Elezioni 2027
Galeazzo Bignami e Andrea De Maria (collage di foto Ansa e sito personale di De Maria)
«È una riforma con cui chi vince governa, chi perde va in minoranza. Non serve alla destra o alla sinistra, serve all'Italia e agli italiani», sostiene Galeazzo Bignami, autore della proposta. «È una legge elettorale che espropria i cittadini dalla scelta dei loro rappresentanti», ribatte Andrea De Maria. Si gioca su questo terreno lo scontro tra maggioranza e opposizione sulla nuova proposta di legge elettorale presentata dal centrodestra, la "Bignami bis" più precisamente, in aula il prossimo 26 giugno. Da una parte il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, tra i promotori della riforma; dall'altra il deputato del Partito Democratico De Maria.
La proposta punta a modificare l'attuale sistema elettorale introdotto con il Rosatellum. Tra le principali novità, l'adozione di un sistema prevalentemente proporzionale, con l'eliminazione dei collegi uninominali salvo che in Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige. Si propone ora un premio di governabilità per la lista o la coalizione che supera il 42% dei voti e risulta prima sia alla Camera sia al Senato. Il vantaggio sta nell'assegnazione di 70 seggi aggiuntivi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama, un "premio" molto forte ai vincitori che è il cuore dello scontra tra le coalizioni. Il nuovo testo, inoltre, esclude il ballottaggio e introduce un coordinamento tra i due rami del Parlamento, stabilendo che il premio non scatti in caso di risultati differenti tra Camera e Senato. Restano, infine, le liste bloccate e diventa obbligatoria l'indicazione del candidato presidente del Consiglio al momento della presentazione delle liste.
Con questa riforma Bignami vorrebbe garantire stabilità politica e impedire la formazione di maggioranze parlamentari diverse da quelle uscite dalle urne. «Il confronto con le minoranze è in atto da tempo», spiega il deputato di Fratelli d'Italia. «Siamo arrivati al momento in cui indugiare oltre avrebbe significato non farla e quindi andare a votare con una legge che apre le porte a giochi di Palazzo che hanno già fatto abbastanza danni all'Italia». Ma la riforma riguarda più la stabilità dei governi o alla rappresentanza dei cittadini? «Entrambe come prevede la Corte costituzionale che afferma come i due principi possano e debbano stare assieme - replica il capogruppo di Fdi -. Abbiamo ascoltato e in buona parte raccolto osservazioni e consigli delle decine di costituzionalisti venuti in Parlamento a dare un proprio contributo e penso si sia trovato un buon equilibrio, accogliendo anche osservazioni delle opposizioni».
Le critiche dell'opposizione, che legge nella riforma un tentativo di favorire l'attuale maggioranza, vengono liquidate da Bignami come accuse strumentali. «Non trovando temi da criticare, come sempre li inventano. Ai contenuti di merito non sanno cosa replicare», sostiene. E aggiunge un argomento legato alla cronica instabilità della politica italiana: «In 80 anni di vita della Repubblica ci sono stati 68 governi diversi. Una media di un governo all'anno circa. Un ministro in un anno secondo lei è in grado anche solo di impostare un lavoro, con un orizzonte di tempo così limitato? Ovviamente no». Bignami richiama poi alcune stime economiche secondo cui «l'instabilità dei governi ci è costata 265 miliardi nei dieci anni precedenti al governo Meloni», definendo quel prezzo il risultato dei «giochi di potere di chi pur perdendo le elezioni poi vuole governare».
Di tutt'altro avviso De Maria. Per il deputato del Pd, la riforma presenta numerose criticità, sia nel metodo sia nel merito: «La forzatura di una riforma della legge elettorale che si vuole imporre a maggioranza a fine legislatura. Le liste bloccate senza alcuna possibilità di scelta fra i candidati da parte degli elettori. L'indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio e il premio di maggioranza nazionale che prefigurano un assetto istituzionale che punta al premierato». La scelta di intervenire ora sulla legge elettorale avrebbe anche una precisa motivazione politica: «Hanno paura di perdere le elezioni e vogliono una legge la più favorevole possibile al centrodestra». Poi aggiunge: «Non c'è un equilibrio fra governabilità e rappresentanza. È una legge elettorale che espropria i cittadini dalla scelta dei loro rappresentanti. Credo ai sistemi elettorali basati su collegi uninominali piccoli che siano reale espressione degli elettori e dei territori». La cancellazione dei collegi uninominali rappresenta infatti uno dei punti più contestati dal Partito Democratico. «Avere tolto anche i pochi collegi uninominali che c'erano nella precedente legge allontanerà ancora di più eletti ed elettori. Almeno dovevano essere inserite le preferenze al posto delle liste bloccate».
Sul possibile dialogo tra maggioranza e opposizione, il deputato Dem non chiude la porta a una riforma condivisa: «Certo che sarebbe possibile, ma la maggioranza guarda solo agli equilibri precari al suo interno». De Maria, tuttavia, sembra pessimista e conclude con un giudizio netto sulla proposta attualmente sul tavolo: «Questa è ancora peggio della legge attuale che ha già molti limiti».