di distanza c’è il Sert del Navile, l’associazione che distribuisce le pipe per il crack in via De’ Carracci e luoghi di spaccio. Via Barozzi, all'uscita del binario est, è un costante bivacco di gente che si droga».
Lepore ha presentato il piano della giunta per riqualificare il centro, è un punto di partenza?
«Lo stato del centro è il sintomo più evidente di una città allo sbando. E che Lepore metta come primo punto le fontanelle è emblematico del fatto che non gli interessi davvero del decoro della città. In alcuni posti persino i residenti si sono arresi. Una volta in via Petroni i cittadini davano il loro contributo per pulire, ma abbandonati dal Comune hanno smesso. Va creato immediatamente il Quartiere Centro Storico e usata la tassa di soggiorno per garantire decoro e sicurezza, così si tutelerebbe, senza maggiori costi per il Comune, il centro di Bologna».
La tassa di soggiorno?
«Sono 23 milioni e mezzo che vorremmo fossero spesi in questo modo: un terzo per la pubblica sicurezza, un terzo per la lotta al degrado e un terzo per il contrasto all’abusivismo. Sono soldi che devono essere spesi per aiutare il settore turistico e in questo modo si prenderebbero due piccioni con una fava, rendendo la città più accogliente, soprattutto nelle zone più frequentate dai visitatori come il centro storico, la stazione, l’aeroporto e le vie di comunicazione principali. Sicuramente una spesa che aiuterà il turismo più che spargere i soldi a pioggia su associazioni di amici degli amici come l’Arcigay del Cassero o altri gruppi che col settore turistico non c'entrano nulla».
A proposito di turismo, come contrastare la crisi abitativa e la turistificazione del centro?
«Innanzitutto voglio smentire l’idea che sia tutta colpa dei Bed and breakfast. I dati di settore dicono che il 2% degli alloggi sono B&B. Non è neanche colpa di chi vuole dare in affitto la sua casa per tempi brevi, è nella libertà dell’individuo e fortunatamente nessuno prende sul serio l’idea degli espropri di una certa sinistra. Il tema vero è che gli abitanti di Bologna crescono, ma gli immobili no. Le persone che vivono stabilmente a Bologna sono poco più di mezzo milione, non si riqualificano edifici, non se ne costruiscono e l’offerta non sta dietro alla domanda».
Cosa si può fare?
«Tanto per cominciare, riqualificare. Il governo si è reso disponibile alla sistemazione dell’ex caserma Stamoto, ma dal Comune dopo anni ancora nessun progetto. L’Acer ha in gestione 11.800 alloggi comunali, 1.000 sono sfitti perché manca l’inferriata, la porta non è norma o simili. Cosa si aspetta per sistemarli?».
Lei fu tra i primi sostenitori del ricorso al Tar contro Città30, limite che sarà di nuovo in vigore dal 20 aprile. Prevede nuovi appelli al tribunale amministrativo?
«Posso dire che al momento stiamo leggendo tutte le ordinanze emesse dal Comune. Carte necessarie per giustificare, strada per strada, l’abbassamento della velocità e che prima della pronuncia del Tar non erano state fatte. Ora ci sono, ma sembra che sia stato un grande lavoro di copia e incolla senza una spiegazione puntuale caso per caso. Il timore è che ancora una volta la scelta dei 30 non sia oggettiva e motivata da problemi reali, ma ideologica. Se dalla lettura completa risulterà fondato, arriverà un nuovo ricorso».
Invece il tram?
«Se fosse stato un mezzo per collegare solo le zone periferiche avrebbe avuto senso. Invece con le sole due linee, rossa e verde, avrà avuto solo l’effetto di far sparire decine di parcheggi e carreggiate per fare quello che avrebbe potuto fare un bus elettrico. Con gli 800 milioni spesi per il tram si sarebbero potuti comprare mezzi ecologici e manutenerli per decenni».
Molti pensano che se la destra continua a criticare Bologna e non a spiegare cosa può offrire alla città non vincerà mai, è d’accordo?
«Le proposte ci sono. Fa più scalpore un “Fdi demolisce Città30”, ma nel partito abbiamo più di venti dipartimenti tematici interni che ora entreranno nel vivo dei lavori per stilare le proposte per la città, dalla sanità alla scuola».
Sembra ci sia un costante braccio di ferro tra Roma e Bologna, lo spostamento di Italia Meteo è solo l’ultimo capitolo di una serie di frizioni. Come la vede lei?
«Che quando Lepore non sa con chi prendersela c’è sempre il governo a fare da parafulmine, sugli agenti mancanti, sui fondi per la casa... In particolare, quella di Italia Meteo mi sembra sia stata una scelta amministrativa di un commissario straordinario e non una scelta politica».
Al referendum ha vinto il no, una grande riforma bocciata e diverse dimissioni fra cui la ministra Santanchè. Come reagirà il governo?
«Il governo andrà avanti a lavorare e sarà valutato a fine mandato dagli italiani, non da questo referendum. Le dimissioni di Santanchè e Delmastro ritengo ci sarebbero state a prescindere dal risultato».
La plenaria del parlamento europeo ha fatto passare l’ordine di rimpatrio europeo. Il modello italiano dei centri in Albania è ora approvato?
«Sì, l’Europa ora segue l’Italia. Un ordine di rimpatrio nei confronti di un migrante non avente diritto d’asilo sarà valido in tutti gli Stati dell’Unione senza dover ripetere le procedure burocratiche. Idem sulla possibilità di trasferire queste persone in paesi terzi extra Ue con cui si hanno accordi, un’idea italiana che ha fatto scuola».
Gli Stati membri possono avere colloqui con "entità di Paesi terzi non riconosciuti" ai fini della riammissione del migrante. I contrari temono si possa arrivare alla cooperazione con regimi non democratici.
«Non succederà perché ci sono due liste, i Paesi sicuri di provenienza e i Paesi terzi sicuri. Sono elenchi stilati di comune accordo che comprendono Stati con cui l’Europa ha già importanti collaborazioni economiche o su operazioni di polizia e sicurezza, dunque non può esistere l’argomentazione che siano universalmente insicuri per un rimpatrio. Naturalmente sui singoli casi, come quello di un rifugiato politico o religioso che in patria subirebbe persecuzioni, si continuerà ad applicare il diritto internazionale».
Da europarlamentare segue con particolare attenzione i temi della migrazione e di come l’Islam ha implicazioni sul piano della sicurezza interna e della coesione sociale Come l’Islam influisce su questo? A che punto siamo con l’integrazione?
«Con i Conservatori europei abbiamo da poco presentato un dossier in cui parliamo delle “no go zone”. Oltre 50 quartieri in tutta Europa, due in Italia a Torino e Milano, dove di fatto vige la sharia, la legge islamica sopra quelle statali. Per questo ritengo vada seguito con particolare attenzione l’Islam, perché è una religione che non ha una gerarchia definita e una confessione unica, condizioni che creano il rischio di avere imam radicalizzati, magari con l’attività di indottrinamento celata dietro un’associazione culturale. Sono realtà da valutare caso per caso, la richiesta generale è di maggiore trasparenza».
A 35 anni deputato europeo, che effetto fa? Come nasce l'interesse per la politica e chi sono i suoi riferimenti culturali e politici?
«Entrare in aula e sentire l’”Inno alla gioia” fa tremare i polsi, perché sono consapevole di aver ricevuto questo incarico dalla fiducia dei tanti che mi hanno votato. Il mio primo riferimento è Galeazzo Bignami, un grande amico con cui sono cresciuto tanto, e poi naturalmente Giorgia Meloni. La conobbi quando ero ancora un ragazzino e mi diede l’esempio di una persona al servizio della politica e non che si serve di essa».
Se non fosse diventato un politico oggi cosa farebbe Stefano Cavedagna?
«Il giornalista, ma ci fu un problema alle superiori che mi allontanò da quella strada. Oppure il diplomatico».
Quale problema?
«Nel 2006 ero caporedattore al Mattei del giornale studentesco. Scrissi due articoli, uno in cui analizzavo i partiti esistenti e criticavo quelli che si rifacevano ancora al comunismo sovietico. L’altro in cui, partendo dal discorso di Ratisbona di Ratzinger, parlavo del rapporto scienza-fede. Fui convocato dalla preside, nacque un dissidio, la notizia finì su tutti i giornali, un patatrac. Poi arrivarono quelli di Azione giovani a propormi di andare con loro e così feci. Si può dire che il mio attivismo politico sia nato come reazione alla censura di quelle mie opinioni».
È stato in Alleanza nazionale e in Forza Italia prima che in Fratelli d’Italia. Con quale leader ha più affinità politica, Fini, Berlusconi o Meloni? Cosa ha imparato da ciascuno?
«Sicuramente Giorgia Meloni. Da lei ho appreso la costanza e la coerenza. Di Fini ammiravo il rispetto delle istituzioni e il livello culturale. Berlusconi mi ha insegnato a credere sempre in quello che si fa, “avere il sole in tasca”, come diceva».
Galeazzo Bignami qui al master disse che “Un sentimento antifascista è il presupposto per chiunque voglia fare attività istituzionale democratica nel nostro ordinamento”, come la pensa?
«Sono d’accordo che democrazia e libertà siano alla base del nostro Paese, ma non mi piace che si strumentalizzi. A volte i primi a fare violenza politica sono proprio quelli che si riempiono la bocca con l’essere “anti”, l’ho vissuto sulla mia pelle».
Quando?
«Era la sera del 19 maggio 2022, nel portico del Comunale in piazza Verdi. Io e altri di Azione universitaria siamo stati aggrediti da una ventina di membri del Cua (collettivo autonomo universitario ndr) che erano lì per pestarci, perché avevamo avuto un buon risultato alle elezioni del consiglio studentesco. Sono finito al pronto soccorso con sedici giorni di prognosi. Ma anche senza arrivare alle mani addosso, nelle aule universitarie ho sempre vissuto l’avversione e l’intolleranza di chi predica la tolleranza».
È il caso anche dell'imbrattamento della nuova sede di Fratelli d’Italia in via Stalingrado?
«Un altro esempio del brutto clima che si respira a Bologna. Gli autori di questi gesti si sentono legittimati perché per molto tempo sono stati coccolati da una parte dell’amministrazione comunale che concede spazi e finanziamenti. Oltre alla condanna del gesto servono azioni attive per abbassare i toni, di sicuro se l’intento è intimidirci hanno fallito».
Prima di lei in Emilia-Romagna non era mai stato eletto un eurodeputato di destra, qual è stata la chiave di questa vittoria?
«Due chiavi: la presenza sempre più radicata del centrodestra anche in questa regione e il lavoro fatto da tutta la squadra e da tutto il partito in occasione delle elezioni. Una massa critica che voleva le istanze del territorio rappresentate anche a Bruxelles».
L'intervista è tratta dal Quindici n.17 del 26 aprile 2026.