Dietro gli spalti

Scorcio dello stadio Renato Dall'Ara (foto di Edoardo Cassanelli)

 

Ai margini occidentali di Bologna c’è un luogo che con la sua imponenza rappresenta un vitale pezzetto di storia cittadina. Un luogo di incontro, comunione, svago e passione, il tutto calato nel calderone della fede sportiva: è lo Stadio Dall’Ara, che porta questo nome dal 1984, anno in cui si è deciso di intitolarlo allo storico proprietario del Bologna Football Club 1909, appunto Renato Dall’Ara. Prima di questo ci sono stati altri nomi e l’“anfiteatro” ha vissuto molte storie, meritevoli di essere raccontate in un anno, il 2026, davvero speciale. Sì, perché a ottobre il Dall’Ara festeggerà cento anni dalla sua inaugurazione. Un anniversario importante, porta sulle spalle il peso di un secolo di avvenimenti, per Bologna e l’Italia, un viaggio nel passato denso di sentimento sportivo e, pertanto, sinceramente umano.

Ma partiamo con ordine e torniamo innanzitutto alle origini. La data da cui parte ogni cosa è il 31 ottobre 1926. A Bologna viene aperto l’impianto polisportivo del Littoriale, sebbene non ancora del tutto ultimato.

Siamo in piena epoca fascista, da quattro anni ormai Mussolini detiene il potere sugli italiani e da uno c’è stata la svolta pienamente autoritaria del regime. Il Duce vuole una struttura che sia simbolo evidente del grande passo in avanti compiuto dalla rivoluzione fascista, un monumento che richiami gli albori di una nuova era. Da qui il Littoriale, dotato del campo da calcio e, tra le altre novità, di una pista di atletica, campi da tennis e piscine, una persino coperta (cosa alquanto rara a quei tempi). È lo stesso Benito Mussolini a fare il discorso di apertura e lo fa a cavallo, fiero, tronfio, sfoggiante tutta la sua sicurezza dentro a questo enorme stabile moderno, un gioiello architettonico pronto a far parlare di sé in tutta Europa. Quello stesso giorno – occorre ricordarlo – il giovanissimo Anteo Zamboni tenterà di compiere un attentato contro il fautore del fascismo, fuori dallo stadio, poco dopo le celebrazioni di inaugurazione. Alla fine Mussolini sopravvivrà e il piccolo Anteo verrà invece barbaramente linciato dagli squadristi. Oggi la grande via universitaria di Bologna, dove ha sede l’Alma Mater, porta il suo nome e sfoggia la sua memoria, il suo coraggio contro la tirannia.

Al di là di ciò, lo stadio, appena nato ufficialmente, si mostra come un’opera architettonica e ingegneristica audace, in una posizione strategica all’ombra della collina del Santuario di San Luca. Persino il celebre poeta della Grande Guerra Giuseppe Ungaretti gli dedica dei versi. Dal punto di vista materiale è in calcestruzzo armato e quello che salta all’occhio è in particolare la sua svettante Torre di Maratona (finita di costruire nel 1929, da lì il Littoriale lo si potrà ritenere completato), alta quarantadue metri, edificata nel punto dell’uccisione, da parte degli austriaci nel 1849, del patriota e presbitero Ugo Bassi, e contenente pure la statua equestre dello stesso Mussolini, poi distrutta alla fine della guerra. Intorno, una periferia ancora silenziosa e marginale, poca roba rispetto ai palazzi che contraddistinguono attualmente il vasto quartiere di Porto-Saragozza.

In quegli anni sotto la lente del fascismo non mancano i grandi successi e le grandi soddisfazioni per i bolognesi e la squadra dei rossoblù. Fra i personaggi degni di nota vicini alla squadra e al suo campo da gioco ufficiale c’è lui, Arpad Weisz, l’allenatore ebreo ungherese che porterà il Bologna a volare alto, facendogli vincere due scudetti del campionato italiano nelle annate 1935-1936 e 1936-1937; due vittorie consecutive, un risultato a dir poco eccezionale. Seguirà infine il Trofeo dell’Esposizione di Parigi del 1937. Tali incredibili traguardi non basteranno però a far dimenticare alle autorità, nel nefasto 1938 della proclamazione delle leggi razziali, le sue origini semite. Il destino lo porterà a dover dire addio al suo amato Bologna e a fuggire all’estero, per poi cadere lo stesso nelle grinfie naziste e morire nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1944, preceduto dalla sua intera famiglia. Oggi la curva sud dello stadio, la vecchia San Luca, è intitolata a Weisz. Oltre al mitico allenatore proveniente dall’Europa orientale, altre personalità sono legate a doppio nodo alla storia dello stadio e alle sue evoluzioni, nel bene e nel male. Un esempio è Leandro Arpinati, gerarca fascista di alto rango, podestà di Bologna e maggiore promotore della costruzione del Littoriale. L’ingegnere Umberto Costanzini e l’architetto Giulio Ulisse Arata sono invece i nomi di coloro che stanno dietro alla concretizzazione effettiva del progetto. Tra i calciatori, merita di essere citato Giuseppe Martelli, giocatore con indosso la maglia rossoblù dal 1923 al 1930, diventando in quel periodo campione d’Italia nelle annate 1924-1925 e 1928-1929. Il totale di partire giocate? Ben centoquindici, e diciannove i gol messi in porta dalla sua abilità. Infine l’ultimo nome è certamente quello di Renato Dall’Ara. Di modeste condizioni economiche, Dall’Ara si trasferisce a Bologna in cerca di fortuna e la scova nel settore della maglieria. Ottenuti notorietà e benessere in veste di imprenditore, si lancia nel mondo dello sport, precisamente nella dirigenza. Le alte sfere fasciste lo nominano nel 1934 presidente del Bologna Football Club, incarico che ricoprirà per i successivi trent’anni, fino alla morte, sopraggiunta a Milano nel 1964, a pochi giorni dalla vittoria del settimo e ultimo scudetto da parte del Bologna, dopo lo storico spareggio con l’Inter all’Olimpico di Roma. Il mitico Bologna di Ezio Pascutti, Marino Perani e guidato dal capitano Giacomo Bulgarelli e dall’allenatore Fulvio Bernardini. Trent’anni di successi e vittorie, di collaborazioni fruttuose, gli allenatori Weisz e Bernardini in primis. In questi trent’anni le espressioni circolanti, a proposito della squadra del Littoriale, sono “lo squadrone che tremare il mondo fa” e “così si gioca solo in paradiso”. Concluso il conflitto, il Littoriale viene ribattezzato Stadio Comunale, mentre nel 1984 l’ultimo cambio di nome, definitivo: Stadio Renato Dall’Ara.

Veniamo ora ad alcune delle famose partite giocate nell’“anfiteatro bolognese”, internazionali e non. La primissima, con una squadra straniera, viene ospitata a fine maggio 1927 e in tale occasione l’Italia riesce a sconfiggere il suo avversario, la Spagna, 2-0. In seguito, a giugno, il Bologna vince contro il Genoa grazie alla rete segnata da Martelli. Insomma, un battesimo a dir poco scoppiettante. Pochi anni dopo, nel 1934, l’Italia ospita il Campionato mondiale e Bologna viene selezionata tra le città ospitanti le competizioni. Nella fattispecie, nella Dotta, al Littoriale, avvengono gli ottavi e i quarti di finale, giocati rispettivamente da Svezia e Argentina (3-2) e Austria e Ungheria (2-1). Un evento di grande lustro per lo stadio cittadino, quello dei Mondiali, onore che si ripeterà, decenni dopo, nel 1990, con squadre del calibro di Inghilterra, Emirati Arabi Uniti e Colombia.

Va detta una cosa: lo stadio di Bologna non è noto solo per le competizioni sportive. Infatti, gli eventi fieristici e artistici di varia natura non sono affatto estranei al campo verde di via Andrea Costa. Fra le numerose attività, i concerti vanno piuttosto forte. E di esempi ce ne sono parecchi, a partire soprattutto dagli anni Settanta fino ad arrivare ai tempi nostri. Patti Smith, la “strana coppia” Lucio Dalla e Francesco De Gregori, Lou Reed (il cantore della New York dei bassifondi), Renato Zero, Elton John ed Eric Clapton, gli U2, Zucchero, sono solo alcuni degli artisti esibitisi al Dall’Ara. Tra quelli più recenti, i concerti di Laura Pausini, Luciano Ligabue, Cesare Cremonini e Vasco Rossi (questi ultimi due nel giugno dell’anno scorso). Prossimamente, a inizio giugno, sbarcherà sotto le due Torri la travolgente musica heavy metal dei Metallica, e anch’essa varcherà i cancelli di via Costa.

Insomma, nella sua lunga storia il Dall’Ara – come lo conosciamo noi oggigiorno – di strada ne ha fatta, raccontando momenti di collettività, creando esperienze indimenticabili, dal pallone al microfono di un cantante. Il chiaro esempio di una dinamicità tutta bolognese, di una comunità che continua a considerare il suo “anfiteatro” moderno un meraviglioso centro di emozioni da brividi.

 

L'articolo è tratto dal n.12 di "Quindici" del 29 gennaio 2026