Il Quindici

Agnese Pini nella redazione di InCronac@ (foto di Tommaso Sfregola) 

A 22 anni, il primo articolo per “la Nazione”, a 34 ne diventa direttrice, la più giovane e la prima donna in 160 anni di storia del giornale Poi le viene affidato il timone di “Quotidiano Nazionale”. Il suo mito è Oriana Fallaci: «Era una donna che scriveva parole che uscivano dalle pagine». La parità di genere nel giornalismo è ancora lontana: «In 80 anni sono stati fatti passi avanti, ma in Italia siamo solo due direttrici». Su Meloni, la prima premier, dice: «Il suo governo non ha fatto riforme e ha capito troppo tardi che Trump era un problema». Nei confronti di Lepore, sindaco di una delle tre città in cui vive, prova rispetto: «Il suo è un mestieraccio, come il mio». Sul futuro della professione è fiduciosa: «La crisi non si arresta, ma dobbiamo riuscire a starci dentro. Servirebbe più aiuto dallo Stato, come succede in Francia».

 

Direttrice Pini, quando ha capito che voleva far e la giornalista?

«A sedici anni, dopo l’11 settembre. Per la mia generazione, quell’attentato è stato uno spartiacque e io avevo bisogno di capire. Per una ragazzina poco informata e con un’idea dell’America “da film”, una cosa del genere era incomprensibile. Così ho iniziato a leggere i giornali».

 

E da dove è partita?

«Dal “Corriere della Sera”, che mio padre portava a casa. De Bortoli fece un’operazione bellissima, una grande lezione di giornalismo: ospitò una serie di firme pazzesche per commentare i fatti dell’11 settembre. La prima, Oriana Fallaci, per me una sconosciuta. Io leggo questo pezzo, che poi attirerà̀ moltissime critiche, anche legittime, e resto estasiata, perché́ era scritto in un modo in cui non pensavo si potesse scrivere. Quelle parole avevano un peso, venivano fuori dalla pagina. E soprattutto erano state scritte da una donna».

 

Perché l’ha colpita?

«Perché i giornali erano quasi tutti scritti da uomini. Il fatto che una cosa così l’avesse scritta una donna mi ha fatto pensare: “Mi ci posso identificare”. È importante avere un modello e una ragazza difficilmente si identifica con un maschio, c’è uno scarto di sofferenza. Questo innamoramento non sarebbe mai successo con un uomo, perché́ è qualcuno di troppo diverso da me».

 

Che effetto le fece quindi il pezzo della Fallaci sull’11 settembre?

«Mi ha dato delle risposte. Il giorno dopo, però, sul “Corriere” trovai Tiziano Terzani, altro gigante con un punto di vista e uno stile completamente diversi. Terzani è rotondo, poetico, Fallaci una bomba atomica. Leggo il pezzo di Terzani e do ragione a lui, anche se dice l’opposto di quello che aveva scritto Fallaci. Qui capii il potere delle parole, che possono sedurre e trascinare lontano. Il giorno dopo Fallaci, bisogna leggere un Terzani, e poi andare avanti, per costruirsi difese contro la parola degli altri».

 

Così ha iniziato a scrivere?

«Dopo un mese e mezzo di letture, scrissi un mio pezzo sull’11 settembre, un collage osceno che portai alla sede de “la Nazione” a Carrara. Ovviamente, non è mai stato pubblicato, ma ero felice di avere una mia opinione. Le opinioni proprie sono importanti, non perché́ non si cambino mai, ma perché sono tue, non le cedi per poco. Il giornalismo è una via di accesso al pensiero libera».

 

Chi è stato il suo maestro?

«Fausto Cruschelli, il mio primo capo a “la Nazione”. Dopo il primo tentativo, tornai qualche anno dopo per un tirocinio. Avevo provato di tutto, il “Corriere Fiorentino”, “la Repubblica”, “la Nazione” non era la mia prima scelta, ma alla fine iniziai proprio alla redazione di Carrara. A Cruschelli devo tutto, perché non si inizia facendo l’inviato di guerra. C’è una base di forte idealismo, poi ci si scontra con la realtà, le incognite, le fatiche economiche. Cruschelli ha creduto in me da subito, anche se avevo solo 22 anni».

 

Cosa scriveva all’inizio?

«Il mio primo pezzo è stato sul- le cacche dei cani. Dovevo andare a fare una vox populi al mercato di Carrara, uscendo avevo detto: “Vado a vedere se trovo una notizia”, frase bizzarra. Sulla vetrina di una merceria trovai una poesia in carrarino contro le cacche dei cani e ci scrissi un pezzo. A Cruschelli piacque e lo mise nella seconda pagina della cronaca. Così io mi sono innamorata del mestiere. Quell’amore, quell’entusiasmo è la cosa più importante, il resto poi si impara».


Come si è sentita quando è stata nominata direttrice?

«Impalata, terrorizzata. Non avevo mai pensato di andare a fare la direttrice, a proposito di assenza di modelli. Poi, come tutti i lavori, lo capisci facendoli, che cosa sono. La mia nomina è stata una notizia. Mi ricordo questo carabiniere in pensione che prende appuntamento, viene in ufficio e mi fa: “Sono venuto a vedere com’è una donna seduta là dietro”».

 

Lei è la prima direttrice donna e la più giovane, in 160 anni di storia de “la Nazione”...

«Non è che sono diventata direttrice a 34 anni perché ero un fenomeno, ma per una serie di coincidenze fortuite. In quel momento l’editore Riffeser aveva deciso di mettere una donna a dirigere una delle sue testate, sono una quota rosa. Se non ci fosse stata questa volontà iniziale non mi avrebbero mai preso in considerazione».

 

In seguito ha preso la guida dei quotidiani del gruppo “QN” (“il Resto del Carlino”, “Il Giorno”, “la Nazione”). Perché oggi è ancora difficile per le giornaliste raggiungere questi vertici?

«È un problema di sistema. Non è la prima donna direttrice o la prima premier che fa la parità di genere. È una cosa che si costruisce dal basso, le italiane iniziano a esistere come cittadine nel 1946, quando diventiamo una democrazia. Le donne sono, più di qualsiasi categoria, alfiere della democrazia: in 80 anni siamo passate da niente ad ave- re una donna premier, è già tanto, ma il problema resta. Sennò non ti spiegheresti come mai a dirigere 52 quotidiani italiani, ci sono solo due donne».

 

Come valuta il governo Meloni?

«Sono contenta che ci sia una donna in quel ruolo, perché ora c’è un modello. Ma il suo Governo, che è il secondo più longevo d’Italia, non ha fatto riforme. Quando ha provato a farne una, sulla Giustizia, è andata male e questo è un limite politico. Poi certo, va tutto contestualizzato dentro un momento in cui Meloni doveva tenere buona l’Europa, però di fatto non ha portato a casa riforme e ha commesso un errore, che ha pagato al referendum».

Quale?

«Ha capito troppo tardi che Trump era un problema. Meloni poteva essere una leader in Europa, ma non ha messo dei paletti finché non è stata costretta a farlo, perché Trump ha attaccato perfino il Papa. Ma ci è arrivata tardi e ha perso un’occasione. Anche se alla fine, aiutata dallo stesso Trump, ne ha preso le distanze, c’è stata troppa connivenza e non abbiamo guadagnato niente. Vedremo quanto questo errore peserà alle urne il prossimo anno».

 

Oggi, che la fiducia nei media è spesso messa in discussione, che responsabilità ha una direttrice?

«Alla base del nostro mestiere c’è l’onestà, il patto con i lettori. Oggi che il giornalismo è assediato dal punto di vista ideologico, culturale e tecnologico, più che mai dobbiamo seguire la strada della deontologia. L’essenza del giornalismo è la responsabilità̀ giuridica ed etica di fronte al lettore, è avere un nome, un cognome, un indirizzo cui rispondere. Questo fa la differenza tra l’informazione e tutto ciò̀ che viene confuso con essa, che è un danno all’ecosistema democratico».

 

“Il Resto del Carlino” alla fine degli anni ‘80 vendeva 300mila copie, oggi è sulle 40mila, con i lettori in calo ogni anno. Come si inverte questa tendenza?

«Siamo dentro una crisi industriale irreversibile. Non facciamo battaglie contro i mulini a vento, la crisi del cartaceo è iniziata nel 2004 e dura da 22 anni, non è qualcosa che si inverte. È un filo dentro cui stare. La domanda che ci dobbiamo fare non è come invertire la rotta ma come, standoci dentro, trovare modi per fare informazione e rimanere in piedi».

 

Quale soluzione è stata trovata?

«Il punto è non chiedersi come tornare a 400.000 copie di carta, ma come erodere il meno possibile il patrimonio che i giornali ancora hanno. Una soluzione l’abbiamo trovata nel digitale, ma il mercato dei clic è imprevedibile, nelle mani di persone che decidono con grande indifferenza. In più non c’è l’abitudine del pubblico agli abbonamenti digitali, soprattutto per i giornali locali. Siamo dentro a una vera e propria rivoluzione industriale e l’Italia in questo è più in difficoltà di altri».

Rispetto a chi?

«Alla Francia, per esempio. In Italia si sono sempre letti meno giornali, è un tema culturale. E una questione politica: i giornali sono industrie, ma sono anche fondamentali per la democrazia, come la giustizia e la scuola; se li togli, viene meno qualcosa. In Francia i giornali sono aiutati dallo Stato, e in un momento di crisi industriale, questa cosa è fondamentale. In Italia invece, c’è l’idea che lo Stato come istituzione non debba occuparsene... Ma se i giornali chiudono è un problema per la democrazia».

 

Cosa cambia per “il Resto del Carlino” con l’acquisizione di Leonardo Maria Del Vecchio?

«Non è ancora arrivato, firmerà̀ il closing entro maggio. Arriviamo da 60 anni di gestione Riffeser, è un passaggio storico. Per adesso siamo ancora alle trattative preliminari, ma c’è curiosità̀, eccitazione e molta speranza. Come tutto ciò̀ che è nuovo, non prescinde dall’avere delle preoccupazioni».

 

È ancora possibile, data la crisi attuale, l’autonomia del direttore rispetto all’editore?

«Non c’è alternativa, altrimenti viene meno il nostro mestiere. Il rapporto tra direttore ed editore è un rapporto di fiducia. A me non è mai successo di avere uno scontro tale per cui si rompesse il rapporto, non sono mai stata messa nelle condizioni di fare qualcosa contro la mia morale. Vuol dire che ho sempre detto tutto quello che pensavo? No. Ma non ho mai detto qualcosa che non pensavo. Questo è il compromesso che si trova in un ecosistema complesso come le redazioni».

 

Lei è stata allieva della scuola di giornalismo Walter Tobagi. Com’è stato?

«Mi sono divertita da pazzi. Dopo due anni alla cronaca di Carrara, nessuno mi assumeva, così ho fatto il test alla Tobagi di Milano e sono arrivata prima. Era il 2009, un anno disastroso: crisi economica, le redazioni avevano ancora il modello vecchio. Mi ricordo questo doppio livello, da una parte il bello di tornare a scuola, dall’altra il fu- turo incerto. Al master ho trovato i miei più cari amici, ci siamo aiutati tanto, ci vediamo ancora ogni anno».

 

Le redazioni chiedono sempre più competenze, offrendo compensi bassi e collaborazioni precarie. Così il giornalismo non è accessibile solo a chi può permettersi anni di incertezza?

«Aspettiamo che l’editore alzi le tariffe. Negli anni i giornali hanno accorpato e tagliato, ma questo meccanismo ne accelera la fine. Il paradosso è che è aumentata la produzione, ci sono sempre più contenuti online e sulla carta da produrre, con meno gente. Se la crisi dura poco, ha senso risparmiare, ma se la crisi è lunga, l’unico modo è frenarla. I giornali oggi possono solo rallentare questa erosione in attesa di una soluzione che, ho fiducia, si troverà̀».

 

Dall’anno scorso è direttrice della casa editrice Longanesi. Che significato ha per lei e come vede il mondo dell’editoria libraria?

«È un grande onore. Il mondo dei giornali e dei libri hanno in comune il fatto che in Italia si legge poco. Ma, mentre nell’industria dei giornali si possono fare previsioni di mercato abbastanza certe, nessuno sa davvero come andrà̀ un libro. Generalmente ogni casa editrice ha quei pochi autori su cui può̀ contare, e sulla base di quante copie venderanno, si costruiscono i bilanci annuali».

 

A 13 anni scopre che suo padre è stato un prete, che ha lasciato tutto per amore di sua madre. Questa scoperta ha influito nel suo rapporto con la Chiesa?

«Tantissimo. Quando ho trovato la foto di mio padre vestito da prete, gli ho chiesto subito se fosse vero. È stata la domanda più difficile che abbia mai fatto. Fare i giornalisti vuol dire fare domande, ma non tutte quelle che facciamo sono domande vere, che sono faticosissime. Ci ho messo poi altri 30 anni per accettare quella verità̀, non riuscivo a capire questo grande miste- ro nella vita di mio padre. Alla fine, ho deciso di raccontare questa storia nel libro “La verità̀ è un fuoco”».

 

Come vede Bologna oggi? Che rapporto ha con il sindaco Matteo Lepore?

«Con Matteo c’è un rapporto di profondo rispetto, ma non sempre liscio, sennò farei un altro mestiere. Bologna è molto bella. Io lavoro in tre città diverse, Bologna, Milano e Firenze, e scopro tre modi diversi di essere giornalisti. È vero che i posti influenzano le persone. I bolognesi sono molto orgogliosi ma, a differenza dei fiorentini, lo danno meno a vedere. Ma fare il sindaco, soprattutto adesso, è un mestiere duro».

 

Perché́? 

«Perché la provincia si sta sfilacciando e le città medie si sono impoverite. Stiamo peggio e siamo meno disposti ad avere pazienza. La contraddizione è che, allo stesso tempo, città come Bologna o Firenze sono diventate molto care. E quando la gente è stritolata dentro le spese e non ci sta più dentro, è meno disposta ad accettare che le cose non funzionino, siamo tutti più intolleranti. Per cui fare il sindaco adesso è un mestieraccio, così come dirigere giornali».

 

Qual è il personaggio che vorrebbe intervistare?

«Marco Rubio, il segretario di Stato americano. Lo trovo più interessante di Vance, un personaggio sfuggente, da fargli un’intervista alla Fallaci. Se dovessi scommettere su qualcuno che prenda il testimone dei Repubblicani, per me sarebbe proprio lui».

 

L’intervista più bella che ha fatto e quella che l’ha delusa di più?

«Di recente ho fatto un’intervista al cardinale Zuppi e mi ha commosso molto. Era appena scoppiata la guerra in Iran e il suo modo di parlare di una cosa così complessa e controversa per la Chiesa, mi ha emozionato. L’intervista che più mi ha deluso? Quella che non sono riuscita a fare, ne è piena la carriera».

 

 

Agnese Pini con gli studenti del Master di giornalismo (foto di Tommaso Sfregola) 

 

 

L'intervista è tratta dal Quindici n.20 del 21 maggio 2026