Il racconto
Giorgio Monti stretto nell'abbraccio dei suoi colleghi del Sant'Orsola (foto di Paolo Pontivi)
«A Gaza è sempre più difficile lavorare. Non entrano gli aiuti, non entrano le medicine, non entra il cibo. Tutte le cose che passano il confine sono quelle che transitano attraverso le linee commerciali. Sono prodotti estremamente costosi e soltanto il dieci per cento dei Gazawi si può permettere di andare al mercato». Giorgio Monti, il medico d’emergenza del Sant’Orsola che da un anno e mezzo lavora nella devastazione di Gaza, ha gli occhi lucidi e la pelle abbronzata dalle tante ore trascorse all’aperto nella Striscia per cercare in tutti i modi possibili di garantire cure e assistenza sanitaria alle migliaia di donne, bambini e uomini che ogni giorno lottano per la sopravvivenza. E che spesso la loro vita la perdono.
Tornato a Bologna per pochi giorni, ripartirà nelle prossime ore. «Uno dei problemi più sconvolgenti - dice - è la malnutrizione che è ancora molto alta. Stiamo portando avanti un progetto con la collaborazione dell’Unicef per distribuire cibo terapeutico ai bambini e alle donne. La situazione peggiora di ora in ora. Niente va meglio. E se penso che oggi sono trascorsi sei mesi esatti da quella cosiddetta tregua, non posso fare altro che affermare che tutte le promesse fatte non sono state mantenute».
Basta morti e basta attacchi, lo slogan gridato da ogni angolo del mondo, eppure, continua Monti «il numero dei morti per attacchi militari diretti è arrivato in questi giorni a 730. I corridoi umanitari non sono stati aperti e sono state fatte uscire soltanto 500 persone in sei mesi a fronte di 18.500 malati che aspettano ancora di essere evacuati. Tra loro ci sono 4.000 bambini e 4.000 malati di cancro. Si era anche promesso di riaprire il valico di Rafah. Certo, l’hanno aperto per una settimana a inizio febbraio e oggi è chiuso dopo lo scoppio della guerra in Iran. Il ritiro dell'esercito israeliano non c'è stato, il disarmo di Hamas non c'è stato, il governo tecnico è ancora al Cairo. Valutate voi. Non è stato fatto niente».
A compensare le promesse non mantenute, l’orrore degli attacchi indiscriminati, il terrore dei profughi e la disperazione di madri e padri per la sorte dei loro figli ci sono però loro, i medici che attraverso Emergency cercano di intervenire là dove possibile, rischiando la propria vita, mettendo al centro sempre e solo le persone. «Che sono lì, disperate. Senza un lavoro, senza una casa. Il novanta per cento delle abitazioni sono state danneggiate e proprio in questi giorni molti edifici sono crollati per il maltempo. Ma la gente quei ruderi non li lascia. Continuano ad abitarli e molti morti sono dovuti anche a questo».
Tragedie che si aggiungono ad altre tragedie, come quella che coinvolge il più semplice e indispensabile nutrimento per ogni essere vivente. L’acqua. «L’altro ieri - racconta Monti - è stato bombardato un centro di purificazione dell’acqua. Fino a un mese fa, secondo i rapporti dell’Onu, l'80% dei campioni erano contaminati o salmastri. Un Gazawo ha a disposizione dai tre ai sei litri di acqua pulita al giorno. E con quella poca acqua deve decidere se bere, se cucinare o se lavarsi. Capite perché una delle diagnosi più frequenti che facciamo è la scabbia. E non abbiamo medicine per curare i nostri malati».
Il sostegno morale ed economico arriva a Monti non solo dai colleghi dell’ospedale ma anche dalla raccolta fondi “Non uno di più” lanciata proprio dal Policlinico a settembre, dopo la lettura a Monte Sole, da parte dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, dei nomi dei bambini morti. «A settembre erano 12.000. Oggi sono 21.000. E questi non sono numeri, sono persone. La raccolta fondi in corso è un progetto molto importante - sottolinea Monti - perché i contributi che ci sostengono arrivano in modo concreto. L’unico modo per aiutare i Gazawi è aiutare le organizzazioni che sono già nel territorio. Io ritornerò la prossima settimana e potrò portare con me solo gli effetti personali. Nessuna medicina. Ho visto persino sequestrare al confine il fonendoscopio, considerato una potenziale arma militare».
Una situazione che peggiora di ora in ora. Una corsa contro il tempo per salvare quante più vite possibile. «Gaza è la quintessenza della guerra. È quanto di peggio la guerra riesca a fare. Affama i bambini, toglie dignità, non dà possibilità di lavoro ed è uno strumento che non dovrebbe essere mai preso in considerazione. Tutte le volte che sono stato in una zona di guerra, tutte, ho visto la situazione peggiorare. Il pronto soccorso del Sant’Orsola è la mia casa. Ma in questo momento c'è ancora bisogno di stare di stare a Gaza. C’è bisogno di portare avanti un progetto che sta andando bene, vediamo 500 persone al giorno, abbiamo un consultorio materno infantile, un piccolo pronto soccorso, curiamo bambini, lottiamo contro la malnutrizione. Credo che la guerra sia la malattia dell’umanità. E noi come medici dobbiamo curarla. Ecco perché tornerò giù».