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Il teatro dell'Ariston (foto Ansa)

 

Le Olimpiadi invernali da un lato, la Champions League dall’altro, in mezzo Sanremo. Mai come quest’anno il Festival della canzone italiana si è trovato a dover fronteggiare due grandi attrattori di pubblico che mettono a rischio il rito di febbraio, quello che da sempre monopolizza l’attenzione dell’audience. A raccontarlo è Riccardo Brizzi, il direttore del Dipartimento delle Arti e docente di Storia della comunicazione all’Unibo, che ha analizzato insieme a InCronac@ le prime due serate della kermesse, valutando anche la conduzione di Carlo Conti e la performance dei bolognesi in gara.

Professore, com’è andata la seconda serata?

«Più compatta della prima, ma ancora non davvero calda. La presenza di metà dei concorrenti big (15 e non 30) ha migliorato la resa televisiva, e infatti lo share è salito al 59,5%. Però resta una sensazione di déjà-vu: il Festival procede ordinato, scorrevole, ma raramente sorprendente. I picchi ci sono stati: il toccante omaggio di Achille Lauro alle vittime di Crans-Montana sulle note di «Perdutamente», il coro Anffas e lo show di Lillo, ma la narrazione complessiva fatica a decollare. È un Sanremo efficiente, per il momento non memorabile».

In molti stanno trovando la conduzione di Conti troppo tradizionale e serrata, mentre quella di Laura Pausini un po' soffocata. Lei è d'accordo?

«Il “format Conti” è istituzionale, rassicurante, quasi impiegatizio nel senso tecnico del termine: tutto funziona, nulla devia dal tracciato previsto. Conti presidia il palco: è una conduzione che privilegia il controllo rispetto all’imprevedibilità. Pausini nella seconda serata è apparsa più rilassata, complice la presenza di Lillo e il duetto con Achille Lauro su "16 marzo" è stato uno dei momenti più riusciti. Spontanea anche l’emozione dell’olimpionica Lisa Vittozzi di fronte ad Achille Lauro. Ma resta un assetto molto regolato: si percepisce la fatica di “creare l’evento”».

Quale artista l’ha colpita di più fino ad ora? Che voto dà ai due bolognesi in gara?

«Il momento artisticamente più forte è stato Achille Lauro con "Perdutamente": una performance pensata, emotivamente controllata, mediale. Per quanto riguarda i bolognesi, a Tredici Pietro do un sei. Interessante per identità, ma ancora in fase di assestamento festivaliero, complice la falsa partenza del microfono. A Elettra Lamborghini invece 6.5.  La canzone "Voilà" è gradevole, certo non memorabile. Però, fuori dal palco, è una delle pochissime a generare racconto: tra "festini bilaterali", stories notturne e ironia disarmante, sta costruendo un contro-Festival parallelo e decisamente più vivace. In un’edizione finora ordinata ma poco incendiaria, la sua spontaneità è diventata un piccolo caso mediatico e questo, a Sanremo, conta». 

Sanremo ha già perso, nella prima serata, tre milioni di spettatori rispetto all'edizione dello scorso anno. Colpa del calendario o dell’edizione?

«Le Olimpiadi forse non hanno aiutato: due settimane di overdose televisiva che hanno in qualche modo depotenziato l’eccezionalità sanremese e la Champions resta un concorrente potente, ma anche lo scorso anno i playoff di Champions cadevano nella settimana sanremese. Il vero tema però è strutturale: il rito di inizio febbraio è stato spezzato e Sanremo non monopolizza più l’attenzione come qualche anno fa. I nove milioni restano un risultato alto, ma rispetto al 2025 il calo segnala che l’effetto "evento imprescindibile" si è attenuato. Non è un crollo: è una normalizzazione». 

Passando alla serata cover, attende qualche duetto? 

«La cover è il momento in cui Sanremo dialoga con la memoria collettiva. Mi aspetto operazioni di riscrittura, non solo omaggi. Se la logica sarà quella dell’efficienza già vista, rischiamo un’altra serata corretta ma poco iconica. Se invece qualcuno oserà uno scarto interpretativo, potrà essere il possibile punto di svolta dell’edizione». 

Cosa cambierebbe nella direzione del Festival? 

«Ridarei centralità alla costruzione narrativa complessiva. Meno avvicendamento di co-conduttori, più continuità. Gli omaggi - Baudo, Vanoni - meritavano collocazioni più forti in scaletta. E lavorerei su momenti davvero “iconici”: Sanremo oggi vive di viralità. Senza quei frammenti memorabili, la conversazione si raffredda e l’edizione appare più debole di quanto i numeri dicano». 

Pronostici sul possibile vincitore? 
«In questa fase vedo favoriti artisti capaci di unire solidità televisiva e forte identità emotiva. Non mi azzardo in pronostici, mi limito a osservare che i bookmakers danno favorita la coppia Fedez-Masini, che guida la classifica anche del numero di interazioni social. Sanremo spesso premia la canzone che cresce ascolto dopo ascolto. Al momento direi: vittoria a chi saprà coniugare intensità e immediatezza melodica. Il Festival, alla fine, resta una gara di canzoni».