La tragedia
I Vigili del Fuoco al lavoro subito dopo la strage alla centrale Enel di Bargi (foto Vigili del Fuoco)
«Quella centrale, per un comune di meno di duemila anime come Camugnano, era una risorsa estremamente importante. Rappresentava mediamente un introito di 70-80.000 euro l'anno, un indicatore derivato dai chilowatt ora prodotti proprio nel corso dell’anno solare». A parlare è il segretario organizzativo della Fiom Emilia-Romagna, Primo Sacchetti che, a due anni dalla strage alla centrale Enel di Suviana, che causò la morte di sette operai, fa il punto sulle conseguenze economiche della tragedia, non dimenticando di sottolineare che «a due anni dal disastro, ancora non è stata fatta giustizia. La verità purtroppo è rimasta sott'acqua e io credo che ci rimarrà a lungo. Quanto questo insabbiamento sia voluto o meno, non lo so, ma dopo due anni qualche dubbio mi viene».
Dubbi condivisi anche da Tommaso Tarabusi, sindaco di Castiglione dei Pepoli, il comune più grande nelle vicinanze del sito. «A distanza di tempo - dice - la questione è ancora sommersa perché non si è proceduto accuratamente alle indagini e all’esame completo del caso. Enel, subito dopo la tragedia, aveva promesso di attivarsi immediatamente per il ripristino dei luoghi. A oggi non sembra che ci sia l’intenzione di fare alcunché».
L’impianto è infatti ancora chiuso, con alcuni piani inagibili a causa dell’allagamento. «Ci risulta - continua Sacchetti - che al netto degli operai che hanno perso la vita, gli altri lavoratori, anche quelli infortunati, hanno trovato una ricollocazione all'interno di Enel in un'altra centrale». Il problema maggiore, secondo il sindacalista, è l’interruzione dell’operatività della centrale dal giorno dell’incidente. Enel ha sospeso totalmente i lavori e il comune di Camugnano, nel complesso, «ha perso più di 180 mila euro. Soldi che vengono a mancare nell’economia generale del comune, mettendolo in grandissima difficoltà». Una situazione sensibilmente diversa per Castiglione dei Pepoli che, secondo il sindaco Tarabusi, ha indubbiamente subito la riduzione dell’indotto derivante dalle ditte di manutenzione. «Anche se va detto che quel tipo di impianto - sottolinea Tarabusi - non richiede tantissimo personale, perché molte funzioni sono telecontrollate. Fortunatamente, noi come comune, non abbiamo avuto un impatto così rilevante dal punto di vista dell’occupazione. L’amaro in bocca però rimane perché sono trascorsi due anni, si passa di lì, si depongono corone di fiori, ma nella sostanza non è stato fatto nulla per ripristinare i luoghi e per fare definitiva chiarezza».
Amaro che per Sacchetti diventa «rabbia e indignazione. Enel continua a tergiversare e io mi chiedo: perché la Regione Emilia-Romagna non si fa garante del contributo promesso da Enel? Questo è il grande interrogativo e poi ne viene subito un altro: che cosa accadrà alla centrale? Diventerà l’ennesimo ecomostro del nostro territorio? Rimarrà lì come un fantasma del passato? Quanto sono inquinate le acque che ancora sommergono alcuni piani dello stabilimento? Perché non viene svuotato? Ecco, queste sono le domande a cui bisogna dare risposte chiare e precise, senza fare passare altro tempo».