Il Quindici
Il critico d’arte Renato Barilli ha insegnato a lungo Fenomenologia degli stili al DAMS dell’Università di Bologna (foto Ansa)
Incontrare oggi Renato Barilli è un salto a piè pari nel passato di quel Novecento così sfavillante, ideale e ideologico e splendidamente dorato nei suoi primi anni. Poi terrorizzante e sanguinolento e con ferite leccate e laccate alla ripresa degli anni ‘50, con il risveglio di coscienze e coscione, e più cibo per tutti, più macchine, più luci. Tra gli stravolgimenti interni di chi la puzza di bruciato già la sentiva. Novantun’anni compiuti, Barilli è nella sua casa bolognese in poltrona davanti ai quadri che nascondono il colore delle pareti del salotto. Tra ninnoli, giggioli, rarità e sofà impero strizzanti l’occhio all’art déco. Gilet verde e camicia azzurrina. Uno dei grandi di quel secolo Novecento considerabile come uno dei più strabilianti della memoria umana. Critico d’arte, intimamente legato alla filosofia e all’estetica, eccellente e complesso divulgatore, scrittore, acutissimo talent scout, collezionista con l’anima e con il cuore orgogliosamente venduti alla bellezza. Prolifico pittore lui stesso. Criticato, venerato, dimenticato, ringraziato. Si definisce senza tanti inutili fronzoli d’umiltà come l’asino di Budriano. «Ho avuto troppe doti da Madre Natura e spesso mi sono trovato in difficoltà su quale decisione prendere. Non sono morto come quel famoso asino per le troppe offerte e per l’incapacità di decidere ma già da bambino mi definivano un enfant prodige in pittura. Andavo ogni giorno a dipingere e a disegnare. Mia madre, che era tremenda, fece sgombrare la soffitta in cui custodivo tutti i miei disegni. Alcuni li ho recuperati a diecimila lire al pezzo, altri sono andati persi. Oggi non sono più prodige, sono solo enfant».
Dopo il liceo classico a Bologna, si laurea in lettere e nell’ottobre ‘63 fonda il mitologico Gruppo 63. Con Alberto Arbasino («Non avevamo chissà quale passione l’uno per l’altro - dice - lui pessimo critico d’arte e magnifico viaggiatore»), Luciano Anceschi, Edoardo Sanguineti e tanti altri Novissimi. Sperimentatori più formali che sostanziali, così squisitamente interessati a certi birignao manierotici e magnifici proprio perché tali. Che alla seriosa diffusione dell’anticonformismo degli intellettualini, hanno risposto con eleganza sopraffina, elitaria, privata. Maestri della parola come Barilli, lui visceralmente appassionato di tutto ciò che da oggetto si può trasformare in soggetto. «Il Gruppo 63 è nato a Palermo - racconta con gli occhi lucidi e con un po’ di nostalgia - e si proseguì l’eredità e lo spirito del “verri”, la rivista fondata nel 1956 da Anceschi. «A ventun’anni ero già titolare della sezione d’arte del periodico e da lì in poi stringemmo rapporti con Alberto Moravia, con Dacia Maraini e con tantissimi altri». Appunto quei Novissimi che con le loro idee dissacranti, non alla moda, controcorrente per scelta ben consapevole, saranno poi alla base dell’idea di Barilli di creare da meno di zero a Bologna, insieme a Francesca Alinovi, la Settimana della Performance nel 1977. «Marina Abramovic fu una delle protagoniste assolute in quei giorni. Con quella performance dei due corpi nudi in piedi attraverso cui dovevano passare i visitatori. Un vicequestore, intervenuto per ragioni di buon costume, visibilmente stupito sbottò: “ma almeno dite alla signorina che si allontani dal signore perché io per entrare ho dovuto strusciarmi su di lui!”. Non aveva capito che era proprio quello il senso dell’opera. Alla Abramovic le ritirarono pure il passaporto». Però ancora più scalpore, in quella settimana irripetibile, destò Hermann Nitsch che riempì di sangue e budella l’ex chiesa di Santa Lucia, inscenando anche una crocifissione. «Le dico la verità - sorride sornione Barilli - io ho sempre avuto l’ostilità del partito comunista ma nel periodo della Settimana della Performance alla Cultura c’era un assessore socialista come me, che mi consentì di lavorare con serenità. Ricordo che poco prima dell’evento andai da un avvocato perché non volevo mettere in difficoltà chi aveva creduto nel progetto. La Abramovic, mi disse, non è un problema. Il problema è Nitsch, lì c’è l’offesa al cristianesimo che in quel momento era ancora religione di Stato. E allora sa cosa abbiamo fatto? Abbiamo messo in piedi un’operazione incredibile, mobilitando tutte le forze disponibili. A tutti quelli che arrivavano davamo un tesserino per cui diventavano immediatamente membri di una associazione privata e allora la polizia in questi casi non poteva entrare a meno che non fosse stata chiamata. Si presentò di nuovo il vicequestore che questa volta aveva capito tutto. “Un momento, il nudo è possibile solo nella rappresentazione”, disse. Beh, questo qui aveva azzeccato alla perfezione la differenza fondamentale che c’è tra l’arte riprodotta e l’arte vissuta direttamente».
Lui che la distinzione ce l’ha ben presente ancora oggi, soprattutto quando lascia per un momento le vesti del critico e del dissacratore e indossa il grembiule da pittore. «Purtroppo non ho inventiva - dice - e ho bisogno di avere un oggetto o un soggetto reale davanti per dipingere. E da lì iniziare il disegno, portare all’impressione sulla tela di quello che sento e che immagino». Altroché se immagina Barilli, e mica riesce tanto a trattenersi. La dice lunga su una serie infinita di argomenti d’attualità, anche scottanti. Umberto Eco? «Sopravvalutatissimo e spesso vittima di moltissimi leccaculo». Via con la Biennale di Venezia e con le polemiche sulla partecipazione di Russia, Iran e Israele. Controcorrente di nuovo, bastian contrario sostenuto da validissimi e convincentissimi argomenti, diverso dai suoi colleghi orgogliosamente aperti, perché l’arte deve essere libera, pura, limpida e bla bla bla. «No, io penso che sia giustissimo tenere chiuso il padiglione della Russia e di Israele perché inalberano la bandiera ufficiale di Stati scomunicati dall’Onu e dalla società italiana. Poi è chiaro che se un artista riesce a dimostrare di non essere coinvolto nella repressione ha il sacrosanto diritto di esporre. Il mio ostracismo è verso la bandiera dello Stato, verso il padiglione ufficiale, non verso gli artisti». Via con lo stato di salute della cultura in città. «È notizia di questi giorni che Lorenzo Balbi ha lasciato la direzione del MAMbo e se ne è andato a Verona. E ha ragione. Bologna è male amministrata in punto culturale. Abbiamo un sindaco che quando era assessore alla cultura non ha dato un soldo. E anche adesso non ne diamo abbastanza. Siamo gretti, meschini, avari. Siamo così per colpa dei nostri amministratori». Ennesima dimostrazione che quell’intenzione di gridare con classe la sua verità Barilli ce l’ha ben vispa, tornando con la mente, tra attualità e passato, ancora a quegli straordinari anni del Gruppo 63. «All’epoca era tutto diverso, anche il confronto e lo scontro. Quando scrissi il maggior successo letterario della mia vita, “La barriera del naturalismo” in cui facevo l’elogio di Alberto Moravia lui mi chiamò risentito. È sempre stato un personaggio scorbutico, difficile da trattare. Mi rimproverò per non aver citato Elsa Morante. Ma Alberto, gli dissi, la Morante è tradizionalista, non c’entra nulla con me! Beh, più avanti mi sono ricreduto e con Moravia diventammo amici». Proprio Moravia che, pur non facendone ufficialmente parte, il Gruppo 63 lo guardò sempre con interesse e forse con un po’ di invidia. Che poi, davvero, il Gruppo non arrivò mai al suo definitivo scioglimento. Forse il ’68 cambiò radicalmente tutto? «Sì, in quegli anni, nella sostanza, il Gruppo venne chiuso. Mi torna alla mente una celebre frase di Elio Vittorini. “Il letterato non dovrebbe mai compromettersi con la politica”. Non fu così, molti colleghi si sono lasciati troppo coinvolgere dal clima di quei tempi e, quindi sì, forse il Gruppo non ebbe più ragione di esistere». Sennò chissà cosa ne avrebbero tirato fuori, loro, oggi. «Siamo in un periodo molto interessante dal punto di vista artistico. Un periodo quanto mai aperto. Una sorta di post-post modernismo. Mica male. E io voglio insistere sul concetto di pendolarità. Mi ascolti bene. Immagini un pendolo che si muove in un piano unico ma che, allo stesso tempo, si combina su un asse orizzontale di un unico piano di scorrimento. Cosa nasce da tutto questo? Nasce il movimento sinusoidale in cui credo moltissimo. Vogliamo parlare del senso artistico di questa bottiglia che abbiamo davanti? Bene, puoi prendere quella bottiglia e metterla sulla parete, e abbiamo Duchamp. Oppure puoi fotografarla. E infine puoi semplicemente prendere la parola bottiglia. Questa è l’arte». E questo è il momento in cui chi scrive e Barilli iniziano a darsi del tu. Il resto è chiacchiera