il funerale

Il funerale a San Disma (foto di Michelangelo Ballardini)

 

 

Non ci sarebbe potuto essere luogo più adatto per dare l’ultimo saluto a Gianni Leoni, storico cronista de “il Resto del Carlino” morto a 87 anni il 27 aprile scorso. Una chiesa, l’unica in Italia, intitolata a San Disma, uno dei due malfattori crocifissi insieme a Gesù. Quello che, secondo l’evangelista Luca, difese il Cristo morente dagli improperi del “collega” e a cui per questo fu promesso dal figlio di Dio in persona il regno dei cieli. Leoni lo avrebbe intervistato Disma, uno dei protagonisti della cronaca nera della Gerusalemme dell’epoca, e probabilmente avrebbe scambiato lettere con lui anche in seguito. Ci si poteva aspettare questo dal giornalista che nella sua vita ha condotto interviste esclusive a latitanti e raccontato alcuni dei fatti più terribili della storia repubblicana italiana. Gianni Leoni è stato un uomo che nel male ci si è dovuto immergere a lungo, in profondità nel buio più nero dell’umanità. Descrivendolo, senza mai ergersi a giudice

Ha raccontato con la sua penna sulle colonne dei giornali serial killer, bande malavitose, stragi, rapimenti, stupri, omicidi, atti terroristici. Ma si è mai scoraggiato? Ha mai perso la speranza davanti a tutto questo? È la domanda retorica che il parroco Matteo Prosperini pone a tutti i presenti al funerale. La chiesa tace in attesa della risposta, si sente solo il vento fuori che rinfresca la soleggiata mattina di primavera a San Lazzaro di Savena. Don Matteo parla, ma le parole non sono le sue. Cita uno scritto lasciato dallo stesso Leoni, una parafrasi, ma il senso è intatto: «I delinquenti che ho raccontato vanno puniti per quello che hanno fatto. Ma se sono diventati così, un motivo nella loro vita ci sarà stato». Non li ha mai biasimati, il suo lavoro era andare, osservare, raccontare, non giudicare. Una scintilla di misericordia, così la chiama Prosperini, la stessa che Gesù offrì a Disma. 

La navata della chiesa è colma di tanti giornalisti da riempire più di una redazione, la grande maggioranza in pensione, ma non importa, non è un mestiere che si disimpara. La gran parte però non è lì per lavoro, ma solo per dire addio a un amico, un collega, un esempio. Numerosi anche le corone e i mazzi di fiori, dedicati dai locali che frequentava o dai tanti amici conosciuti fuori dalla redazione quando il taccuino riposava in una tasca. 

«Ci avete fatto sentire non soli», riesce a dire il figlio Riccardo con il magone, mentre la sorella Elena si stringe a lui. «Oggi è fondamentale essere qui - continua - tutti insieme. Vivere al fianco di papà è stato un onore. Sarà nostro dovere portarlo dentro per sempre».

Finita la funzione il clima fuori dalla chiesa è sereno. Tutti coloro che l’hanno conosciuto hanno un ricordo da condividere, si formano tanti capannelli per scambiarsi storie. Quasi tutte includono lo spirito più esuberante e pittoresco del giornalista e si concludono, inevitabilmente, con una risata.